don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Cari amici, leggendo il discorso rivolto ieri da Papa Leone XIV ai membri della Conferenza Episcopale Latina nelle Regioni Arabe, ho avuto la sensazione di ritrovare qualcosa che avevamo già incontrato molte volte nel corso di questo pontificato. Alcune parole ritornano, certe immagini sembrano richiamarsi e, dopo oltre un anno di ministero petrino, comincia a delinearsi con una certa chiarezza il volto del vescovo che Leone XIV sta proponendo alla Chiesa.

Il Papa parte quasi sempre dalla vita concreta delle comunità affidate ai Pastori. Parla delle loro fatiche, delle trasformazioni che stanno attraversando, delle persone che rischiano di rimanere ai margini e della fede che deve essere custodita e trasmessa. Dentro situazioni anche molto diverse, il suo discorso torna con insistenza alla sorgente del ministero episcopale.

Nel settembre dello scorso anno, incontrando i vescovi ordinati nei mesi precedenti, aveva detto con una semplicità quasi disarmante che «il Vescovo è servo» e che è chiamato a «servire la fede del popolo». Il servizio veniva così ricondotto all’identità stessa del Pastore e al modo con cui Cristo ha esercitato la propria autorità.

Nelle ordinazioni episcopali dello scorso maggio era arrivata un’altra espressione che abbiamo già avuto occasione di riprendere: «Non fatevi cercare, fatevi trovare». Il vescovo viene posto dentro un popolo e il suo ministero domanda una presenza reale, capace di accompagnare chi porta responsabilità nella Chiesa e di far sentire che nessuno è lasciato solo.

Poche settimane dopo, rivolgendosi alla Conferenza Episcopale Italiana, Leone XIV aveva indicato con ancora maggiore chiarezza il centro dal quale tutto questo deve nascere: «riportare al centro il Vangelo». Proprio da lì, diceva, viene l’entusiasmo della vita dei vescovi, perché la fede nasce dall’incontro con Cristo morto e risorto, presente nella sua Chiesa.

Il discorso pronunciato ieri sembra raccogliere questi fili e consegnare un’espressione capace di illuminarli tutti: «La vostra missione non consiste semplicemente nel conservare una presenza cristiana, ma nel rendere presente Cristo».

Forse è proprio questo il punto attorno al quale il volto del vescovo che Leone XIV sta delineando comincia a diventare riconoscibile.

Rendere presente Cristo significa ricevere un popolo sapendo che quel popolo appartiene al Signore. La diocesi non è l’opera personale del vescovo e il tempo del suo episcopato non deve necessariamente lasciare dietro di sé qualcosa che porti la sua firma. Esistono strutture da amministrare, decisioni da prendere, situazioni nelle quali occorre progettare e scegliere. Tutto rimane dentro una misura più profonda che il Papa continua a chiamare fedeltà.

Ai vescovi delle Chiese latine nelle regioni arabe, molte delle quali vivono una condizione di minoranza e conoscono l’emigrazione dei fedeli, Leone XIV dice di non avere paura della piccolezza. La fecondità ecclesiale sfugge alla semplice misura dei numeri e delle risorse disponibili. Una Chiesa radicata in Cristo può continuare a generare vita anche quando le sue dimensioni diventano ridotte e la sua presenza appare socialmente meno rilevante.

È una parola che raggiunge facilmente anche le nostre Chiese. Siamo abituati a contare presenze, iniziative e risultati; osserviamo l’efficienza delle strutture e ci interroghiamo sulla capacità comunicativa delle nostre comunità. Sono dati che hanno una loro legittimità. Diventano insufficienti quando pretendono di dirci da soli se una Chiesa sia viva. Leone XIV continua a riportare il giudizio verso un’altra domanda: quanto quella comunità rimane radicata nel Vangelo e quanto, attraverso la sua vita, Cristo diventa realmente presente?

Da qui nasce anche la vicinanza del vescovo alla propria gente. Nel discorso alla CELRA il Papa chiede Pastori capaci di condividere le ferite del popolo, ascoltare e consolare, perché attraverso la loro presenza diventi percepibile la vicinanza stessa di Dio. La prossimità pastorale non è allora una tecnica relazionale e neppure una questione di stile personale. Appartiene al modo con cui il ministero rende visibile Colui che si è fatto vicino all’uomo.

