
Cari amici, il ricorso è ancora pendente. La Fraternità San Pio X ha però già spiegato ai propri fedeli che la condanna è invalida davanti a Dio e che a essere perseguitata sarebbe la Tradizione stessa.
Avevamo detto che il ricorso rischiava di ridursi a una finzione canonica, utile a guadagnare tempo e a rassicurare le coscienze. Oggi il Superiore generale ha reso esplicito ciò che finora poteva ancora essere negato. Con una lettera indirizzata ai fedeli, la Fraternità rivela di non aver soltanto preparato le consacrazioni, ma di aver blindato anche il racconto destinato a renderle intoccabili.
La frase più rivelatrice si trova quasi all’inizio: «Da diversi anni pregavo la Santissima Vergine affinché preparasse i cuori a questo evento storico». È una espressione che merita di essere sottolineata perché le consacrazioni non vengono presentate come una decisione improvvisa, maturata all’ultimo momento sotto la pressione degli eventi. Il Superiore generale afferma di avere pregato per anni affinché i cuori fossero preparati.
Preparati alle consacrazioni senza mandato pontificio. Preparati alla prevedibile condanna di Roma. Preparati a interpretare quella condanna come persecuzione della Tradizione. Non possiamo, ovviamente, conoscere le intenzioni interiori di chi ha assunto la decisione. Possiamo però constatare ciò che viene dichiarato apertamente: l’evento era atteso, desiderato e preparato da tempo anche sul piano spirituale e comunitario.
La lettera conferma questa impostazione. La cerimonia viene presentata come una grazia della Provvidenza. Il temporale viene letto attraverso le parole del salmo. La folla rimasta sotto la pioggia diventa l’immagine di una fede incrollabile. Le consacrazioni vengono collegate alla Madonna, al Preziosissimo Sangue e alla salvezza delle anime.
La devozione dei fedeli può essere sincera. Non risolve, però, la questione ecclesiale. La bellezza della liturgia non conferisce un mandato pontificio. La commozione non sostituisce la missione canonica. Un fenomeno atmosferico non costituisce l’approvazione divina di una disobbedienza.
Il passaggio decisivo arriva quando il Superiore generale afferma: «È la Tradizione stessa, che noi amiamo al di sopra di ogni cosa, ad essere scomunicata in tutti coloro che la incarnano». Qui la Fraternità identifica sé stessa con la Tradizione. Il meccanismo diventa semplice: se la FSSPX incarna la Tradizione, condannare la FSSPX significa condannare la Tradizione. Poiché la Tradizione non può essere condannata, il decreto romano viene dichiarato in anticipo invalido davanti a Dio.
Eppure il ricorso è ancora pendente. La Casa generalizia ha chiesto allo stesso Dicastero di riesaminare il decreto, ha invocato il Codice di diritto canonico e ha richiamato l’effetto sospensivo della pena. Prima che l’autorità competente risponda, il Superiore generale spiega già ai fedeli che la condanna è ingiusta e non può avere valore.
Il ricorso chiede un giudizio. La lettera stabilisce in anticipo quale giudizio potrà essere accettato. Se Roma accoglierà il ricorso, la Fraternità dirà di essere stata finalmente riconosciuta. Se Roma confermerà il decreto, la decisione verrà presentata come un attacco alla Tradizione. Il sistema è costruito in modo che la Fraternità non possa mai essere corretta.
Anche il richiamo alla salvezza delle anime svolge una funzione precisa. Le consacrazioni, scrive il Superiore generale, sono state compiute «per ciascuno di voi», affinché i fedeli continuino a ricevere la vera fede e i veri sacramenti. Chi dovesse interrogarsi sulla liceità dell’atto rischia così di sentirsi ingrato verso coloro che avrebbero accettato l’umiliazione proprio per salvarlo. Non è un dettaglio pastorale. È un vincolo morale molto forte.
La lettera non invita ad attendere serenamente l’esito del ricorso. Non ammette che il giudizio della Chiesa possa porre una domanda autentica alla Fraternità. Offre ai fedeli una lettura già completa degli eventi: la FSSPX custodisce la Tradizione, Roma la colpisce, la condanna non vale davanti a Dio.
A questo punto il significato del ricorso diventa problematico. Si utilizzano gli strumenti giuridici della Chiesa, mentre si neutralizza preventivamente ogni possibile decisione sfavorevole della stessa Chiesa.
La frase iniziale illumina l’intera vicenda: «Da diversi anni pregavo la Santissima Vergine affinché preparasse i cuori a questo evento storico». I cuori sono stati preparati. L’evento è stato compiuto. La risposta interna alla condanna era già disponibile.
La Tradizione cattolica non coincide però con una società sacerdotale. Essa vive nella Chiesa e viene custodita nella comunione gerarchica. Nessun gruppo può dichiararsi sua incarnazione esclusiva e usare questa pretesa per rendersi immune da ogni correzione. Il ricorso è pendente. La propaganda ha già emesso la sentenza.
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