La Chiesa ha ricevuto il Vangelo come un dono da custodire e da consegnare. La fedeltà a questo mandato comprende il desiderio che la parola annunciata raggiunga realmente il cuore di chi ascolta. Nell’intervento rivolto all’Assemblea diocesana del clero, mons. Armando Matteo ha concentrato l’attenzione proprio su questo passaggio: portare Gesù a tutti attraverso la presenza ecclesiale e aiutare le persone a scoprire che Gesù riguarda la loro vita.
Per molti secoli la presenza capillare delle parrocchie ha reso la Chiesa familiare alla popolazione. Il campanile, le feste, la catechesi e i sacramenti accompagnavano le stagioni dell’esistenza. Quella rete continua a possedere un valore prezioso. Oggi occorre verificare quanto la presenza ecclesiale aiuti l’uomo contemporaneo a riconoscere nel Vangelo una risposta alla propria ricerca. Anche gli spazi digitali possono essere occupati senza generare un vero desiderio di Cristo.
Conoscere colui al quale si parla
Mons. Matteo ha ricondotto la parola pastorale all’immagine del pastore che prepara il cibo. L’essere umano cucina per rendere ciò che offre buono, desiderabile e bello. In modo analogo, chi annuncia si prende cura della forma attraverso la quale la verità viene comunicata. Il contenuto ricevuto resta integro; l’amore verso l’interlocutore spinge a cercare parole che egli possa comprendere e nelle quali possa riconoscere la propria vita.
Gesù stesso ha parlato ricorrendo alle piante, agli animali, al lavoro dei campi, alla cucina e alle relazioni familiari del suo tempo. Le parabole rivelano una conoscenza profonda dell’esperienza umana. I lunghi anni della vita nascosta possono essere contemplati anche come il tempo nel quale il Figlio di Dio ha abitato pienamente il linguaggio e la cultura del suo popolo.
La prima comunità cristiana accolse una sfida simile quando passò dall’aramaico al greco. Quel passaggio richiese un’opera delicata di traduzione e di comprensione di un universo culturale differente. La tradizione della Chiesa vive proprio attraverso questa consegna fedele: quanto è stato ricevuto dagli Apostoli viene espresso in forme capaci di parlare alle generazioni successive, sotto la guida dello Spirito e nella comunione ecclesiale.
La vita occidentale ha cambiato forma
Il relatore ha descritto la trasformazione maturata soprattutto dal secondo dopoguerra. L’aumento della longevità, la possibilità di curare molte malattie, l’abbondanza alimentare, la tecnologia e la maggiore libertà individuale hanno modificato l’immaginario delle persone. Il corpo, il benessere e la realizzazione personale occupano oggi uno spazio assai più ampio rispetto all’esperienza delle generazioni precedenti.
La pastorale sviluppata in un mondo segnato dalla mortalità precoce, dalla fame e da fatiche quotidiane molto dure offriva una consolazione capace di sostenere l’esistenza e di orientarla verso la vita eterna. Le devozioni, le confraternite e la vicinanza dei santi hanno accompagnato generazioni di cristiani e custodito la fede nei momenti più dolorosi. Riconoscere il mutamento della condizione presente permette di comprendere per quale ragione alcune forme, un tempo feconde, oggi incontrino più difficoltà nel parlare al cuore.
L’uomo contemporaneo possiede molte possibilità e spesso fatica a ordinarle verso un bene autentico. Mons. Matteo ha usato l’immagine di chi sia passato improvvisamente dalla bicicletta a una Ferrari senza aver imparato a guidarla. Il mercato e la pubblicità educano continuamente il desiderio, promettendo soddisfazione e alimentando nuove necessità. La fede cristiana può offrire una luce decisiva proprio qui, aiutando la persona a riconoscere quale gioia corrisponda davvero alla sua dignità.
La felicità illuminata dal Vangelo
L’annuncio di Cristo incontra la ricerca di felicità mostrando che l’uomo, creato a immagine di Dio, raggiunge la propria pienezza nel dono di sé. La parola ricordata da mons. Matteo, «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere», illumina il desiderio umano e lo libera dalla ricerca incessante di qualcosa che possa riempirlo dall’esterno e lo apre alla comunione.
La pastorale diventa allora un atto d’amore. Essa ascolta prima di parlare, studia il tempo presente e cerca una mediazione adeguata. Una simile attenzione preserva il Vangelo da ogni riduzione a prodotto e la missione da ogni assimilazione al marketing. Nasce dalla carità di chi desidera che l’altro incontri il Signore e riceva da Lui una vita nuova.
Questo compito invita a rileggere la catechesi, l’accoglienza e la celebrazione domenicale. La domanda decisiva comprende la correttezza di ciò che viene proposto e la sua capacità di aiutare le persone a scorgere le persone possano scorgere attraverso le nostre parole e i nostri gesti la bellezza di una vita con Cristo. L’annuncio resta fedele alla sua origine quando conduce all’incontro con una Persona viva, crocifissa e risorta, nella quale ogni autentico desiderio umano trova verità e compimento.

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