La grande confusione che bisogna finalmente chiarire

Leggendo molti commenti sulla vicenda della Fraternità San Pio X e delle consacrazioni episcopali annunciate senza mandato pontificio, mi pare che stia emergendo un equivoco decisivo. È un equivoco sottile, ripetuto in forme diverse, spesso accompagnato da dolore sincero, da ferite reali, da preoccupazioni comprensibili. Proprio per questo va affrontato con chiarezza.

Si dice: la Fraternità ha bisogno di nuovi vescovi per continuare le ordinazioni sacerdotali, per amministrare le cresime, per garantire ai fedeli la Messa tradizionale, la dottrina sicura, la vita sacramentale, la continuità della Tradizione. Si aggiunge che i vescovi rimasti non sono giovani, che un ulteriore rinvio potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’opera, che Roma sembra non voler concedere un riconoscimento stabile, che i fedeli legati alla Tradizione si sentono spesso marginalizzati, sospettati, feriti.

Tutto questo merita attenzione. Non va liquidato con sufficienza. Sarebbe ingiusto e anche pastoralmente sciocco, e di sciocchezze pastorali ne abbiamo già viste abbastanza da riempire un calendario liturgico parallelo.

Il punto però è un altro.

Se venissero meno i vescovi della Fraternità San Pio X, non verrebbero meno i vescovi cattolici. Non verrebbe meno la successione apostolica. Non verrebbero meno i sacramenti nella Chiesa. Non verrebbe meno la possibilità di ricevere la Cresima, di essere ordinati sacerdoti, di partecipare alla vita della Chiesa cattolica. Verrebbe meno, semmai, la possibilità della Fraternità di continuare autonomamente la propria opera nella forma attuale.

Questa distinzione è decisiva.

Lo stato di necessità invocato non riguarda propriamente la Chiesa cattolica in quanto tale. Riguarda anzitutto la Fraternità. Riguarda la sua struttura, la sua continuità interna, il suo modo autonomo di provvedere ai propri fedeli, ai propri seminari, alle proprie ordinazioni, alla propria vita sacramentale. È una necessità reale per la Fraternità, non automaticamente una necessità oggettiva della Chiesa universale.

E qui bisogna fermarsi.

La Chiesa cattolica non dipende dalla Fraternità per restare cattolica. La Tradizione cattolica non coincide con la Fraternità San Pio X. Fuori dalla Fraternità non c’è il deserto della fede. Ci sono vescovi cattolici, sacerdoti cattolici, comunità cattoliche, religiosi, laici, fedeli semplici che cercano di vivere nella Chiesa, soffrendo per le sue ferite, chiedendo chiarezza, custodendo la fede, celebrando con dignità, pregando, confessando, educando, resistendo alle confusioni senza separarsi dalla comunione visibile.

Dire questo non significa negare la crisi. La crisi esiste. Esistono ambiguità dottrinali, abusi liturgici, cedimenti pastorali, parole imprudenti, scandali, decisioni che hanno ferito molti fedeli. Esiste anche una sofferenza reale di tanti cattolici legati alla liturgia tradizionale, spesso trattati come sospetti permanenti, quasi fossero ospiti tollerati nella propria casa. Questa ferita è reale e va curata.

Ma una ferita reale non autorizza qualunque rimedio.

Il passaggio pericoloso è questo: una necessità interna della Fraternità viene presentata come necessità della Chiesa. La sopravvivenza autonoma della Fraternità viene caricata di un peso teologico enorme, quasi coincidesse con la sopravvivenza stessa della Tradizione cattolica. Così il fedele semplice viene portato a pensare: se la Fraternità non avrà nuovi vescovi, la Tradizione resterà senza pastori; se Roma non concede quei vescovi, Roma vuole far morire la Tradizione; se la Fraternità procede senza mandato, lo fa per salvare ciò che Roma non vuole più custodire.

È qui che l’equivoco diventa inganno.

