Quando il racconto del cammino precede la realtà delle Chiese

Quando uscì il documento della CEI affidato ai sei Vescovi, mi sorse un dubbio che ora torna con maggiore forza. Quel testo sembrava ricondurre il cammino sinodale verso alcune istanze pastorali condivisibili e più facilmente riconoscibili nella vita delle comunità. Il quadro precedente restava pienamente in vigore. Le diocesi avrebbero potuto recepirlo in modi molto diversi.
Alcune si sarebbero attenute alle priorità indicate dalla CEI. Altre, desiderose di mostrare una maggiore sensibilità sinodale, avrebbero ampliato il campo delle iniziative e delle trasformazioni. Con il tempo sarebbero potute emergere discrepanze sempre più profonde tra Chiese locali: non la legittima diversità pastorale che appartiene alla vita della Chiesa, quanto differenti modi di intendere la partecipazione, l’esercizio dell’autorità e la stessa identità della sinodalità.
Il nuovo documento della Segreteria Generale del Sinodo, Fare memoria. Accompagnare la preparazione dell’Assemblea di valutazione della Chiesa locale, rende questa questione molto più concreta.
Il testo accompagna le diocesi verso le Assemblee previste nel primo semestre del 2027. Chiede di raccogliere la memoria del cammino compiuto, preparare un resoconto narrativo, celebrare un’Assemblea di valutazione e scrivere una lettera alle altre Chiese. Il resoconto dovrà avere orientativamente sei-otto pagine; la lettera circa due. I testi, validati dal Vescovo, dovranno essere trasmessi entro il 30 giugno 2027.
Non sarebbe corretto attribuire alla Segreteria del Sinodo la responsabilità della situazione che ora si profila. Il calendario era conosciuto. Le diocesi sapevano che il primo semestre del 2027 sarebbe stato dedicato alla valutazione del percorso. La Segreteria sta compiendo il proprio lavoro: rende operative tappe già annunciate e offre strumenti per realizzarle.
Proprio questo passaggio rende il momento più severo. Finora molte indicazioni potevano restare sul piano delle intenzioni. Si poteva parlare di sinodalità, rinviare le scelte e concludere con un rassicurante «vedremo». Ora si passa al «facciamo». Occorre mostrare che cosa sia realmente avvenuto, quali frutti siano maturati e quali trasformazioni abbiano attraversato la vita della Chiesa locale.
Il documento riconosce apertamente che le diocesi non si trovano tutte allo stesso punto. Alcune avrebbero già sperimentato cambiamenti significativi. Altre avrebbero intravisto direzioni ancora fragili. Per alcune Chiese l’Assemblea del 2027 potrà rappresentare uno dei primi passi di un itinerario più lungo. Dove l’équipe sinodale non sia stata ancora costituita, la sua istituzione viene indicata come urgente. La Segreteria si dichiara disponibile ad accompagnare le Chiese locali che ne abbiano bisogno.
È una constatazione realistica. Il percorso è stato recepito in modo molto diseguale. Alcune diocesi vi hanno investito energie e formazione. Altre lo hanno seguito in maniera intermittente. In altri luoghi è rimasto confinato a gruppi ristretti, con un coinvolgimento modesto del clero e delle comunità parrocchiali.
La scadenza del 2027 porterà questa disomogeneità alla luce. Le diocesi che hanno realmente lavorato potranno raccontare esperienze maturate nel tempo. Quelle rimaste ferme dovranno decidere come presentarsi all’appuntamento.
Qui nasce la preoccupazione che sento più grave: il rischio di una sinodalità recitata.
La situazione ricorda quella degli studenti che hanno dormito durante l’anno e, avvicinandosi l’esame, tentano di recuperare in poche settimane. Si aprono i libri, si imparano rapidamente le formule e si spera che l’esaminatore non approfondisca troppo. La conoscenza viene sostituita dalla capacità di offrire una prestazione credibile.
Qualcosa di simile potrebbe accadere in alcune diocesi. Si ricostituiranno équipe, si organizzeranno incontri e si userà il metodo della conversazione nello Spirito. Verranno raccolte testimonianze e preparati documenti. Sarà possibile compiere questi atti in pochi mesi. Sarà molto più difficile maturare nello stesso tempo una comprensione teologica della sinodalità e del suo posto nella costituzione sacramentale della Chiesa.
