don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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GAUDIUM ET SPES: LA DIGNITÀ DELL’UOMO COME DONO E VOCAZIONE

Cari amici, nella prima catechesi dedicata alla Gaudium et Spes Leone XIV ci aveva accompagnati a guardare la storia con fiducia nella Provvidenza, imparando a riconoscere i segni dei tempi alla luce del Vangelo. Oggi il cammino entra nel primo capitolo della Costituzione e raggiunge la domanda che sostiene tutto ciò che verrà dopo: chi è l’uomo e da dove viene quella dignità che la Chiesa riconosce in ogni persona?

Il Papa parte da un dato che appartiene anche alla storia moderna e che il Concilio accolse con attenzione: il lungo cammino attraverso il quale è maturata una consapevolezza sempre più chiara della dignità della persona e dei suoi diritti. È una delle acquisizioni più preziose della coscienza umana, ancora lontana dall’essere pienamente realizzata, come mostrano le molte forme attraverso cui la persona continua a essere ferita, usata o esclusa. La Gaudium et Spes invita a custodire questi valori mantenendo vivo il rapporto con la loro sorgente divina, perché anche ciò che è autenticamente buono può subire le distorsioni prodotte da quel cuore umano che il peccato ha ferito.

Qui Leone XIV introduce il punto centrale della catechesi: «la dignità umana scaturisce dall’essere stesso della persona». Riprende quanto aveva già affermato nella Magnifica Humanitas e ricorda che ogni essere umano è pensato e voluto da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui e con gli altri. La dignità precede quindi le capacità possedute, il ruolo esercitato e persino le scelte attraverso le quali ciascuno costruisce la propria storia. È un dono posto da Dio nell’essere stesso della persona, espressione di un amore che non viene ritirato quando l’uomo diventa fragile e neppure quando usa male la propria libertà.

Questa affermazione ha bisogno di essere ascoltata nella sua interezza, perché Leone XIV la colloca immediatamente dentro la visione cristiana del peccato e della redenzione. Una scelta cattiva conserva tutta la sua gravità morale e può ferire profondamente chi la compie e chi ne subisce le conseguenze; l’uomo che pecca rimane una creatura amata da Dio e chiamata alla conversione. La dignità originaria non rende indifferenti il bene e il male, rende possibile continuare a guardare ogni persona come qualcuno per il quale Cristo ha dato la vita.

Il fondamento di questa dignità è espresso dalla Scrittura con le parole della Genesi: l’uomo è creato «ad immagine di Dio», capace di conoscere e amare il proprio Creatore. Da qui nasce anche il particolare posto che egli occupa nel creato, affidato alla sua responsabilità perché lo custodisca e ne faccia uso secondo il disegno di Dio. L’uomo comprende allora se stesso a partire da una relazione che lo precede. Riceve l’esistenza e scopre di essere chiamato a rispondere al dono ricevuto.

Leone XIV insiste proprio su questa dimensione relazionale quando afferma che «la persona dice sempre relazione con comunione, partecipazione rispetto a Dio e agli altri». Il rapporto filiale con il Padre apre alla fraternità e libera l’uomo dalla tentazione di pensarsi come un essere autosufficiente, padrone assoluto di sé e della realtà che lo circonda. La maturità della persona cresce nella capacità di accogliersi come dono e di vivere la propria esistenza aprendola agli altri, attraverso quella reciprocità che appartiene alla sua stessa vocazione.

La dignità ricevuta diventa così anche una responsabilità. Essa domanda di essere riconosciuta nell’altro e custodita soprattutto quando la debolezza rende più facile ignorarla. Ogni volta che la persona viene misurata sulla sua utilità, sulla forza o sulla capacità di rispondere alle aspettative sociali, qualcosa della verità sull’uomo viene perduto. La fede offre qui un criterio particolarmente forte, perché vede in ogni essere umano una creatura che porta impressa l’immagine di Dio e che Cristo ha assunto nella propria umanità.

È a questo punto che il Papa riprende uno dei passaggi più realistici della Gaudium et Spes. Il Concilio afferma che «l’uomo si trova diviso in se stesso» e descrive la vita umana come una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Leone XIV non attenua queste parole e richiama esplicitamente la corruzione del cuore, la schiavitù del peccato e l’azione del «principe di questo mondo», dal quale Cristo è venuto a liberarci.

Questa seconda catechesi rende così ancora più evidente la profondità soprannaturale dell’antropologia conciliare. La grandezza dell’uomo creato a immagine di Dio convive con la ferita che attraversa la sua libertà. La Gaudium et Spes conosce bene entrambe e non pensa che l’uomo possa raggiungere la propria pienezza attraverso il semplice sviluppo delle sue possibilità naturali. Ha bisogno di essere liberato e rinnovato interiormente, e questa liberazione viene da Cristo.

Il peccato acquista qui anche una luce particolare. Se l’uomo fosse soltanto il prodotto di processi biologici o sociali, il male potrebbe essere letto semplicemente come disfunzione o fallimento. La rivelazione cristiana vede qualcosa di più profondo: il peccato ferisce una creatura chiamata alla comunione con Dio e proprio per questo diminuisce l’uomo, impedendogli di raggiungere quella pienezza per la quale è stato creato. La redenzione restituisce allora all’antropologia il suo orizzonte pieno, perché mostra che la dignità originaria è anche vocazione a una vita trasformata dalla grazia.

