Quanto è accaduto nei giorni scorsi ad Assisi durante il pellegrinaggio della Fraternità Sacerdotale San Pio X merita di essere osservato con attenzione, soprattutto perché si colloca in un momento nel quale il rapporto tra la Fraternità e la Santa Sede ha assunto una configurazione nuova e molto più grave rispetto al passato. Le consacrazioni episcopali del 1° luglio e il successivo pronunciamento della Santa Sede hanno infatti spostato il problema dal terreno, già delicato, delle divergenze liturgiche e dottrinali a quello della comunione ecclesiale, rendendo ogni episodio successivo inevitabilmente più carico di significato.
La Fraternità ha diffuso un comunicato nel quale denuncia il divieto di accedere alla Basilica come gruppo organizzato e legge quanto avvenuto alla luce di una contrapposizione immediatamente comprensibile sul piano emotivo: da una parte l’accoglienza riservata ad Assisi ai rappresentanti delle altre religioni, dall’altra l’esclusione di coloro che affermano di voler «restare figli della Chiesa Cattolica Apostolica Romana senza compromessi». È una rappresentazione molto efficace, soprattutto per chi da anni interpreta la crisi ecclesiale attraverso la convinzione che la Tradizione venga progressivamente emarginata proprio mentre ogni altra presenza religiosa trova spazio e riconoscimento. Proprio per questo è necessario guardare ai fatti con precisione, evitando che la forza simbolica della scena finisca per sostituire la sostanza della questione.
Dallo stesso racconto offerto dalla Fraternità emerge che ai singoli fedeli non sarebbe stato impedito l’ingresso nella Basilica per la preghiera personale; il problema riguardava la presenza pubblica e organizzata della Fraternità come tale. Questa distinzione acquista oggi un peso particolare, perché dopo le recenti consacrazioni episcopali, compiute senza mandato pontificio e contro la volontà espressa del Romano Pontefice, la Santa Sede ha giudicato quell’atto come configurante il delitto di scisma e ha dichiarato che i ministri sacri appartenenti alla Fraternità devono essere considerati in questa situazione.
Da qui nasce il vero problema ecclesiologico. La Fraternità continua a riconoscere formalmente il Romano Pontefice e, nello stesso tempo, ritiene possibile disattenderne il comando quando giudica che la custodia della Tradizione o la continuità della propria missione lo rendano necessario. È quanto è avvenuto con le consacrazioni episcopali: il Papa aveva espresso chiaramente la propria volontà, la Fraternità ha scelto di procedere ugualmente, appellandosi a una situazione di necessità che, nel suo giudizio, avrebbe reso legittima la disobbedienza.
La domanda decisiva riguarda allora il criterio con cui si stabilisce se quella necessità esista davvero e se un comando del Romano Pontefice possa essere disatteso in nome di una fedeltà superiore. Se la risposta viene affidata alla valutazione della stessa Fraternità, il riconoscimento dell’autorità pontificia rimane formalmente intatto e viene però sottoposto, nell’esercizio concreto, a un criterio ulteriore, coincidente con la lettura che la Fraternità dà della crisi della Chiesa e della Tradizione.
È qui che il significato della Tradizione diventa decisivo. La Tradizione cattolica non è una realtà esterna alla Chiesa, posta sopra di essa come una misura che ciascun gruppo possa autonomamente impugnare per giudicare quando l’autorità rimane fedele e quando perda il diritto di essere obbedita. Essa vive nella Chiesa, viene trasmessa nella Chiesa e appartiene a quella comunione visibile che Cristo ha affidato agli Apostoli, con la particolare funzione riconosciuta a Pietro e ai suoi successori.
Questo non rende ogni decisione ecclesiastica intangibile o sottratta a ogni valutazione prudenziale. La storia della Chiesa conosce errori di governo, scelte infelici e periodi nei quali i fedeli hanno sofferto proprio a causa delle debolezze dei loro pastori. Conosce anche santi e teologi che hanno ammonito con libertà le autorità ecclesiastiche, restando però dentro la comunione della Chiesa e senza trasformare il proprio giudizio sulla crisi in un principio alternativo di autorità.
Il tema scelto dalla Fraternità per il pellegrinaggio di quest’anno rende il problema ancora più evidente. La frase di san Francesco, «Pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni», possiede una profondità spirituale che nasce dal contesto dell’obbedienza religiosa e dalla capacità di conservare la carità anche quando il suddito ritiene di non poter eseguire una determinata disposizione. Applicare direttamente questa parola alla consacrazione di vescovi compiuta contro la volontà del Papa richiede però un passaggio che non può essere considerato automatico, perché un conto è il discernimento personale davanti a un comando ritenuto ingiusto, altro è la decisione di assicurare autonomamente una successione episcopale destinata a garantire il futuro di una struttura ecclesiale contro il giudizio dell’autorità suprema della Chiesa.