Dentro questa stessa visione trovano posto i poveri, i migranti e le famiglie ferite dalle difficoltà. Leone XIV richiama contemporaneamente l’annuncio del Vangelo, la preghiera, i Sacramenti e la formazione cristiana. Una Chiesa che serve trae continuamente la propria vita dalla sorgente che celebra. Il gesto di carità diventa così espressione di una presenza ricevuta prima ancora che costruita.

Mentre leggevo queste parole mi sono tornati alla mente tre episodi molto diversi che proprio in questi giorni hanno portato alcuni vescovi italiani sulle pagine dei giornali. Come spesso accade, il racconto pubblico si è concentrato soprattutto sull’aspetto più vistoso. Il ministero episcopale, però, emerge forse meglio quando proviamo a guardare ciò che quei gesti esprimono al di là del clamore che li ha accompagnati.

A Biancavilla l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, è intervenuto durante la conclusione della celebrazione in onore della Madonna dell’Elemosina richiamando il sindaco al rispetto del ruolo di chi presiede la liturgia e scegliendo poi di non impartire la prevista benedizione papale. Il gesto ha suscitato discussioni e reazioni. Il giorno successivo Renna ha scritto al sindaco e alla comunità, spiegando di avere voluto tutelare la sacralità dell’azione liturgica e chiedendo sinceramente scusa per le modalità con cui era intervenuto.

Questa seconda parte della vicenda mi sembra inseparabile dalla prima. Il vescovo ha ritenuto di dover stabilire un limite dentro la celebrazione e, successivamente, si è assunto la responsabilità del modo con cui lo aveva fatto. L’autorità pastorale non diventa più debole quando sa riconoscere che una decisione ritenuta giusta avrebbe potuto essere espressa diversamente. In quel gesto emerge anche la libertà di chi sa che l’autorità ricevuta non serve a proteggere la propria persona.

A Grimaldi di Ventimiglia la situazione è stata ancora diversa. Dopo l’utilizzo non autorizzato della chiesa dei Santi Angeli Custodi per la realizzazione di uno spot commerciale, il vescovo Antonio Suetta ha riscontrato gli estremi della profanazione, sospendendo temporaneamente le celebrazioni fino al rito penitenziale di riparazione previsto per oggi. La decisione è stata assunta richiamandosi espressamente alla disciplina canonica e alla necessità di custodire la santità della casa del Signore.

Qui l’esercizio dell’autorità episcopale prende la forma della custodia di una soglia. Una chiesa rimane un luogo sottratto alla disponibilità indiscriminata proprio perché è stato dedicato al culto di Dio. In una cultura nella quale qualsiasi spazio rischia di diventare ambientazione per un prodotto o materiale per la comunicazione, la decisione del vescovo ricorda che esistono realtà il cui significato precede l’uso che qualcuno decide di farne.

Il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia si è trovato davanti a una questione ancora diversa. Dopo l’approvazione da parte del Consiglio regionale del Veneto della legge sul suicidio medicalmente assistito, ha espresso pubblicamente amarezza e preoccupazione, richiamando soprattutto la condizione delle persone fragili e sole e il rischio di un mutamento culturale nel modo di percepire la dignità della vita. Il suo intervento si inseriva in una riflessione già avviata nei mesi precedenti sul fine vita e sulla responsabilità di accompagnare il malato.

Qui il vescovo prende la parola nello spazio pubblico. Non dispone di una legge civile e non decide al posto delle istituzioni. Porta dentro quel dibattito una parola che nasce dalla visione cristiana dell’uomo e dalla responsabilità di custodire specialmente chi, proprio a causa della propria fragilità, rischia di avere meno voce.

Sono gesti episcopali molto differenti e ciascuno può essere discusso nelle modalità concrete con cui è stato compiuto. Proprio questa diversità aiuta a uscire dall’immagine impoverita del vescovo come figura chiamata soltanto a mediare, rassicurare o evitare tensioni.

Ci sono circostanze nelle quali il Pastore deve consolare e altre nelle quali deve porre un limite. Può essere chiamato a custodire la santità di un luogo o a pronunciare pubblicamente una parola che entrerà inevitabilmente in conflitto con una parte della cultura dominante. Talvolta dovrà anche tornare sul modo con cui ha esercitato la propria autorità e riconoscere una ferita provocata senza rinunciare alla responsabilità che aveva originato il suo intervento.