Una cultura ecclesiale richiede tempo. Nasce dall’assimilazione della fede, dalla pratica costante e dalla correzione degli errori. Un lessico può essere appreso molto più rapidamente. Parole come ascolto, corresponsabilità, processi e conversione delle relazioni finiranno per comparire in ogni relazione. Resterà da capire quale realtà esprimano.
Il documento propone come domanda guida: «quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali nuovi cammini di sinodalità stanno emergendo nella nostra comunità?». Invita poi a riconoscere segni e dinamiche di trasformazione, osservando i cambiamenti avvenuti nelle relazioni e nei processi ecclesiali.
La domanda possiede un orientamento già definito. Presuppone che un volto sinodale stia emergendo e che nuovi cammini siano riconoscibili. Una diocesi nella quale queste trasformazioni siano state deboli potrebbe sentirsi giudicata ancora prima di presentare il proprio resoconto.
Potrà una Chiesa locale affermare serenamente che quasi nulla è accaduto? Potrà riconoscere che il processo ha coinvolto poche persone e non ha inciso sulla vita ordinaria? Potrà spiegare che altre urgenze pastorali hanno assorbito le energie disponibili? Potrà anche esprimere riserve teologiche su alcune interpretazioni della sinodalità?
In teoria, sì. Il documento chiede una valutazione vissuta nella verità e invita a raccogliere le difficoltà, le resistenze e i tentativi non riusciti. Nella pratica ecclesiale, una simile franchezza potrebbe risultare faticosa. Nessuna diocesi desidera apparire arretrata o poco docile. Nessun Vescovo ama presentarsi davanti alle altre Chiese dichiarando di non aver svolto il compito assegnato. Le istituzioni possiedono un naturale istinto di conservazione della propria immagine, tratto molto umano che l’imposizione delle mani non cancella magicamente.
Potrebbe così iniziare una corsa per dimostrare di essere «in cammino». Esperienze isolate verrebbero presentate come processi diocesani. Un incontro occasionale potrebbe diventare un germoglio di corresponsabilità. La convocazione tardiva di un organismo assumerebbe il valore di una trasformazione strutturale. Un cambiamento già avvenuto per ragioni indipendenti dal Sinodo potrebbe essere riletto come frutto della recezione sinodale.
Non occorre immaginare una falsificazione deliberata. Il meccanismo può svilupparsi in modo quasi spontaneo. Quando si conoscono le categorie attraverso cui il lavoro sarà valutato, si tende a selezionare i fatti che corrispondono a quelle categorie. Ciò che non rientra nel quadro resta sullo sfondo. Ciò che vi rientra acquista un peso maggiore di quello realmente posseduto.
Il resoconto narrativo rischia allora di smarrire la propria natura. Dovrebbe essere un atto di memoria e di verità. Potrebbe diventare la dimostrazione che il percorso ha funzionato.
Il carattere narrativo facilita questa possibilità. I numeri sono ostinati e poco inclini alla devozione. Una narrazione consente di attribuire significato agli episodi, stabilire collegamenti e riconoscere processi ancora iniziali. È precisamente il lavoro richiesto dal documento. Proprio per questo sarà necessaria una grande disciplina della verità.
Una diocesi potrebbe raccontare di aver sperimentato un nuovo stile di ascolto. Resterà da domandare quante persone siano state realmente coinvolte e quale effetto concreto ne sia derivato. Potrebbe parlare di rinnovamento dei processi decisionali. Occorrerà verificare quali decisioni siano state assunte in modo differente. Potrebbe indicare una crescita della corresponsabilità. Bisognerà comprendere se siano cambiate le relazioni ecclesiali o sia semplicemente aumentato il numero delle riunioni.
Il pericolo più serio appare nella fase successiva. I resoconti diocesani confluiranno nelle valutazioni nazionali e poi nei livelli ulteriori del percorso. Se molte relazioni saranno costruite secondo le attese implicite della domanda, le sintesi concluderanno che proprio quelle trasformazioni stanno emergendo nella Chiesa.
