Conclusione teologica del cammino diocesano 2025-2026
don Mario Proietti, C.PP.S.
Quando, all’inizio dell’anno pastorale, abbiamo iniziato il cammino diocesano Date ragione della speranza che è in voi, il programma ci proponeva un itinerario scandito attorno all’uomo, a Gesù Cristo e alla Chiesa. Rileggendo oggi l’intero percorso, si comprende meglio come quelle tappe appartenessero a un unico movimento teologico, nel quale la domanda sull’uomo conduceva verso Cristo e l’incontro con Cristo apriva necessariamente alla Chiesa, perché la speranza cristiana non rimane mai un fatto privato, ma genera una vita condivisa e una responsabilità dentro la storia.
Il cammino è cominciato dalla terra, dall’uomo plasmato dalla polvere e reso vivente dal soffio di Dio. In quella immagine originaria della Genesi abbiamo ritrovato una verità elementare, che la cultura contemporanea tende facilmente a rimuovere: la vita non ce la siamo data. La creaturalità non diminuisce la dignità dell’uomo; la fonda, perché la nostra esistenza nasce da un dono e porta dentro di sé una relazione originaria con Colui dal quale proviene. Da qui si comprende anche la vocazione alla comunione, espressa nella differenza tra uomo e donna, e si comprende la gravità della trasgressione, che comincia quando l’uomo smette di fidarsi del volto di Dio e interpreta la propria libertà come possibilità di bastare a se stesso.
Il racconto biblico, proprio nel punto in cui la libertà si ferisce e l’uomo si nasconde, lascia emergere una parola che ha accompagnato tutto il seguito del percorso: «Dove sei?». Dio cerca l’uomo dentro il luogo nel quale si è sottratto alla relazione e riapre con lui una storia. La speranza nasce qui, nell’iniziativa di Dio che continua a rivolgere la parola alla creatura ferita, la riconduce alla verità di ciò che è accaduto e le impedisce di identificare il proprio futuro con il fallimento compiuto. La salvezza comincia quindi come visita di Dio alla storia umana e prepara già il passaggio verso il mistero dell’Incarnazione.
In Cristo questa visita raggiunge una forma definitiva. Il Verbo assume realmente la carne, entra nella condizione umana e la percorre dall’interno, così che la speranza cristiana riceve un volto e una storia concreta. La Trasfigurazione ci ha mostrato la gloria presente nella carne del Figlio, mentre il Cenacolo ci ha fatto comprendere come quella gloria si esprima nel servizio e nella consegna. Gesù si inginocchia davanti ai discepoli, lava loro i piedi e conduce quel gesto fino alla croce, dove l’Agnello immolato manifesta una libertà capace di amare anche dentro la violenza subita. La Pasqua appare così come il compimento di una vita interamente donata al Padre e agli uomini.
Il percorso ci ha chiesto anche di entrare nel silenzio del sepolcro, perché la speranza cristiana deve saper attraversare i luoghi nei quali l’evidenza sembra venir meno. Il Sabato Santo custodisce proprio questa esperienza: la promessa rimane quando ancora non se ne vede il compimento. Cristo discende fino alla condizione dei morti e raggiunge l’uomo anche là dove ogni capacità di agire è cessata. Da questo silenzio lo sguardo si è poi aperto alla visione del Risorto come Signore della storia, all’Agnello vivo che l’Apocalisse pone al centro del tempo e che impedisce al credente di consegnare l’ultima parola al caos, alla violenza o alla paura.
A questo punto la riflessione sulla Chiesa nasceva quasi inevitabilmente. Se la Pasqua introduce una vita nuova nella storia, questa vita prende forma in un popolo convocato. Dire «Credo la Chiesa» significa riconoscere che la comunità cristiana vive di un dono che la precede, riceve la propria esistenza da Cristo e trova nello Spirito la forza per continuare a essere luogo di comunione e di testimonianza. Le strutture, i ministeri e i programmi pastorali acquistano il loro significato dentro questa realtà più profonda, perché la Chiesa rimane fedele a se stessa quando ciò che organizza nasce da ciò che ha ricevuto.
