Cari amici, domenica scorsa abbiamo contemplato la compassione del Signore davanti alla fame dell’uomo. Gesù ha visto la folla, si è lasciato toccare dalla sua povertà, ha preso il poco dei discepoli e lo ha trasformato in pane per il cammino di molti. Ora Matteo ci conduce subito oltre quel segno. La folla è stata sfamata, i discepoli hanno distribuito il pane, le ceste sono state raccolte. Dopo la compassione che nutre, Gesù introduce i suoi dentro un’altra istruzione: imparare la fede quando la sua presenza non è immediatamente visibile.

Il Vangelo dice che Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. È una parola forte. I discepoli entrano nella traversata per obbedienza. Vengono costretti e mandati. Si può essere dentro una parola ricevuta da Cristo e al tempo stesso attraversare una notte difficile. L’obbedienza al Signore non apre sempre una strada comoda; apre una strada vera, nella quale la fede viene educata.

Gesù, intanto, sale sul monte, in disparte, a pregare. Il Figlio torna al Padre. La preghiera di Gesù non appare come evasione dalla missione. È il luogo in cui la missione resta unita alla sua sorgente. Gesù porta davanti al Padre la folla incontrata, la fame raccolta, i discepoli istruiti, il pane donato. La compassione del Figlio non si consuma nell’attività; respira nella comunione con il Padre.

Qui siamo già istruiti in modo molto concreto. Anche noi spesso pensiamo la preghiera soltanto come parole da dire, domande da presentare, pratiche da compiere. Tutto questo appartiene alla vita cristiana, perché senza forme anche la devozione diventa nebbia. In questa pagina Gesù ci consegna qualcosa di più profondo: pregare significa stare davanti al Padre con ciò che abbiamo vissuto, lasciando che il cuore venga ricondotto alla sua sorgente. Dopo aver incontrato fatiche, bisogni, persone ferite, la preghiera custodisce la compassione e la purifica. Senza questo ritorno al Padre, anche la compassione può ammalarsi. Può diventare agitazione, preoccupazione continua, bisogno di salvare tutto con le proprie mani. Può perfino trasformarsi in ideologia, quando il povero diventa una bandiera, il bisogno dell’altro diventa un progetto da usare, e la carità perde il volto concreto della persona. Gesù ci mostra un’altra via: la compassione vera nasce dal cuore di Dio e torna al Padre, perché resti amore obbediente e non diventi possesso dell’uomo sull’uomo. La compassione che non prega finisce facilmente per pretendere, invadere, possedere. La compassione che torna al Padre impara a servire senza sostituirsi a Dio.

La prima lettura ci prepara a riconoscere questa presenza di Dio. Elia arriva all’Oreb ed entra in una caverna. Il Signore lo chiama fuori: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Passano il vento impetuoso, il terremoto, il fuoco. Elia riconosce il Signore nel sussurro di una brezza leggera. Dio educa il profeta a un ascolto più puro. Lo libera dal bisogno di cercarlo soltanto nei segni che scuotono. Lo conduce verso una presenza che domanda silenzio, raccoglimento, attenzione.

Anche i discepoli, sul mare, dovranno imparare qualcosa di simile. Il vento contrario occupa la scena, le onde agitano la barca, la notte allunga la fatica. Il cuore umano, quando entra nella paura, ascolta soprattutto ciò che fa rumore. La pagina di Elia ci istruisce: nel tempo agitato serve uscire dalla caverna interiore in cui ci chiudiamo e fermarci davanti a Dio. La domanda diventa pratica: quale rumore sta dominando il mio cuore? Quale vento mi impedisce di ascoltare il Signore? Perché la fede non cresce solo quando il mare si calma; cresce quando, dentro il mare agitato, impariamo a riconoscere una voce più vera della paura.

Il salmo dà forma a questa disposizione: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore». L’uomo agitato ascolta la paura, il risentimento, l’ansia che gli racconta scenari sempre peggiori con una fantasia degna di miglior causa. Il credente impara ad ascoltare Dio. Il salmo annuncia pace, mostra una terra visitata dal bene del Signore, lascia intravedere un cammino tracciato dai suoi passi. La pace nasce da un cuore che torna ad ascoltare. Per questo, quando una situazione ci inquieta, il primo gesto cristiano è fermarsi e chiedere: che cosa mi sta dicendo il Signore dentro questa traversata?

San Paolo ci mostra un altro modo di vivere davanti a Dio. Porta nel cuore un grande dolore per i suoi fratelli. Parla di una sofferenza continua, di un legame profondo con il suo popolo, di un amore che arriva a desiderare di perdere se stesso a vantaggio dei suoi consanguinei. Il suo dolore non diventa amarezza, accusa sterile o durezza religiosa. Paolo porta il peso dei suoi fratelli dentro Cristo così da trasformare il dolore in intercessione.