Si produrrebbe un circuito autoreferenziale. Il processo indica i segni da cercare. Le diocesi imparano a riconoscerli nei propri racconti. Le sintesi raccolgono quei racconti e li presentano come espressione del cammino delle Chiese. Il risultato conferma le premesse da cui si era partiti.
A quel punto potrebbe diventare difficile distinguere ciò che lo Spirito ha realmente fatto maturare da ciò che il metodo ha insegnato a raccontare.
La questione investe direttamente la libertà dei Vescovi. Anche un Vescovo poco convinto di alcune direzioni del processo dovrà assumere pubblicamente una posizione. Potrà manifestare le proprie riserve e spiegare che la sua diocesi ha seguito priorità diverse. Potrà anche scegliere una partecipazione formale, sufficiente a non apparire estraneo al cammino.
Questa seconda strada sarebbe comprensibile e insieme pericolosa. Nascerebbe una dissociazione tra il linguaggio pubblico e il giudizio reale dei Pastori. Si celebrerebbero assemblee nelle quali pochi credono davvero. Si approverebbero testi corretti nel vocabolario e deboli nella convinzione. La sinodalità verrebbe rappresentata sulla scena ecclesiale senza essere entrata nella cultura della Chiesa locale.
Una Chiesa che richiama spesso la necessità della parresia dovrebbe permettere anche una parola scomoda: «Non abbiamo compiuto questo cammino», oppure: «Non abbiamo ancora compreso che cosa ci venga realmente chiesto». Anche il dissenso motivato dovrebbe trovare ascolto. La sincerità non può essere limitata alle difficoltà che confermano la bontà generale del processo.
Dire che una diocesi non ha lavorato abbastanza non equivale a respingere la sinodalità. Potrebbe costituire il primo atto autenticamente sinodale: riconoscere la realtà senza correggerla per renderla presentabile.
Resta poi la questione dei fondamenti. Una diocesi che tenta di recuperare rapidamente può adottare forme e linguaggi senza possedere criteri sufficienti per valutarli. La sinodalità rischia allora di essere interpretata come rappresentanza sociologica, riequilibrio delle categorie o trasferimento dell’autorità verso organismi assembleari.
Nella Chiesa cattolica la sinodalità può favorire l’ascolto e aiutare il discernimento del Vescovo. Riceve il proprio senso dalla comunione sacramentale e dalla missione affidata da Cristo. Non costituisce una fonte parallela di autorità. Non può giudicare dall’esterno la Rivelazione trasmessa nella Tradizione né rimodellare autonomamente il ministero apostolico.
Questi riferimenti non sono limiti imposti alla libertà dello Spirito. Sono i criteri attraverso i quali la Chiesa riconosce la sua azione. Lo Spirito Santo non conduce la Chiesa fuori dalla forma che Egli stesso le ha dato.
Il nuovo documento segna dunque un passaggio decisivo. Il tempo del «vedremo» è terminato. Comincia il tempo del «facciamo». La Segreteria chiede alle diocesi di tradurre in atti ciò che finora poteva restare concettuale. È un passaggio legittimo e necessario. Proprio la sua serietà rende visibili i ritardi e le ambiguità accumulati negli anni precedenti.
La risposta peggiore sarebbe costruire rapidamente una rappresentazione rassicurante. Il cammino sinodale non ha bisogno di diocesi che imparino a descriversi come avanzate. Ha bisogno di Chiese capaci di dire la verità su ciò che hanno vissuto.
Alcune potranno presentare frutti consistenti. Altre dovranno riconoscere un percorso appena iniziato. Qualcuna potrebbe ammettere che la sinodalità non è ancora uscita dai documenti e dalle riunioni degli addetti ai lavori. Sarebbe un risultato meno brillante e molto più utile.
Il primo criterio della valutazione del 2027 dovrebbe essere la corrispondenza tra il racconto e la realtà. Senza questa corrispondenza, le tappe successive elaboreranno una rappresentazione della Chiesa anziché ascoltare la sua vita.
La sinodalità potrà diventare una cultura ecclesiale soltanto quando non sarà necessario dimostrare di possederla. Finché una diocesi sentirà il bisogno di recitarla per superare l’esame, il processo avrà prodotto un linguaggio comune e lasciato irrisolta la questione più importante.
La prima prova di una sinodalità autentica sarà la libertà di non recitarla.
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