Dentro questa stessa visione Leone XIV colloca il corpo. Riprendendo il numero 14 della Costituzione, ricorda che l’essere umano è «unità di anima e di corpo» e che ogni forma di dualismo finisce per impoverire la verità della persona. Il corpo partecipa della bontà della creazione e appartiene a ciò che l’uomo è, tanto che il suo destino ultimo è la risurrezione.

La frase con cui il Papa afferma che «la riduzione del corpo a oggetto di cui disporre arbitrariamente è sempre negazione della dignità della persona» merita particolare attenzione nel nostro tempo. Molte delle questioni antropologiche contemporanee ruotano precisamente attorno al rapporto tra libertà e corporeità. Leone XIV offre qui un criterio essenziale: il corpo non è un materiale estraneo posto nelle mani della volontà, appartiene alla persona e ne esprime la realtà creata. Per questo va accolto e custodito nella verità della vocazione ricevuta.

Il Concilio conosce anche la ferita che attraversa questa dimensione dell’esistenza e parla delle «perverse inclinazioni del cuore». Il rispetto del corpo non coincide dunque con la semplice accettazione di ogni impulso che vi si manifesta. L’unità della persona chiede che anche la corporeità venga ordinata al bene e vissuta dentro quella libertà che la grazia rende capace di orientarsi verso il proprio fine.

Nella parte conclusiva della catechesi Leone XIV si sofferma sull’intelligenza, sulla coscienza e sulla libertà, indicate dalla Gaudium et Spes come espressioni particolarmente alte della dignità umana. Il Papa le presenta unite tra loro: l’intelligenza apre l’uomo alla ricerca della verità, la coscienza permette di riconoscere quella verità come capace di interpellare la vita e la libertà rende possibile una risposta personale e responsabile.

È soprattutto il rapporto tra coscienza e verità a meritare attenzione. Il Concilio definisce la coscienza «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo», precisando nello stesso passaggio che in essa l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi. Leone XIV riprende fedelmente questa impostazione quando afferma che nella coscienza la verità viene riconosciuta come tale e la libertà può sperimentarla come proprio fondamento.

La coscienza appare così nella sua autentica grandezza. Essa è il luogo interiore nel quale la persona si pone davanti alla verità e assume la responsabilità delle proprie scelte. La sua dignità cresce nella ricerca sincera del bene e nella disponibilità a lasciarsi formare, perché anche la coscienza può essere oscurata quando l’abitudine al peccato rende più difficile riconoscere ciò che è vero.

La libertà si comprende nella stessa prospettiva. La Gaudium et Spes la considera un segno privilegiato dell’immagine divina e la lega alla scelta consapevole del bene. Leone XIV conduce questo tema fino all’azione dello Spirito Santo, che in Cristo rende l’uomo realmente libero e gli permette di vivere la propria dignità di figlio di Dio. La libertà cristiana acquista così la forma di una risposta alla verità ricevuta, capace di condurre la persona verso la pienezza alla quale è chiamata.

Il percorso arriva naturalmente a Cristo. Il Papa riprende ancora una volta la grande affermazione del numero 22 della Gaudium et Spes: «Solo in lui trova vera luce il mistero dell’uomo». È una frase che sta diventando la chiave di tutto questo ciclo di catechesi, perché impedisce di separare la riflessione sull’uomo dalla rivelazione di Dio.

Cristo svela all’uomo la sua origine e la sua vocazione, porta luce anche sull’esperienza del dolore e apre davanti alla morte un orizzonte che nessuna prospettiva puramente terrena può offrire. La dignità del corpo trova il proprio compimento nella risurrezione e quella della persona intera si apre alla vita piena promessa dal Signore. La salvezza cristiana riguarda dunque l’uomo nella totalità del suo essere e conduce a compimento il dono iniziato nell’atto stesso della creazione.

Questa seconda catechesi ci aiuta così a comprendere con maggiore precisione quale antropologia Leone XIV stia raccogliendo dalla Gaudium et Spes. L’uomo riceve la propria dignità da Dio e la porta dentro una libertà ferita, bisognosa della grazia; il corpo appartiene alla verità della persona e la coscienza trova la propria grandezza nella capacità di riconoscere il bene. Tutto rimane orientato a Cristo, nel quale la vocazione umana viene finalmente illuminata e portata alla sua pienezza.

Quando il Papa conclude chiedendo di promuovere e difendere sempre la dignità umana «con la luce e la forza del Vangelo», ci consegna anche il criterio con cui affrontare le questioni che verranno nelle prossime catechesi. La Chiesa può parlare dell’uomo al nostro tempo perché custodisce una verità sull’uomo che non nasce dalle mode culturali e non dipende dai rapporti di forza.

Nasce dallo sguardo di Dio sulla sua creatura e trova in Cristo il proprio compimento.

È da lì che anche noi dobbiamo continuare a guardare l’uomo.

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