Leone XIV ad Assisi: non spettatori della luce, bensì giovani trasfigurati da Cristo e inviati a riparare il mondo

Cari amici, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli Papa Leone XIV ha pronunciato un’omelia destinata a rimanere. Non ha semplicemente commentato il Vangelo della Trasfigurazione. Ha letto attraverso quel mistero la condizione dei giovani, il compito della Chiesa e la responsabilità dei cristiani dentro la storia.
Tutto era già racchiuso nelle prime parole: ad Assisi «la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo». Cambiare forma non significa inventare se stessi. Non consiste nel sostituire un’identità con un’altra, seguendo ogni nuova emozione o la pressione dell’ambiente. La trasfigurazione cristiana nasce dalla presenza di Gesù. È Lui a dare alla vita la sua forma pienamente umana. È Lui a liberare ciò che il peccato deforma, ciò che la paura irrigidisce e ciò che l’isolamento rende sterile.
Per questo il Papa ha ricordato Francesco e Chiara. Ad Assisi, ha detto, «è iniziata la trasfigurazione» di questi due giovani e poi di migliaia di altri che hanno accolto il Vangelo sine glossa, senza sconti. L’espressione successiva è forse ancora più profonda: «La vita di Gesù è ricominciata in loro».
Qui Leone XIV ha offerto una definizione luminosa della santità. Il santo non è un uomo che riesce a diventare straordinario secondo le misure del mondo. È una creatura nella quale Cristo torna a vivere. Il suo pensiero assume la forma del Vangelo, la sua libertà si lascia guidare dall’amore, la sua esistenza diventa un luogo nel quale il Signore continua a incontrare gli uomini.
Francesco non affascina ancora dopo otto secoli perché fu un giovane eccentrico, insofferente alle regole o vagamente alternativo. Affascina perché Cristo prese possesso della sua umanità senza distruggerla. La liberò. La rese capace di una fraternità che non nasceva da affinità sociali, bensì dalla scoperta di Dio come Padre.
Anche Chiara appare nell’omelia con tutta la forza della sua scelta. Il Papa l’ha descritta come una ragazza che voleva vivere libera, seguendo il cammino evangelico aperto da Francesco. La sua libertà non fu rivendicazione di autonomia da Dio. Fu consegna totale a Lui. È questa, ha spiegato Leone XIV, «l’energia del cristianesimo», la forza che attraversa i suoi inizi e rende possibili sempre nuove ripartenze.
Il racconto evangelico mostra Pietro desideroso di fermare la luce del monte. Vorrebbe costruire tre capanne e prolungare quella visione. Il Papa ha colto il rischio nascosto in quel gesto: rimanere spettatori della conversazione tra Gesù, Mosè ed Elia. Nella conversazione bisogna entrare. Non basta guardare Cristo da lontano. Non basta emozionarsi davanti alla sua bellezza. Occorre leggere con Lui il nostro tempo e assumere decisioni che seguano il suo cammino.
«Gesù ci chiama a dialogare con la sua storia per scrivere nuove pagine di storia». Questa frase raccoglie il senso dell’intera visita. I giovani non sono chiamati a inventare un nuovo cristianesimo, come se duemila anni di fede fossero un ingombro dal quale liberarsi. Sono chiamati a entrare nella storia di Cristo, ad ascoltarne la voce e a permettere che quella storia continui attraverso la loro vita.
La Tradizione non è un museo nel quale custodire oggetti privi di vita. È la presenza di Cristo che attraversa il tempo, raggiunge ogni generazione e domanda una risposta nuova nella fedeltà all’unico Vangelo. Leone XIV ha indicato nella Chiesa il luogo di questo discernimento. La Chiesa esiste per introdurci «in questo dinamismo di ascolto e di decisione», nel quale impariamo a comprendere per chi vivere e come vivere.
La voce di Dio, ha precisato, non coincide semplicemente con le nostre opinioni. È un richiamo necessario. Abbiamo sviluppato una certa abilità nel presentare come ispirazione dello Spirito ciò che avevamo già deciso in precedenza. Si ascolta Dio soltanto quando si accetta anche la possibilità che Egli chieda di cambiare strada, di rinunciare a qualcosa, di obbedire a una parola più grande dei nostri desideri. L’obbedienza allo Spirito non rende passivi. Il Papa l’ha descritta come la sorgente dell’audacia e della creatività di coloro che hanno veramente seguito Gesù.
Poi è arrivato uno dei passaggi più belli dell’omelia: «Noi ci sfiguriamo separandoci da Lui e dagli altri. Ci trasfiguriamo invece nei rapporti che nutrono e chiamano alla vita». Il peccato sfigura perché divide. Separa l’uomo da Dio, lo chiude dentro se stesso e trasforma l’altro in un concorrente, in uno strumento o in un nemico.
La grazia trasfigura perché ristabilisce la comunione. L’uomo ritrova il proprio volto quando torna a vivere come figlio e riconosce nell’altro un fratello. Non è la solitudine a renderci autentici. È la relazione con Dio, vissuta dentro legami capaci di custodire la verità e di chiamarci alla conversione.
Questa è anche la missione della spiritualità francescana: riparare i rapporti fondamentali con Dio e con le creature. Ripararli significa restituire loro l’ordine dell’amore. Non sfruttare, non dominare, non ridurre ogni cosa a materiale da consumare.
