
La diocesi affidata a Gaetano Bonanni non poteva essere governata restando alla finestra dell’episcopio. Le comunità vivevano oltre passi faticosi e dentro valli raggiungibili con lentezza. Il vescovo scelse di conoscerle camminando.
Era un gran camminatore. Bonanni preferiva raggiungere a piedi il luogo della predicazione successiva e affrontava le visite pastorali con una resistenza che impressionava la stessa Curia romana. Il territorio gli chiedeva fatica. Egli rispondeva mettendo il corpo dentro il ministero.
Con gli anni la flebite gli tolse progressivamente ciò che sembrava appartenergli per natura: la possibilità di camminare. Ogni passo divenne doloroso. Durante l’ultima visita pastorale volle ugualmente raggiungere il popolo e accettò di viaggiare in lettiga. Forse sentiva che quella sarebbe stata l’ultima occasione per rivedere i paesi della sua diocesi.
Lungo la strada da Norcia a Visso, uno dei quattro portatori lasciò uscire una parola volgare. Bonanni mise fuori la testa dalla lettiga e ordinò di fermarsi. Chiese chi fosse stato. L’uomo tentò di scusarsi. Il vescovo lo fece pagare e lo rimandò a casa.
Il sacerdote che lo accompagnava provò a fargli notare la difficoltà: in tre la lettiga non si poteva portare e il paese più vicino era lontano. Bonanni rispose: «Non importa, andate nel paese più vicino e chiamate un altro, noi aspetteremo qui». Poi intonò il rosario.
Attesero per qualche tempo nella solitudine della strada. A un certo punto il vescovo volle provare a camminare. Il dolore era lancinante. Continuò lentamente fino a Visso, recitando il rosario insieme agli accompagnatori. Don Pietro Silj, che tramandò l’episodio, osservò con un sorriso che Dio solo sapeva quanti rosari Bonanni avesse infilzato lungo quelle miglia.
L’episodio mostra un rigore che oggi può sorprenderci. Bonanni aveva orrore della bestemmia e del turpiloquio. La sua severità cominciava dalla propria vita. Non chiedeva agli altri una disciplina dalla quale si sentisse dispensato. Il corpo malato percorse a piedi la strada che avrebbe potuto evitare; la parola offensiva non fu tollerata neppure quando il prezzo ricadeva anzitutto su di lui.
Nell’episcopio viveva con la stessa austerità. Le sue stanze erano disadorne e la tavola rimaneva povera. Quella frugalità diventava carità. I risparmi servivano per soccorrere segretamente famiglie cadute nell’indigenza e per sostenere le opere della diocesi. L’orazione funebre avrebbe ricordato che sapeva togliere a se stesso persino quanto sarebbe parso necessario a un sostentamento modesto.
Istituì le Dame della Carità secondo lo spirito di san Vincenzo de’ Paoli, affidando alle donne più autorevoli della città l’assistenza degli infermi. Promosse opere rivolte ai giovani e incoraggiò l’Oratorio notturno. Chiamò più volte i Missionari del Preziosissimo Sangue affinché la predicazione conducesse il popolo a una vita rinnovata.
La carità del vescovo nasceva dalla vicinanza. Camminando vedeva le case, incontrava i parroci poveri e comprendeva quali famiglie avessero bisogno di un aiuto discreto. La visita pastorale non terminava con la relazione inviata a Roma. Continuava nelle somme risparmiate e consegnate senza rumore.
La gente imparò a conoscere quella figura austera. Sapeva che una bestemmia poteva accendere il suo sdegno. Sapeva anche che la porta delle sue camerette si apriva davanti al povero e al supplicante. L’orazione funebre ricorda la pazienza con cui ascoltava la persona più semplice e la dolcezza riservata a chi gli chiedeva aiuto.
Bonanni governava come aveva camminato: senza scegliere la strada più comoda. Portò la diocesi sulle proprie gambe finché esse lo sostennero. Quando il dolore le rese quasi inutili, continuò a cercare il popolo. Un giorno avrebbe dovuto fermarsi in due piccole stanze. Anche da lì la sua presenza avrebbe continuato a parlare.
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