La domanda vera non è: come farà la Chiesa cattolica senza nuovi vescovi della Fraternità? La Chiesa cattolica continuerà ad avere vescovi, successione apostolica, sacramenti, dottrina, mezzi di salvezza, il Papa e il collegio episcopale. La domanda vera è un’altra: come farà la Fraternità San Pio X a continuare la propria opera senza vescovi propri?

Questa domanda è legittima dal punto di vista della Fraternità. Non è però sufficiente a fondare uno stato di necessità ecclesiale tale da giustificare una consacrazione episcopale senza mandato pontificio.

Il vescovo non è un funzionario sacramentale di un’opera. Non è il garante interno di una struttura. Non è il cappellano superiore di una sensibilità liturgica. Il vescovo, nella Chiesa cattolica, appartiene alla costituzione sacramentale e gerarchica della Chiesa. È inserito nella comunione apostolica, nel collegio episcopale, sotto il successore di Pietro. Per questo il mandato pontificio non è un timbro burocratico, una formalità amministrativa, una cortesia istituzionale. È il segno visibile che quell’atto appartiene alla Chiesa e non a un gruppo.

Si può dire che Roma avrebbe dovuto fare di più. Si può dire che il Papa dovrebbe parlare con maggiore chiarezza, che dovrebbe ascoltare, che dovrebbe sanare le ferite liturgiche, che dovrebbe rispondere alle ambiguità dottrinali, che dovrebbe impedire le derive del Cammino sinodale tedesco, che dovrebbe confermare i fedeli nella fede senza lasciare tutto sospeso. Sono richieste serie. Molte sono giuste.

Ma il mancato compimento di questi atti non diventa automaticamente mandato implicito alla Fraternità per consacrare vescovi. Non si può dire: poiché Roma non risponde come dovrebbe, noi procediamo come riteniamo necessario. Se questo principio fosse accettato, ogni realtà ecclesiale potrebbe costruirsi il proprio stato di necessità, il proprio episcopato, la propria obbedienza selettiva. Ognuno avrebbe la sua emergenza, il suo tribunale interno, la sua successione da garantire. Alla fine non avremmo una Chiesa più fedele, avremmo una costellazione di gruppi convinti di essere gli ultimi rimasti cattolici. Ed eccoci servita la cattolicità in versione condominio: ogni scala con il suo amministratore e il suo regolamento sacro.

La salus animarum è davvero la legge suprema della Chiesa. Ma proprio perché è la legge suprema della Chiesa, non può essere usata contro la Chiesa, contro la comunione, contro il principio visibile di unità affidato a Pietro. La salvezza delle anime non è il lasciapassare con cui una Fraternità, un movimento, una comunità o un gruppo può sospendere la struttura cattolica ogni volta che ritiene la crisi abbastanza grave.

Qui il principio morale resta semplice: un fine buono non rende buono ogni mezzo. Il fine di custodire la fede è buono. Il desiderio di preservare la Tradizione è buono. La cura dei fedeli è buona. La continuità del sacerdozio è buona. Ma un mezzo che ferisce la comunione visibile della Chiesa non diventa buono perché il fine dichiarato è santo.

È proprio questo il punto che spesso viene oscurato. La Fraternità presenta la propria continuità come servizio alla Chiesa. In parte può anche esserlo stata, quando ha custodito aspetti della tradizione liturgica e dottrinale che altrove venivano dimenticati o disprezzati. Ma nessun servizio alla Chiesa autorizza a sostituirsi alla Chiesa. Nessuna opera, per quanto possa aver prodotto frutti, diventa misura della cattolicità. Nessuna istituzione può dire: poiché noi custodiamo meglio la Tradizione, possiamo oltrepassare il mandato della Chiesa visibile.

Questo è il nodo.

Se la Fraternità dicesse semplicemente: abbiamo un problema interno di sopravvivenza episcopale, tutti comprenderebbero la difficoltà. Ma se dice: la Chiesa ha bisogno dei nostri vescovi per non perdere la Tradizione, allora sta trasformando una necessità propria in necessità universale. E questa trasformazione non è neutra. Serve a caricare l’atto di un’aura salvifica. Serve a dire ai fedeli: non stiamo provvedendo alla nostra continuità, stiamo salvando la Chiesa.

