
L’evangelista Matteo continua a formarci come discepoli alla scuola di Gesù. Domenica scorsa ci ha consegnato l’immagine della Parola seminata nella terra del cuore. Oggi ci conduce nello stesso campo, facendoci contemplare ciò che accade dopo la semina. Il seme buono cresce, porta in sé una promessa di frutto, e nello stesso campo compare anche la zizzania. La vita cristiana non si svolge in un terreno ideale, ripulito da ogni fatica e da ogni ambiguità. Cresce dentro la storia reale, dove il bene e il male spesso si intrecciano, dove la pazienza diventa una forma concreta della fede.
La prima lettura ci offre la chiave per entrare in questa domenica. Il libro della Sapienza contempla Dio come padrone della forza, capace di giudicare con mitezza e di governare con indulgenza. La forza di Dio non ha bisogno di imporsi con durezza. Proprio perché è Signore di tutto, Dio può attendere, correggere, aprire una via di pentimento. Il suo modo di agire educa il popolo: «il giusto deve amare gli uomini». Chi appartiene a Dio non riceve soltanto un criterio per giudicare il male; riceve un modo nuovo di guardare gli uomini.
Questo è il primo insegnamento offertoci dalla Parola di questa domenica: il Signore ci educa a distinguere con carità, a riconoscere il male con lucidità, a custodire il bene con la pazienza di chi sa che il campo appartiene a Dio. Dio è forte e proprio per questo è mite. Noi, più fragili, diventiamo spesso aggressivi.
Il salmo raccoglie questa rivelazione e la fa diventare preghiera: «Tu sei buono, Signore, e perdoni». La bontà di Dio è fedeltà che sa chinarsi sulla miseria dell’uomo, anche quando l’uomo fatica a comprenderla. Il Signore è misericordioso, pietoso, lento all’ira, ricco di amore. Chi prega con queste parole impara a respirare secondo il cuore di Dio. La pazienza del Vangelo nasce da qui. Prima di esercitarla verso gli altri, dobbiamo riconoscerla ricevuta su di noi, perché se Dio avesse strappato subito ogni zizzania dal nostro cuore, temo che il raccolto sarebbe stato piuttosto scarso.
San Paolo ci porta ancora più in profondità quando ci dice che «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza». Anche la preghiera, che pensiamo di conoscere, ha bisogno di essere abitata dallo Spirito. Non sappiamo pregare in modo conveniente. Questa confessione è liberante, perché il discepolo si presenta davanti a Dio con una debolezza da consegnare. In un mondo dove si tende a esibire solo competenze, questa Parola raggiunge tanti stanchi e oppressi che decidono di legarsi al giogo di Gesù. Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili, entra nelle nostre zone confuse e porta davanti al Padre ciò che noi non riusciamo a dire bene.
Questo passaggio è molto utile per comprendere la parabola del Vangelo. Davanti al campo dove crescono insieme grano e zizzania, anche noi spesso non sappiamo come pregare, come giudicare, come intervenire, come attendere. È proprio in queste circostanze che lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. Ci educa a pregare prima di agire, a chiedere luce quando vorremmo intervenire subito, a consegnare a Dio il giudizio quando le nostre mani diventano troppo frettolose. Solo una preghiera così diventa operativa, perché ci istruisce a fermarci prima di reagire a ciò che ci irrita e a chiedere allo Spirito dove sta il grano da custodire e quale zizzania rischiamo di strappare con mani troppo frettolose.
Nel Vangelo, il padrone del campo ha seminato buon seme. Se domenica scorsa il Signore è apparso generoso nella semina, oggi ci dice che quel seme è buono e fecondo. Dio semina bene il suo campo. Per questo la nostra attenzione deve tornare anzitutto sul seme buono. La zizzania è opera del nemico; il campo resta di Dio, e nel campo Dio ha seminato bene. Nel mondo, nella Chiesa, nelle nostre famiglie, nel cuore di ciascuno, esiste un’opera buona che viene da Lui. La presenza del male non cancella la bontà originaria della semina. Il nemico agisce di notte, mentre tutti dormono, seminando confusione nel campo. Il male non crea davvero; rovina, deforma, mescola, insidia ciò che Dio ha seminato.
I servi se ne accorgono quando lo stelo cresce e la zizzania non può più nascondersi: appare per ciò che realmente è. È comprensibile che i servi dicano: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». È la tentazione dell’intervento immediato, del giudizio rapido, della soluzione drastica. Il padrone risponde con una sapienza più grande: «No, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano». Qui Gesù ci insegna che la pazienza del padrone nasce dall’amore per il grano. Egli attende perché vuole custodire ciò che sta crescendo.
Spesso la tolleranza di Dio verso il male ci resta incomprensibile. Soffermarsi su questa parabola e comprenderla può confortarci e donarci uno sguardo nuovo verso le vicende della nostra storia e della storia degli altri. Il Signore ci dice che la zizzania esiste, la conosce e sa da dove proviene. Questa coscienza ci aiuta a non temerla. Qui interviene la virtù della pazienza. Alla sua scuola si impara a custodire il tempo della crescita del Regno, a proteggere il bene quando appare fragile e a lasciare a Dio il giudizio definitivo.