La Trasfigurazione rivela anche il vero volto dell’uomo. Leone XIV ha richiamato il mistero del Verbo incarnato, nel quale trova luce il mistero dell’umanità. Guardando Cristo comprendiamo chi siamo chiamati a diventare. Il cristianesimo non impoverisce l’uomo. Lo conduce alla sua «magnifica umanità». Da questa visione è nato l’appello più forte rivolto ai giovani: «Oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi».
Il Papa non ha chiesto giovani decorativi da esibire nelle manifestazioni ecclesiali. Non ha chiesto una generazione addestrata a ripetere parole rassicuranti. Ha chiesto nuovi santi. La santità invocata da Leone XIV non fugge dalla storia. Entra nelle sue ferite. Per questo ha invitato i giovani ad «osare» la fede nel Vangelo, a diventare umani con la libertà di Cristo e ad abbracciare sorella povertà. Il titolo dell’incontro, GO!, ha assunto così il valore di una missione.
«Andate», ha detto il Papa. Poi ha corretto il verbo: «O meglio ancora, andiamo». Questo passaggio dall’andate all’andiamo ha rivelato il volto pastorale di Leone XIV. Pietro non manda la Chiesa restando fermo. Cammina con essa. Il Papa non assegna ai giovani una missione dalla distanza sicura di una tribuna. Si colloca dentro il medesimo popolo chiamato a seguire Cristo.
Dove andare? Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza negano la dignità dei figli di Dio. Verso la carne sofferente e ferita, rinunciando a quei ripari personali o comunitari che permettono di osservare il dramma umano senza esserne toccati. Ma ha anche indicato la strada per raggiungere la carne sofferta dell’uomo. La strada è la trasformazione del cuore che avviene con la trasfigurazione che opera Cristo. Senza la trasfigurazione, il servizio rischia di ridursi ad attivismo. Senza l’incontro con la sofferenza reale, la contemplazione rischia di trasformarsi in rifugio religioso.
Il Papa ha invitato i giovani a sottrarsi alla cultura della potenza e ad abbattere i muri costruiti dalla paura. Ha spiegato che questo non significa tradire la famiglia, la città o la tradizione. Significa liberarle dai fantasmi che le deformano, dai nemici inventati e dalla violenza con cui si tenta di imporre il proprio piccolo ordine alla realtà.
La tradizione cristiana non viene custodita moltiplicando ostilità. Viene custodita generando santi. Da qui una delle espressioni più audaci: «Non un mondo da difendere, ma da abbracciare». Non è un invito all’ingenuità. Il bene va custodito e la verità va difesa. Il Papa sta indicando il modo cristiano di farlo. Il discepolo non difende la fede trasformandola in una fortezza costruita contro l’umanità. La custodisce lasciando che essa diventi carità, servizio e capacità di incontrare ogni uomo senza perdere la propria identità. Francesco non vinse il mondo imponendosi. Lo abbracciò da povero.
L’omelia si è conclusa con la preghiera comunemente attribuita a san Francesco: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace». Leone XIV l’ha presentata come risposta alla domanda su dove andare e, soprattutto, su come andare.
Si va portando l’amore dove domina l’odio, il perdono dove l’offesa continua a ferire, la luce dentro le tenebre. Si va imparando a comprendere prima di pretendere di essere compresi. Si va donando la propria vita.
Il ritorno dei giovani nei diversi Paesi europei è stato infine accostato alla discesa di Pietro, Giacomo e Giovanni dal monte della Trasfigurazione. Non tornano a casa per conservare il ricordo di una bella esperienza. Scendono dal monte con Cristo, chiamati a entrare nella storia.
Al termine della celebrazione, a ringraziare il Papa è stato Francesco, un giovane tra i giovani. La scelta ha avuto un valore preciso. Non una conclusione affidata al consueto rappresentante istituzionale, perché talvolta il protocollo ecclesiastico riesce a riprendersi il centro anche dopo avere trascorso un’intera mattinata a predicare il contrario. Ha parlato colui che rappresentava i destinatari dell’incontro.
Francesco ha detto al Papa: «La sua presenza è per noi molto più di una visita. È un abbraccio che ci raggiunge personalmente». Ha riconosciuto nel Successore di Pietro colui che cammina accanto al popolo di Dio e ne condivide le speranze e le fatiche. Ha richiamato il motto di Leone XIV, «In Colui che è uno, siamo uno», rileggendolo alla luce della frammentazione e della solitudine che segnano tanti giovani. L’unità della Chiesa non nasce dalla somiglianza tra le persone. Nasce da Cristo. In Lui nessuno è straniero. Attorno a Pietro, i giovani hanno sperimentato visibilmente di appartenere a un solo corpo.
La richiesta finale rivolta al Papa ha raccolto tutto il cammino: «Preghi perché non ci manchi il coraggio di scegliere Cristo, perché sappiamo riconoscere la sua voce nel rumore del mondo, perché la nostra giovinezza diventi una vita donata».
Ecco ciò che è accaduto oggi ad Assisi. Leone XIV non ha invitato i giovani a trattenere la luce del monte. Li ha chiamati a lasciarsi trasformare da essa. Non ha chiesto loro di proteggere gelosamente la propria giovinezza. Ha chiesto che diventi una vita donata. L’Europa cerca nuovi santi. Cristo continua a chiamarli. La Chiesa li accompagna sul monte e poi scende con loro nella storia. GO! Andate. O meglio ancora: andiamo.
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