Proprio qui, almeno per me, è emersa una delle domande più forti dell’intero itinerario: siamo ancora capaci di generare cristiani? Le nostre comunità continuano a celebrare sacramenti, custodiscono edifici e tradizioni che hanno sostenuto la fede di molte generazioni, mentre cresce sotto i nostri occhi la difficoltà della trasmissione. Possiamo sacramentalizzare molto e generare poco, mantenere un impianto pastorale riconoscibile e accorgerci che sempre meno persone entrano realmente in un’esperienza cristiana capace di accompagnare l’intera esistenza. Questa domanda non riguarda soltanto l’efficienza delle nostre attività; tocca la natura stessa della Chiesa, chiamata a ricevere il Vangelo e a consegnarlo in modo fecondo.
La vocazione universale alla santità ha riportato questa fecondità alla vita concreta dei battezzati, mostrando che una comunità cristiana genera quando accompagna persone nelle quali il Vangelo diventa forma dell’esistenza. La riflessione sulle vocazioni ha ricordato che la grazia prende strade differenti e continua a chiamare dentro il nostro tempo; la dottrina sociale della Chiesa ha allargato ulteriormente l’orizzonte, perché la fede ricevuta entra nel lavoro, nell’economia, nelle responsabilità pubbliche e nel bene comune. La speranza ecclesiale, proprio per questo, non può essere ridotta alla conservazione di ciò che già esiste: vive quando produce testimonianza, suscita disponibilità al dono e rende la presenza di Cristo riconoscibile nel tessuto reale della società.
La conclusione mariana ha raccolto questo movimento con una profondità particolare. In Maria la Parola viene accolta fino a diventare carne, e la fede appare come disponibilità a lasciare spazio all’opera di Dio. Per questo il titolo di Madre della Chiesa non costituisce un’aggiunta devozionale alla fine del percorso: mostra in una persona ciò che la Chiesa è chiamata a vivere. Essa riceve Cristo, lo custodisce e lo genera nella storia, accompagnando uomini e donne perché possano incontrarlo dentro la propria vita.
Rileggendo ora il cammino nel suo insieme, la speranza cristiana appare come la forma di un’esistenza che sa di essere stata creata, raggiunta dalla misericordia e ricondotta a Dio in Cristo, fino a diventare parte di un popolo chiamato a testimoniare ciò che ha ricevuto. Essa nasce dalla memoria della fedeltà di Dio e proprio per questo apre alla responsabilità. Dare ragione della speranza significa allora lasciare che la fede diventi visibile nel modo in cui una comunità vive, accompagna le persone, custodisce i legami e affronta il proprio tempo senza paura di interrogarsi.
Qui il percorso formativo raggiunge il suo compimento e, nello stesso tempo, consegna alla Chiesa diocesana il lavoro più esigente. Ogni generazione ha bisogno di incontrare Cristo, e nessuna struttura può sostituire quell’incontro. La tradizione rimane viva quando ciò che abbiamo ricevuto viene nuovamente consegnato dentro relazioni capaci di generare alla fede, con il coraggio di riconoscere ciò che nel nostro modo di essere Chiesa favorisce questa nascita e ciò che, invece, rischia di custodire soltanto forme divenute sterili.
Se qualcuno ci chiederà ragione della speranza che è in noi, le parole conserveranno tutta la loro importanza, perché la fede ha bisogno di essere pensata e annunciata con chiarezza. La loro verità sarà però riconoscibile soprattutto nella forma delle nostre comunità e nella loro capacità di generare alla fede, accompagnando uomini e donne fino a scoprire che la vita può ancora essere consegnata a Cristo e che il Risorto continua ad abitare questo tempo. È questa, alla fine, la responsabilità che il cammino ci lascia.
don Mario Proietti, C.PP.S.