È dentro questa complessità che le parole di Leone XIV acquistano maggiore concretezza. Quando il Papa chiede ai vescovi di essere vicini al popolo non sta descrivendo una vicinanza priva di responsabilità. Quando parla di servizio non svuota l’autorità ricevuta con l’ordinazione episcopale. Quando invita al dialogo ricorda nello stesso discorso che l’incontro con l’altro nasce da un’identità vissuta senza paura. Il vescovo resta Pastore proprio mentre accompagna, governa, custodisce la fede e prende la parola quando la dignità della persona viene coinvolta.

C’è poi un’altra frase del discorso di ieri che aiuta a comprendere tutto questo: «Non cercate anzitutto il successo o il riconoscimento: cercate la fedeltà». Per un vescovo è probabilmente una delle libertà più difficili. Ogni decisione viene osservata, commentata e spesso trasformata in schieramento nel giro di poche ore. Un gesto liturgico diventa un caso nazionale, una disposizione canonica viene letta come battaglia culturale, una parola sulla vita umana finisce immediatamente dentro categorie politiche. Il Pastore rischia così di essere giudicato secondo il consenso prodotto o secondo il numero di reazioni raccolte.

Leone XIV propone un’altra misura. Al vescovo appartiene la semina, mentre la crescita rimane nelle mani di Dio. Forse qui si comprende anche perché il Papa ritorni tanto spesso sulla preghiera, sul Vangelo e sui Sacramenti. Solo un uomo che sa di non essere il padrone del campo può accettare di seminare senza avere la garanzia di assistere al raccolto. Solo un Pastore che riconosce di avere ricevuto il gregge può governarlo senza appropriarsene.

Rileggendo insieme gli interventi di questi mesi, l’immagine appare ormai abbastanza nitida. Il vescovo serve la fede del popolo, si lascia trovare, riporta il Vangelo al centro e custodisce la comunione. Ora Leone XIV aggiunge qualcosa che sembra raccogliere tutto: rende presente Cristo.

Forse è proprio questa la sorgente alla quale il Papa sta riconducendo lentamente il ministero episcopale. Cristo chiama Pietro, gli affida le sue pecore e gli domanda di pascerle. Quel gregge rimane suo.

Per questo il vescovo può conoscere giorni nei quali dovrà consolare e giorni nei quali la fedeltà gli chiederà una parola scomoda. Potrà sperimentare la gratitudine del suo popolo e incontrarne anche l’incomprensione. La questione decisiva rimarrà sempre la stessa: se attraverso la sua presenza, le sue scelte e perfino attraverso il modo con cui saprà riconoscere i propri errori, il popolo affidato alla sua cura potrà incontrare più chiaramente Cristo.

Perché alla fine il vescovo non è chiamato a lasciare il proprio nome nella storia di una diocesi. Il suo nome resterà forse nella cronotassi, accanto a molti altri, custodito per qualche tempo dalla memoria degli uomini e poi lentamente consegnato al silenzio delle generazioni. Potrà accadere che, dopo decenni, pochi ricordino le sue opere, le decisioni prese, le difficoltà attraversate o perfino il volto con cui ha abitato quella Chiesa.

Eppure la parte più vera del suo ministero potrebbe essere proprio quella che nessuna cronaca riuscirà mai a registrare. Saranno le persone che attraverso la sua parola hanno ritrovato la fede, quelle che nei Sacramenti hanno incontrato nuovamente Cristo, quelle che in un momento di smarrimento hanno riconosciuto nella Chiesa una casa e quelle che, forse senza che il loro vescovo lo abbia mai saputo, hanno ricevuto attraverso il suo ministero una luce capace di accompagnarle fino alla fine. È questa la storia che non si chiude negli archivi.

Un giorno il nome del vescovo potrà essere quasi dimenticato sulla terra. Davanti a Dio resterà ciò che quel nome avrà servito. E forse allora, nella comunione dei santi, egli riconoscerà volti che non ricordava più e ne incontrerà altri che non aveva mai conosciuto, scoprendo quanto lontano fosse arrivato un seme affidato alla fedeltà del suo ministero.

Lì comprenderà finalmente che il suo compito non era fermare la storia del mondo attorno al proprio nome, bensì lasciare che Cristo attraversasse, anche attraverso di lui, la storia delle persone affidate alla sua cura.

E quando ogni cronotassi sarà diventata soltanto memoria della Chiesa pellegrina, rimarrà la storia che davvero conta: quella delle anime raccolte in Cristo, nell’unico gregge e sotto l’unico Pastore. Forse è questa, alla fine, la grandezza nascosta di un vescovo: poter scomparire dalla memoria degli uomini sapendo di avere lavorato perché nessuno di quelli affidati alla sua cura andasse perduto nell’eternità.

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