Qui troviamo una istruzione importante per La nostra vita spirituale. Il vento contrario non è soltanto ciò che minaccia noi. A volte è una persona che ci pesa nel cuore, una ferita familiare, una situazione ecclesiale che fa soffrire, qualcuno che amiamo e che vediamo lontano. Paolo ci insegna a non trasformare questo dolore in giudizio, a portarlo davanti a Dio, lasciando che la preghiera lo purifichi. Quando una persona ci preoccupa, possiamo smettere di rimuginarla e cominciare a intercedere per lei. È meno scenografico del lamentarsi, quindi naturalmente è più evangelico.

Il Vangelo ci riporta alla barca. I discepoli remano nella notte col vento contrario. La traversata dura a lungo e Gesù li raggiunge solo sul finire della notte, camminando sul mare. Questa lunga attesa è parte dell’istruzione che Gesù sta impartendo ai suoi. I discepoli sperimentano una forma di presenza che non coincide con il vedere subito il Maestro accanto a loro. Gesù è sul monte, davanti al Padre, e nello stesso tempo non abbandona la barca. Qui si apre una grande immagine della vita della Chiesa. Prima ancora dell’Ascensione, gli apostoli imparano che Cristo può non essere visibile agli occhi e restare realmente con i suoi.

La promessa finale del Vangelo di Matteo, «Io sono con voi tutti i giorni», comincia a essere imparata anche qui, nel buio del lago. La Chiesa attraverserà la storia spesso così: mandata da Cristo, impegnata nella traversata, esposta al vento contrario, sostenuta da una presenza che non sempre si impone ai sensi. Il Signore è davanti al Padre e viene incontro alla barca. La fede ecclesiale vive di questa certezza: Cristo prega, accompagna, raggiunge, tende la mano. La sua apparente distanza non è abbandono. È spazio in cui il discepolo impara a riconoscerlo in modo più profondo.

Quando i discepoli lo vedono camminare sul mare, gridano dalla paura: «È un fantasma!». La paura deforma lo sguardo. Il mare agitato lavora sull’immaginazione, produce fantasmi, trasforma perfino l’avvicinarsi di Cristo in una minaccia. Questo accade anche a noi. Quando il cuore è dominato dall’ansia, possiamo non riconoscere il Signore proprio mentre viene verso di noi. Una prova, una parola che ci corregge, una situazione che ci costringe a fidarci, possono sembrarci nemiche. La paura ha una fantasia potente e poco affidabile, come certi commentatori del mondo ecclesiale.

Gesù parla: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». La sua voce raggiunge i discepoli prima che il mare si plachi. La fede comincia dando credito a questa voce. Pietro risponde: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». È una domanda audace. Pietro non chiede semplicemente di camminare sull’acqua; chiede di andare verso Gesù sulla forza della sua parola. Il Signore gli dice: «Vieni!». Pietro scende dalla barca e cammina.

Finché Pietro resta orientato verso Cristo, il mare non lo inghiotte. Poi vede che il vento è forte, si impaurisce e comincia ad affondare. Il vento era presente anche prima. La differenza nasce dallo sguardo. Quando il vento occupa il cuore più della parola di Gesù, la fede perde respiro. Anche noi conosciamo questa esperienza. Iniziamo un cammino fidandoci del Signore, poi la difficoltà prende spazio, la paura cresce, l’immaginazione si agita, il passo si indebolisce. La fede non si spegne sempre in modo improvviso; a volte si ritira lentamente, perché lo sguardo ha smesso di abitare in Cristo.

Pietro grida: «Signore, salvami!». È una preghiera essenziale, povera, vera. Gesù tende subito la mano e lo afferra. La correzione arriva dentro un gesto di salvezza: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Cristo educa Pietro tenendolo per mano. Prima lo afferra, poi lo istruisce. La poca fede non viene respinta; viene salvata e condotta a maturazione. Anche questo è Vangelo per noi. Il Signore non aspetta che la nostra fede sia perfetta per avvicinarsi. Viene proprio dentro la notte in cui impariamo quanto siamo fragili.

Quando Gesù sale sulla barca, il vento cessa. I discepoli si prostrano e confessano: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». La traversata diventa rivelazione. Dopo il pane moltiplicato, i discepoli imparano a riconoscere Gesù anche nel mare agitato. Dopo aver ricevuto il pane dalle sue mani, imparano che la sua presenza sostiene la Chiesa anche quando non è subito visibile. Il Maestro che nutre la folla è lo stesso che prega sul monte, viene sul mare, tende la mano a chi affonda e conduce i suoi alla confessione della fede.

Cari amici, Gesù continua a formarci domenica dopo domenica. Dopo averci insegnato a riconoscere la vera fame e a consegnargli il poco che abbiamo, oggi ci educa a vivere la sua presenza anche quando non riusciamo a vederlo. Il discepolo impara che Cristo resta con la sua Chiesa nella traversata, prega davanti al Padre, viene incontro nella notte e tende la mano quando la fede affonda. Dentro il vento contrario, la parola decisiva resta la sua: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Una parola che, se ascoltata, vince i fantasmi del cuore.

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