A me sembra un’ottima pedagogia per affrontare il male che incontriamo ogni giorno. In una persona, in una situazione familiare, in una comunità, anche dentro di noi, il bene può essere ancora piccolo, mescolato, immaturo. Una parola dura, un giudizio affrettato, una correzione senza carità possono sradicare anche ciò che stava crescendo. È un monito a fare attenzione alla fretta del bene. Quando la fretta perde la sapienza, produce solo danni e lo fa con un’efficienza ammirevole e tragica.
Ecco, dunque, l’istruzione per ciascuno di noi: impariamo a fare una distinzione necessaria. Il male va chiamato male, perché il nemico esiste e la zizzania non diventa grano solo perché abbiamo paura di nominarla. Il giudizio ultimo appartiene a Dio e la cura del campo chiede mitezza, vigilanza, perseveranza. Da qui nasce la domanda necessaria: quale grano devo custodire? Quale bene sta crescendo in mezzo a tante fatiche? Quale persona ha bisogno di tempo, di verità detta con carità, di una pazienza che non diventi complicità?
Il capolavoro Gesù lo compie aggiungendo la parabola del granello di senape. Il Regno comincia piccolo, entra nella storia senza fare rumore e poi cresce fino a diventare riparo. Questa immagine ci libera dalla mania delle grandezze immediate. Il bene di Dio spesso nasce in modo discreto: una parola ascoltata, un perdono preparato, una scelta onesta, una preghiera fedele quando nessuno vede. Il granello non chiede applausi. Chiede terra, tempo, custodia. Anche nella nostra vita spirituale molte cose decisive iniziano così, in una misura piccola che l’orgoglio giudicherebbe insufficiente.
Il Vangelo aggiunge poi l’immagine del lievito. Una donna lo mescola nella farina finché tutta sia lievitata. Il Regno lavora dall’interno. Non sempre si vede subito, eppure trasforma. Questo insegnamento ci libera dalla pretesa di misurare continuamente i risultati e ci invita a scegliere di essere lievito nel luogo in cui viviamo: portare una parola di pace, creare un clima meno pesante, compiere bene un servizio nascosto, custodire una presenza fedele. L’immagine del lievito è bella e importante perché il lievito non occupa tutta la scena. Entra nella pasta e la cambia da dentro. Davanti alla pretesa di diventare accentratori di tutto, protagonisti effimeri di un bene superiore alle nostre forze e sempre bisognosi di visibilità, Gesù ci insegna la bellezza del nascondimento e la potenza che ama nascondersi in ciò che il mondo ritiene irrilevante. Siamo nella piena logica dell’incarnazione.
La conclusione del Vangelo è ciò che maggiormente dovrebbe convincerci. Gesù ci dice che arriverà il tempo della mietitura e la pazienza esercitata da Dio avrà il suo trionfo, perché non cancella il giudizio e non lascia la storia nella confusione. Lui separerà il male dal bene e i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre. Questo finale dovrebbe donarci speranza e responsabilità. Speranza, perché il male non avrà l’ultima parola. Responsabilità, perché il tempo presente è tempo di crescita, di conversione, di scelta. Guai a noi se non sappiamo chiamare bene il bene e male il male. Molti soffriranno per questa confusione seminata nella notte.
Cari amici, cosa dobbiamo conservare dell’insegnamento di questa domenica? È un invito a custodire il buon grano con pazienza. Possiamo cominciare da noi stessi, riconoscendo dove il Signore ha seminato qualcosa di buono e dove il nemico ha introdotto confusione. Prima di scoraggiarci, chiediamo allo Spirito di aiutarci a pregare dentro questa lotta. Una preghiera semplice può accompagnarci: “Signore, custodisci il buon grano che hai seminato in me. Donami pazienza nel tempo della crescita e verità nel tempo della scelta”.
Possiamo poi guardare gli altri con maggiore sapienza. In famiglia, in comunità, nelle relazioni quotidiane, non tutto si corregge strappando. A volte si custodisce il bene creando condizioni perché cresca: una parola meno dura, un ascolto più attento, una correzione fatta al momento giusto, una fiducia concessa senza ingenuità. Il giusto, ci ha detto la Sapienza, deve amare gli uomini. Questo amore non chiude gli occhi sul male; tiene aperta la porta al pentimento.
È molto bello il cammino che stiamo facendo in questa ripresa del Tempo Ordinario. Gesù, dopo averci insegnato a lasciarci fecondare dalla Parola, oggi ci insegna a custodire il campo nel tempo della crescita. Dio semina il bene, sostiene la nostra debolezza con il suo Spirito, lavora nel piccolo come il granello di senape e nel nascosto come il lievito nella pasta. Impariamo, come suoi discepoli, a vivere dentro questa pazienza, fino al giorno in cui il buon grano sarà raccolto e i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre. A noi è chiesto di restare nel campo con fedeltà, custodendo il bene che Dio ha seminato e lasciando che la sua grazia lo conduca a maturazione.
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