Ma la Chiesa è già custodita da Cristo. Non senza sofferenza. Non senza crisi. Non senza cattivi pastori, decisioni dolorose, ambiguità e peccati. Ma Cristo non ha promesso l’indefettibilità a una Fraternità. L’ha promessa alla sua Chiesa.

Questo non assolve Roma dalle sue responsabilità. Sarebbe comodo e falso. Roma deve curare la ferita liturgica. Deve parlare con chiarezza. Deve evitare che i fedeli legati alla Tradizione vengano trattati come un problema da contenere. Deve distinguere tra amore alla liturgia antica e rifiuto della comunione. Deve evitare che l’arbitrio di alcuni vescovi distrugga percorsi di fedeltà sincera. Deve rispondere alle confusioni dottrinali con parole limpide, non con silenzi che diventano terreno di sospetto.

Ma la colpa o l’omissione di Roma non rende automaticamente giusto un atto della Fraternità. Qui bisogna impedire il capovolgimento. Se la Fraternità consacra senza mandato, l’atto è suo. La conseguenza è dell’atto. Non si potrà dire: Roma ci ha costretti. Non si potrà dire: Roma ci ha scomunicati perché siamo cattolici. Non si potrà dire: Roma voleva farci morire, quindi ci siamo salvati da soli.

Perché il punto è proprio questo: non è la Chiesa a rischiare di morire senza la Fraternità. È la Fraternità a temere di non poter continuare senza vescovi propri.

E una necessità della Fraternità non può diventare una legge superiore alla comunione della Chiesa.

La Tradizione cattolica non è una proprietà privata. Non è una cassaforte affidata a un gruppo. Non è un territorio da difendere contro la Chiesa visibile. È la vita della Chiesa che riceve, custodisce e trasmette la fede apostolica. Separata dalla comunione, la Tradizione rischia di diventare identità di parte, memoria senza obbedienza, splendore esteriore senza cuore ecclesiale.

Per questo bisogna dire con chiarezza ai fedeli: non lasciatevi caricare addosso un ricatto spirituale. Non credete che, senza nuovi vescovi della Fraternità, la fede cattolica resti senza pastori. Non pensate che la Tradizione sopravviva solo dentro una struttura che si auto-garantisce. Non confondete la Chiesa con un gruppo, anche quando quel gruppo vi ha fatto del bene, vi ha dato una liturgia più dignitosa, vi ha offerto prediche più solide, vi ha fatto respirare una disciplina più seria.

Il bene ricevuto va riconosciuto. Non va assolutizzato.

La gratitudine non può diventare dipendenza ecclesiologica. L’affetto per un’opera non può diventare cecità davanti a un atto. La sofferenza per la crisi non può diventare licenza di separazione.

La domanda finale è semplice: lo stato di necessità è della Chiesa cattolica o della Fraternità San Pio X?

Se è della Chiesa cattolica, allora si dovrebbe dimostrare che senza i vescovi della Fraternità la Chiesa non può più custodire la fede, i sacramenti, la successione apostolica e la salvezza delle anime. Questo è falso.

Se è della Fraternità, allora va detto con onestà: la Fraternità ritiene necessario consacrare vescovi per garantire la propria continuità operativa. Ma questo non basta a rendere lecito un atto che la Chiesa non autorizza.

La Chiesa può e deve ascoltare. La Fraternità può e deve sospendere l’atto.

Solo così si resta nel campo cattolico della verità e della comunione. Tutto il resto è una confusione costruita su una identificazione indebita: Fraternità uguale Tradizione, Fraternità uguale Chiesa fedele, necessità della Fraternità uguale necessità della Chiesa.

Ecco il punto da chiarire, prima che i fedeli vengano trascinati in una scelta che non dovrebbero mai subire.

La Chiesa non è la Fraternità.

La Tradizione non è proprietà della Fraternità.

La necessità della Fraternità non è la necessità della Chiesa.

Per chi desidera seguire il confronto da cui nasce questa riflessione, rimando anche al post precedente:

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