Leone XIV restituisce al cristianesimo una parola che stavamo perdendo

Provate a sentire questa frase: «Quella persona si è radicalizzata». Quale immagine vi viene immediatamente alla mente? Difficilmente penserete a qualcuno che ha deciso di prendere più sul serio la propria fede, che prega con maggiore intensità o che ha finalmente scelto di vivere il Vangelo fino in fondo.
Nel linguaggio corrente una persona “radicalizzata” è diventata quasi sempre una persona sospetta. Pensiamo all’estremismo politico, al fanatismo religioso, qualche volta persino al terrorismo. Non c’è bisogno di immaginare un progetto culturale organizzato per riconoscere ciò che è accaduto: l’uso delle parole ha lavorato lentamente e la radicalità è entrata nel campo semantico del pericolo. Anche il linguaggio istituzionale contemporaneo ha contribuito a questo slittamento, utilizzando abitualmente il termine “radicalizzazione” nelle politiche di prevenzione dell’estremismo violento e del terrorismo.
Per questa ragione mi hanno particolarmente colpito le parole pronunciate da Papa Leone XIV il 6 agosto ad Assisi, durante l’incontro con i giovani. Indicando san Francesco, il Papa li ha invitati a imparare da lui «la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo». Non ha semplicemente raccomandato di evitare gli eccessi. Ha rimesso una distanza tra due parole che il nostro linguaggio tende progressivamente ad avvicinare.
La radicalità evangelica, secondo Leone XIV, non rappresenta il primo gradino di un percorso che, spinto troppo avanti, conduce al fondamentalismo. Appartiene a una logica differente. Proprio per questo la scelta delle parole del Papa acquista, a mio avviso, un’importanza che supera il contesto dell’incontro francescano: ci costringe a domandarci che cosa abbiamo cominciato a temere quando abbiamo imparato a diffidare della radicalità.
Il problema non è soltanto linguistico. Le parole educano il pensiero e, lentamente, possono educare anche la fede. Se “radicalizzarsi” significa diventare estremisti, il passo successivo viene quasi spontaneo: per evitare l’estremismo occorre evitare la radicalità. Una religione affidabile sarà allora una religione moderata, sufficientemente accomodante da non diventare mai inquietante. Anche il cristianesimo finirà per essere considerato tanto più ragionevole quanto meno pretenderà di raggiungere il fondo della vita dell’uomo.
Qui nasce un equivoco serio, perché il Vangelo non è moderato. Gesù chiede di amare i nemici e domanda al discepolo di prendere la propria croce. Il giovane ricco viene invitato a lasciare ciò che possiede per seguirlo. Pietro ascolta che dovrà perdonare oltre la contabilità umana del torto ricevuto. Nessuna di queste parole è estremista; tutte raggiungono la radice dell’esistenza. Togliere al cristianesimo questa radicalità significherebbe privarlo precisamente della forza con cui Cristo converte l’uomo.
La parola stessa ci aiuta a comprendere. Radicale viene da radix, radice. La radicalità evangelica non consiste nello spingersi sempre più lontano verso un estremo. Consiste nello scendere sempre più profondamente verso la radice, e per il cristiano questa radice ha un nome: Gesù Cristo. È una differenza decisiva. L’estremismo vive di spostamento verso il margine; la radicalità cristiana vive di approfondimento verso il centro. Il primo tende a esasperare una posizione fino a farne un’identità. La seconda lascia che Cristo raggiunga progressivamente ogni spazio della vita e lo sottoponga alla verità del Vangelo. Per questo una persona radicalmente cristiana non è necessariamente più dura. È più esigente anzitutto con se stessa, perché non può servirsi della fede soltanto per giudicare ciò che accade fuori di sé.
San Francesco permette di comprendere questa distinzione senza bisogno di costruire teorie astratte. Pochi cristiani sono stati radicali quanto lui. La sua scelta della povertà non fu simbolica, la sua sequela di Cristo non fu accomodata alle convenienze. Prese sul serio il Vangelo sine glossa, come Leone XIV ha ricordato nell’omelia della Trasfigurazione. Eppure proprio quella radicalità non lo condusse alla costituzione di una comunità contrapposta alla Chiesa. Francesco conosceva le miserie degli uomini di Chiesa del proprio tempo. Non aveva bisogno di negarle. La sua risposta fu una vita convertita più profondamente a Cristo dentro la Chiesa. Quando ricevette l’invito a ripararla, cominciò consegnando al Vangelo Francesco. È una lezione che rimane scomodissima, perché è sempre più facile individuare la parte della Chiesa che deve convertirsi che consentire alla Parola di Dio di raggiungere la parte di noi che continua a resisterle.
A questo punto appare anche la differenza con il fondamentalismo. Esso può nascere perfino dal desiderio di custodire una cosa vera. Una verità viene progressivamente isolata dalla totalità della fede e caricata di una funzione che non possiede più: deve garantire la nostra identità e stabilire il confine dal quale riconosciamo chi appartiene al campo giusto. La Tradizione, per esempio, è costitutiva della fede cattolica. Non abbiamo inventato il cristianesimo e non siamo autorizzati a reinventarlo. Riceviamo la fede dalla Chiesa e dentro una storia che ci precede. Quando la Tradizione viene identificata con una determinata epoca o con una particolare sensibilità ecclesiale, essa rischia di trasformarsi da principio vivente di trasmissione della fede in criterio identitario. Da quel momento la domanda non è più semplicemente se una cosa sia vera. Diventa importante anche sapere da quale parte provenga.
