
Quando la fede proclamata diventa scudo per una disobbedienza annunciata
La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha pubblicato oggi una lunga e solenne Professione di fede cattolica. Il testo è ampio, costruito con cura, ricco di riferimenti dottrinali, animato dal desiderio dichiarato di illuminare le anime davanti agli errori moderni. Vi si parla della Rivelazione, della Tradizione, del Magistero, della Chiesa, del Papa, della liturgia, della morale, della regalità sociale di Cristo, dei sacramenti, dei novissimi. Chi lo legge incontra molte affermazioni cattoliche, alcune perfino formulate con forza e chiarezza.
Proprio per questo occorre leggerlo con attenzione. Il problema non sta semplicemente in ciò che il documento professa. Il problema sta nel momento in cui viene pubblicato e nella funzione che rischia di assumere. La Fraternità si prepara a procedere a consacrazioni episcopali senza mandato pontificio e, proprio alla vigilia di questo atto, presenta una professione di fede solenne. Il messaggio implicito è evidente: noi professiamo integralmente la fede cattolica; se vi saranno conseguenze canoniche, esse non riguarderanno un atto di disobbedienza, riguarderanno il fatto che Roma non riconosce più questa fede.
Qui si trova il punto da smascherare.
La professione di fede rischia di diventare una cornice interpretativa preventiva. Prima si proclama la fede cattolica con grande solennità. Poi si compie un atto che Roma non autorizza. Quando arriverà la conseguenza canonica, il discorso verrà spostato: non si parlerà più della consacrazione episcopale senza mandato pontificio, si dirà che Roma colpisce chi custodisce la Tradizione. Così il fedele semplice sarà portato a pensare che la Fraternità venga punita non per l’atto compiuto, bensì per la fede professata.
È un capovolgimento molto sottile. E, come spesso accade nelle cose ecclesiali, è tanto più pericoloso quanto più usa parole vere. La professione cattolica della Trinità, della Redenzione, della Messa come sacrificio, della regalità di Cristo, della morale, della vita eterna, non rende automaticamente cattolico ogni gesto compiuto da chi la pronuncia. Si può professare il vero e agire in modo ecclesialmente disordinato. Si può scrivere pagine limpide sulla Chiesa e poi compiere un atto che ferisce la sua comunione visibile. La fede cattolica non è soltanto un insieme di proposizioni corrette. È anche appartenenza reale alla Chiesa, comunione gerarchica, obbedienza nell’ordine sacramentale, inserimento visibile nel corpo ecclesiale.
Occorre anche correggere un’espressione che verrà certamente usata: “Roma scomunica”. Nel linguaggio comune si capisce che cosa si vuole dire, però l’espressione può risultare fuorviante. In questo caso la scomunica non sarebbe anzitutto un gesto arbitrario calato dall’alto, quasi una punizione decisa da Roma contro chi professa la fede. È la conseguenza dell’atto stesso. Non è Roma che inventa la ferita; è l’atto che ferisce la comunione. Roma ne prende atto, lo dichiara, applica il diritto della Chiesa.
È lo stesso principio che vale, a un livello ancora più alto, per il peccato e per la perdizione. Non è Dio che manda l’uomo all’inferno come un sovrano irritato che espelle un suddito sgradito. È il peccato, liberamente scelto e non redento dal pentimento, che porta con sé la propria conseguenza. L’inferno è la paga del peccato, il debito contratto con il male. Cristo è venuto a cancellare quel debito con il suo Sangue e proprio per questo avverte l’uomo di non tornare a stipularlo. Dio non gode della perdizione; prende sul serio la libertà dell’uomo e il peso reale degli atti compiuti.
Così, sul piano ecclesiale, una consacrazione episcopale senza mandato pontificio non può essere presentata come un gesto neutro, reso buono dalla sincerità dell’intenzione o dalla gravità della crisi. La Chiesa ha già indicato la conseguenza canonica di quell’atto, perché esso tocca il principio visibile della comunione apostolica. Non si può compiere liberamente ciò che la Chiesa giudica lesivo della comunione e poi presentare la conseguenza come persecuzione. Non si può dire: “Roma ci colpisce”, quando si è scelto di porre l’atto che comporta quella conseguenza.
La trappola retorica consiste proprio nel capovolgere causa ed effetto. Prima si compie un gesto senza mandato pontificio. Poi, quando la Chiesa ne dichiara la conseguenza, si presenta quella dichiarazione come prova dell’infedeltà di Roma. È come se il debitore accusasse il creditore di crudeltà perché gli ricorda il debito che egli stesso ha contratto. Qui non si tratta di vendetta. Si tratta della verità dell’atto.
La Fraternità, nella sua professione di fede, dichiara di riconoscere il Papa come Vicario di Cristo, pastore supremo e capo visibile della Chiesa. Riconosce la costituzione gerarchica della Chiesa. Riconosce che pastori e fedeli devono al Pontefice romano rispetto e obbedienza filiale nel legittimo esercizio del suo ufficio. Proprio per questo la contraddizione diventa più evidente. Come si può riconoscere il Papa come principio visibile dell’unità e poi procedere a consacrazioni episcopali senza il suo mandato? Come si può proclamare comunione con Roma mentre si compie un atto che Roma non autorizza? Come si può professare una dottrina così alta sul primato romano e poi agire, in un punto decisivo dell’ordine episcopale, come se quel primato potesse essere sospeso dalla propria valutazione della crisi?