Anche il paragone con l’incontro interreligioso di Assisi ha bisogno di essere ricollocato nel suo giusto piano. È certamente possibile discutere sull’opportunità di alcune forme assunte negli anni dal dialogo interreligioso, e le immagini legate ad Assisi hanno suscitato interrogativi seri anche in fedeli pienamente inseriti nella comunione ecclesiale. La preoccupazione che l’unicità salvifica di Cristo rimanga sempre evidente e che nessun gesto possa suggerire un’equivalenza tra le religioni appartiene alla legittima sensibilità cattolica e non dovrebbe essere liquidata con superficialità.
Questa preoccupazione non rende equivalenti le due situazioni. Quando un musulmano, un ebreo o un appartenente a un’altra religione viene accolto per un incontro dedicato alla pace, nessuno lo considera ministro della Chiesa cattolica e nessuno gli attribuisce una missione ecclesiale al suo interno. La Fraternità San Pio X rivendica invece di agire pienamente dentro la Chiesa cattolica, con sacerdoti e vescovi che esercitano un ministero ecclesiastico, mentre l’autorità suprema della Chiesa ha giudicato le recenti consacrazioni come un atto scismatico. La differenza tra le due situazioni riguarda quindi la loro diversa natura ecclesiologica.
Accostare i due fatti consente comunque di costruire una rappresentazione molto efficace, nella quale le porte apparirebbero aperte a tutti e chiuse soltanto a coloro che intendono custodire integralmente la fede cattolica. Se Roma condanna le consacrazioni, la condanna può essere letta come persecuzione della Tradizione; se un’autorità ecclesiastica limita una presenza pubblica della Fraternità, il provvedimento può diventare prova dell’esclusione dei veri cattolici; se Assisi accoglie esponenti di altre religioni, quella presenza viene immediatamente contrapposta alla Fraternità per mostrare una Chiesa che avrebbe ormai smarrito il senso della propria identità.
È in questo passaggio che il racconto di persecuzione acquista una forza particolare, perché ogni reazione dell’autorità tende a confermare la premessa da cui si era partiti. Il rischio, per i fedeli che vivono all’interno di questo mondo, è che il giudizio della Chiesa venga ricevuto già attraverso una lente che lo interpreta come segno di un’autorità infedele proprio alla Tradizione che pretende di custodire.
Occorre parlare di tutto questo con rispetto verso quanti cercano sinceramente una vita cristiana seria, amano la liturgia tradizionale e desiderano una fede trasmessa con chiarezza. Molti di loro hanno conosciuto confusione, superficialità liturgica e debolezza dottrinale, e sarebbe ingiusto ignorare quanto queste esperienze abbiano inciso sulle loro scelte e sul loro modo di guardare alla Chiesa.
Davanti a questa ricerca sincera, la domanda decisiva non può essere aggirata: fino a che punto la Tradizione cattolica può essere invocata per giustificare una disobbedienza che arriva alla consacrazione di vescovi contro la volontà del Successore di Pietro, e che cosa accade quando il giudizio ecclesiale su quella scelta viene interpretato come un’ulteriore prova del fatto che soltanto chi resiste sarebbe rimasto veramente fedele?
La vicenda di Assisi assume così un significato che va oltre il singolo episodio. Mostra una Fraternità che, dopo aver scelto di procedere nelle consacrazioni episcopali contro la volontà del Papa, sembra entrare sempre più profondamente in una fase nella quale le conseguenze ecclesiali di quella scelta vengono comprese come segni della persecuzione subita a motivo della propria fedeltà.
La professione della fede cattolica, però, non riguarda soltanto la custodia della retta dottrina o della liturgia ricevuta, e comprende anche la confessione della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, visibilmente raccolta nella comunione dei suoi pastori e attorno al Successore di Pietro. È su questo terreno che oggi si misura la questione più profonda posta dalla Fraternità San Pio X: il significato concreto dell’unità della Chiesa e il limite oltre il quale la resistenza, anche quando nasce dalla convinzione di difendere la Tradizione, finisce per trasformare il rapporto con l’autorità ecclesiale in qualcosa di diverso dalla comunione cattolica.

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