È qui che il fondamentalismo produce uno dei suoi effetti più pericolosi: rende difficile riconoscere il bene quando compare nel luogo nel quale avevamo stabilito che non dovesse trovarsi. Una parola giusta pronunciata dalla persona sbagliata viene immediatamente ridimensionata. Un gesto evangelico compiuto da chi abbiamo già classificato come avversario viene guardato con sospetto. Persino una parola del Papa può essere accolta non per ciò che effettivamente dice, bensì per la possibilità di inserirla nella narrazione che abbiamo già costruito sul suo pontificato. A quel punto la fedeltà rischia di diventare sorprendentemente selettiva proprio mentre accusa gli altri di selezionare ciò che vogliono credere. La grande tradizione cattolica ha conosciuto una libertà molto diversa. San Tommaso poteva accogliere la verità trovata in Aristotele perché non temeva che riconoscere una verità pronunciata da un pagano rendesse meno cristiana la fede. La verità appartiene a Dio prima di appartenere alle nostre appartenenze.
Questo aiuta anche a comprendere perché sarebbe un errore utilizzare le parole di Leone XIV soltanto contro gli ambienti tradizionali. Il fondamentalismo può abitare altre case e indossare abiti completamente differenti. Esiste una mentalità progressista che considera il presente come misura quasi definitiva attraverso cui la fede deve essere riletta. In quel caso il criterio identitario non viene cercato in un’immagine selettiva del passato, viene trovato nella cultura contemporanea e nelle sue categorie. Ciò che appartiene alla Tradizione rischia di essere accolto soltanto dopo avere dimostrato la propria compatibilità con la sensibilità dell’epoca. Il risultato nasce da una logica simile: una parte della realtà diventa il criterio attraverso cui giudicare il tutto.
Qui la questione della radicalità torna con tutta la sua forza. Se abbiamo imparato che una religione radicale è pericolosa, la tentazione sarà quella di rendere il cristianesimo innocuo. Continueremo a utilizzare il suo vocabolario, riducendo progressivamente la capacità del Vangelo di contraddire l’uomo contemporaneo. La misericordia potrà essere annunciata con grande facilità, la conversione diventerà più imbarazzante. Parleremo volentieri dell’accoglienza e avremo qualche esitazione quando la Parola di Dio chiederà di cambiare vita. In questo modo non avremo sconfitto il fondamentalismo. Avremo semplicemente prodotto una religione alla quale la cultura dominante concede volentieri il diritto di esistere perché non possiede più la forza di metterla in discussione.
È a questo livello che si può comprendere anche il rapporto con il modernismo, usando questo termine con la precisione richiesta dalla storia della teologia. Il modernismo condannato da san Pio X nella Pascendi dominici gregis non coincide con la tiepidezza religiosa e non può essere ridotto a una generica apertura al mondo. Al suo fondo vi è un problema più serio: il rapporto tra la verità rivelata e la coscienza dell’uomo, con il rischio che le formule della fede debbano evolversi secondo le esigenze del sentimento religioso e della cultura. È proprio qui che la paura contemporanea della radicalità può preparare un terreno favorevole a una mentalità modernistica. Se il Vangelo deve essere reso innocuo per continuare a essere accettabile, presto o tardi non sarà più la Rivelazione a giudicare il nostro tempo. Sarà il nostro tempo a decidere quale parte della Rivelazione possa ancora essere proposta senza creare disagio.
Anche il Vaticano II merita di essere sottratto a questa lettura. Interpretarlo come il passaggio da un cristianesimo esigente a un cristianesimo più accomodante significa non aver compreso uno dei suoi insegnamenti più espliciti. Il quinto capitolo della Lumen gentium proclama la vocazione universale alla santità. Il Concilio non dice ai cristiani di diventare meno radicali; ricorda che la santità non appartiene a una categoria speciale di credenti e raggiunge ogni battezzato nella concretezza della propria vocazione. Il dialogo con il mondo nasce da questa identità, non dalla sua attenuazione. La Chiesa può riconoscere ciò che è vero e buono fuori dei propri confini proprio perché sa da chi ha ricevuto la verità. Una fede insicura costruisce continuamente recinti. Una fede profondamente radicata può discernere senza paura.
Forse la frase di Leone XIV ad Assisi ci obbliga allora a recuperare una parola prima che sia troppo tardi. Non dobbiamo lasciare la radicalità agli estremisti. Non dobbiamo accettare che “radicale” diventi automaticamente sinonimo di fanatico. Il cristianesimo non ha bisogno di essere meno radicale per liberarsi dal fondamentalismo. Ha bisogno di tornare alla propria radice, perché è proprio quando qualcosa prende il posto di Cristo che cominciano le deformazioni: una forma, una sensibilità ecclesiale, un’ideologia, persino una causa giusta trasformata nell’intero Vangelo.
Francesco non fu un cristiano innocuo. Otto secoli dopo continua a inquietare una Chiesa sempre tentata di trovare sistemazioni meno esigenti. Non fu nemmeno un fondamentalista. La sua radicalità aveva raggiunto una profondità tale da non aver bisogno di costruire la propria identità contro qualcuno.
E forse è proprio questo che Leone XIV ci sta restituendo ad Assisi: la possibilità di essere radicalmente cristiani senza diventare fanatici, lasciando che il Vangelo torni a chiedere tutto.
Perché il contrario del fondamentalismo non è un cristianesimo più tiepido. È un cristianesimo che ha ritrovato la radice.
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