La risposta sarà, ancora una volta, lo stato di necessità. Si dirà che la crisi della Chiesa è tale da rendere necessario provvedere alla continuità della Tradizione, del sacerdozio, dei sacramenti, della vera fede. Si dirà che Roma, se fosse ancora pienamente cattolica, riconoscerebbe questa necessità e non si opporrebbe. Si dirà che l’opposizione di Roma dimostra proprio la crisi di Roma. E così la disobbedienza verrà trasformata in prova di fedeltà, mentre la conseguenza canonica della disobbedienza verrà trasformata in prova dell’infedeltà di Roma.
Ecco l’inganno.
Nessuno nega che vi siano ferite reali nella Chiesa. Nessuno può fingere che non esistano confusione dottrinale, abusi liturgici, ambiguità pastorali, cedimenti davanti allo spirito del mondo. Negare tutto questo sarebbe una commedia edificante, con tanto di luci soffuse e sorriso istituzionale. La crisi esiste. Il punto è un altro: una crisi reale non autorizza qualunque rimedio. Una ferita reale non rende giusto ogni intervento. Un fine buono non santifica il mezzo scelto. La Tradizione cattolica insegna che non si può perseguire un fine buono con mezzi cattivi.
Se il fine dichiarato è custodire la Chiesa, il mezzo non può essere un gesto che ne ferisce la comunione visibile. Se il fine è difendere la Tradizione, il mezzo non può essere una pratica che crea una struttura episcopale parallela alla gerarchia riconosciuta. Se il fine è proteggere i fedeli dalla confusione, il mezzo non può essere un atto che li costringerà ancora di più a scegliere tra Roma e un gruppo che si presenta come più fedele di Roma.
Per questo bisogna essere molto chiari. La scomunica non riguarderebbe la professione della fede cattolica. Non riguarderebbe la Trinità, la Redenzione, la Messa come sacrificio, la regalità di Cristo, la morale tradizionale, i novissimi. Riguarderebbe l’atto concreto di consacrare vescovi senza mandato pontificio. Confondere le due cose significa ingannare i fedeli. Significa usare una professione di fede come scudo, così che l’attenzione non cada più sull’atto illecito, ma su una presunta persecuzione della Tradizione.
La Fraternità vuole dire: noi siamo cattolici. Proprio questa affermazione rende il gesto più problematico. Il sedevacantista nega il Papa e agisce di conseguenza. La Fraternità riconosce il Papa e poi rivendica il diritto di oltrepassare il suo mandato in un atto decisivo come la consacrazione episcopale. È una posizione più sottile, perché conserva il vocabolario della comunione mentre compie un gesto che la comunione non consente.
Qui ritorna la parola del Vangelo: “Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!”. La tenebra più grande non è sempre quella che nega apertamente la fede. A volte è quella che usa parole di fede per giustificare una rottura. È quella che trasforma una professione cattolica in scudo preventivo contro le conseguenze di un atto illecito. È quella che dice ai fedeli: se saremo colpiti, non sarà perché abbiamo disobbedito, sarà perché siamo rimasti cattolici.
La domanda, allora, non è se la professione contenga molte verità cattoliche. Le contiene. La domanda è se quelle verità vengano usate per custodire la comunione o per preparare i fedeli a interpretare la rottura come fedeltà. La domanda non è se la Fraternità denunci problemi reali nella Chiesa. Molti problemi sono reali. La domanda è se la denuncia di problemi reali autorizzi un atto che la Chiesa non autorizza e che ferisce il principio visibile dell’unità ecclesiale.
La risposta cattolica resta semplice, anche se costa: no.
Non si difende la fede separando la dottrina dalla comunione. Non si custodisce la Tradizione trasformandola in tribunale permanente contro Roma. Non si riconosce il Papa soltanto quando il Papa conferma la propria lettura della crisi. Non si può dire che il Papa è capo visibile della Chiesa e poi agire come se tale visibilità fosse sospesa ogni volta che non riconosce il nostro stato di necessità.
La vera fedeltà non consiste nel presentare una professione di fede impeccabile mentre ci si prepara a compiere un atto disobbediente. La vera fedeltà consiste nel custodire la fede dentro la comunione della Chiesa, soffrendo per le sue ferite, chiedendo chiarezza, denunciando gli errori, resistendo alla confusione, senza costruire un’autorità parallela.
La Chiesa non si salva mettendosi al suo posto. La Tradizione non si difende usandola come prova d’accusa contro la Chiesa visibile. La comunione non è un sentimento dichiarato. È una realtà ecclesiale che si vede negli atti.
Per questo una professione di fede, per quanto solenne, non può trasformare una consacrazione episcopale senza mandato in un gesto cattolico. Può renderla più presentabile. Può commuovere i fedeli. Può creare una narrazione. Può predisporre molti a pensare che, se vi sarà una scomunica, sarà Roma ad aver abbandonato la fede.
Proprio per questo va letta con attenzione.
Perché a volte la tenebra non nega la luce. La prende in mano, la alza davanti a tutti, e poi la usa per non far vedere l’atto che sta compiendo.
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