don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Bibbia e breviario nell’abbazia durante l’incontro del clero con Enzo Bianchi

La spiritualità del presbitero con Enzo Bianchi: custodire la Parola e la preghiera

Incontro del clero del 29 maggio 2025 presso l’Abbazia dei Santi Felice e Mauro

Giovedì 29 maggio cinquantadue sacerdoti dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia si sono ritrovati nell’Abbazia dei Santi Felice e Mauro con l’Arcivescovo mons. Renato Boccardo. La limpida mattinata e l’antica chiesa abbaziale hanno offerto al presbiterio un luogo di fraternità e raccoglimento. Dopo il canto dell’Ora Terza, Enzo Bianchi ha proposto una meditazione sulla spiritualità del presbitero, tema scelto davanti alla crescente intensità dell’azione pastorale e alla fatica che essa può produrre.

Il punto di partenza è stato il ministero apostolico così come emerge dal Nuovo Testamento. La preghiera e il servizio della Parola occupano un posto originario, mentre la guida della comunità prende forma nella relazione con il gregge. Il presbitero presiede l’Eucaristia e proprio da essa riceve la forma del proprio servizio. La dimensione sacramentale, l’annuncio e la cura pastorale appartengono all’unità del ministero ordinato.

Enzo Bianchi ha insistito sulla familiarità quotidiana con la Scrittura. Il Lezionario aperto poco prima della Messa non può sostituire un ascolto perseverante. Il sacerdote è affidato alla Parola che annuncia e deve permetterle di raggiungere la propria coscienza, così che la predicazione nasca da una fede nutrita e possa parlare alla vita del popolo.

Accanto all’ascolto si colloca l’intercessione. Il pastore porta davanti a Dio le persone affidate alla sua cura, comprese quelle che si sono allontanate e quelle delle quali nessuno sembra ricordarsi. Sant’Agostino offre l’immagine di chi cammina davanti al gregge per indicare la via e sa collocarsi anche dietro, affinché nessuna pecora venga perduta. Questo servizio si compie anzitutto nella preghiera.

La Liturgia delle Ore custodisce la giornata sacerdotale dentro la lode della Chiesa. Il relatore ha riconosciuto con realismo la difficoltà di pregare da soli e la necessità di una disciplina sostenibile. Ha ricordato la varietà delle forme personali di orazione, dal Rosario all’adorazione silenziosa, riconducendole alla fedeltà quotidiana con cui il ministro domanda allo Spirito di trasformare il cuore.

Un passaggio particolarmente concreto ha riguardato la qualità umana della vita del prete. La povertà evangelica chiede sobrietà e libertà dai beni; non giustifica ambienti trascurati o un’esistenza priva di relazioni significative. La casa, il riposo e l’amicizia fraterna possono sostenere l’equilibrio del ministro e proteggerlo dall’isolamento. Prendersi cura dell’umanità del sacerdote significa custodire il terreno nel quale la grazia dell’ordinazione continua a operare.

Da qui è nata la riflessione sulle vocazioni. Un giovane può interrogarsi seriamente sul sacerdozio quando incontra una vita consegnata che, pur attraversando la fatica, conserva una bellezza umana riconoscibile. La radicalità evangelica diventa attraente quando lascia intravedere una gioia reale e una comunione capace di sostenere il peso del servizio.

Nel dialogo successivo sono emerse questioni riguardanti la presidenza ecclesiale e la partecipazione dei laici. Alcune formulazioni appartengono alla prospettiva personale del relatore e chiedono di essere accolte dentro il discernimento della Chiesa. Resta chiara la necessità di valorizzare la responsabilità battesimale e i ministeri laicali rispettando la natura sacramentale dell’Ordine e il legame tra la presidenza della comunità e la presidenza eucaristica.

La mattinata nell’Abbazia ha consegnato al presbiterio una convinzione esigente: la vita interiore non è il settore privato dell’esistenza sacerdotale. È il luogo nel quale la fede rimane viva e l’attività pastorale continua a essere ministero. Parola, Eucaristia e preghiera ecclesiale riconducono ogni giorno il sacerdote alla relazione con Cristo, senza la quale anche un lavoro generoso rischia di diventare un mestiere.

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