don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) · La libertà di chi non ha paura

Cari amici, domenica scorsa la liturgia ci ha rimesso sulla strada come popolo chiamato e mandato. Il Signore ci ha mostrato che la missione nasce dalla compassione di Cristo davanti alle folle stanche e sfinite. Oggi la Parola compie un passo ulteriore e molto concreto: chi è mandato non deve immaginare una strada facile. L’annuncio del Regno incontra resistenza, incomprensione, talvolta ostilità. Il discepolo non riceve da Cristo la promessa di essere applaudito, riceve una parola più solida: «Non abbiate paura».

È una frase che nel Vangelo ritorna con forza. Gesù la ripete perché conosce bene il cuore dell’uomo. La paura può paralizzare la fede più di molte persecuzioni esterne. Ci fa tacere quando dovremmo parlare, ci fa cercare approvazione quando dovremmo testimoniare la verità, ci fa diventare prudenti in modo malato, con quella prudenza che non custodisce il bene, lo seppellisce educatamente. Il cristiano non è chiamato a essere imprudente, rumoroso, aggressivo. È chiamato a essere libero davanti agli uomini perché sa di appartenere a Dio.

La prima lettura ci mette accanto al profeta Geremia. Non troviamo un uomo trionfante, sicuro di sé, protetto dal consenso. Geremia sente intorno a sé la calunnia, la minaccia, l’attesa della sua caduta. Perfino gli amici aspettano il momento in cui potrà essere tratto in inganno. È una pagina durissima, perché mostra il prezzo della fedeltà alla parola ricevuta. Il profeta non soffre perché ha cercato guai. Soffre perché ha ascoltato Dio e ha detto ciò che doveva dire.

Qui c’è una lezione importante per il nostro cammino domenicale. Il mandato ricevuto non ci rende proprietari della missione, ci espone alla responsabilità della verità. Chi annuncia soltanto ciò che piace, chi parla solo quando è sicuro di essere approvato, chi adatta sempre il Vangelo alla temperatura dell’ambiente, prima o poi smette di essere testimone e diventa interprete del clima. E di meteorologi ecclesiali ne abbiamo già molti, sempre pronti a dirci da che parte soffia il vento, come se lo Spirito Santo fosse un bollettino.

Geremia, nella prova, non si chiude nella disperazione. Dice: «Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso». La sua forza non nasce dal carattere. Nasce dalla presenza del Signore. Il profeta affida a Dio la propria causa. Non ha bisogno di vendicarsi con le sue mani, non deve costruirsi da solo una difesa, non deve trasformare la missione in una battaglia personale. Sa che Dio vede il cuore e la mente. Questa fiducia è decisiva. Chi serve Dio deve imparare a non difendere se stesso più di quanto difenda la verità ricevuta.

Il salmo riprende lo stesso grido. Chi ama il Signore può diventare estraneo perfino ai suoi, può sopportare insulto e vergogna. «Mi divora lo zelo per la tua casa», dice il salmista. Lo zelo vero non è nervosismo religioso. Non è irritazione travestita da fede. È un amore che non sopporta di vedere Dio ridotto, dimenticato, usato, messo ai margini. Il salmo, però, non ci consegna un credente rabbioso. Ci consegna un povero che prega: «Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio». La fedeltà cristiana non nasce dal rancore. Nasce dalla preghiera. Senza preghiera, lo zelo diventa facilmente durezza, e la durezza poi si convince di essere dottrina. Brutta faccenda, molto diffusa.

San Paolo, nella seconda lettura, allarga lo sguardo. Parla di Adamo, del peccato entrato nel mondo e della morte che si è propagata a tutti gli uomini. Non sta facendo un discorso astratto. Sta dicendo che la paura più profonda dell’uomo nasce da una ferita originaria. Il peccato ha introdotto nella storia una frattura che l’uomo non riesce a guarire da solo. La morte non è solo la fine biologica. È anche l’ombra che rende l’uomo schiavo, lo spinge a difendersi, a chiudersi, a cercare salvezze fragili.

A questa realtà Paolo oppone il dono di Cristo. «Il dono di grazia non è come la caduta». La grazia non pareggia semplicemente il danno. Lo supera in abbondanza. In Cristo la vita è più forte della morte, il dono è più grande della colpa, la misericordia di Dio raggiunge l’uomo dove Adamo lo aveva lasciato ferito. Questa parola illumina il Vangelo: il cristiano può non avere paura perché non vive più sotto il dominio ultimo della morte. È stato raggiunto da una grazia più grande del peccato. È stato riscattato dal Sangue di Cristo. La paura degli uomini perde potere quando il cuore ricorda da chi è stato salvato.

Nel Vangelo Gesù parla ai suoi apostoli e dice: «Non abbiate paura degli uomini». Non dice che gli uomini saranno sempre buoni. Non dice che la testimonianza sarà sempre accolta. Dice che nulla resterà nascosto, che la verità verrà alla luce, che il discepolo deve annunciare apertamente ciò che ha ricevuto. «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce». La fede non è un possesso privato da custodire in silenzio per non disturbare nessuno. È una parola ricevuta perché diventi testimonianza.

Gesù aggiunge una distinzione fondamentale: non bisogna temere chi può uccidere il corpo e non ha potere sull’anima. Qui il Signore non disprezza il corpo e non minimizza la sofferenza. Ci insegna a ordinare le paure. Esistono paure che riguardano la reputazione, il giudizio degli altri, la perdita di consenso, la possibilità di essere fraintesi. Sono paure reali, e spesso governano molto più di quanto ammettiamo. Gesù porta il discepolo a una paura santa: perdere Dio, perdere l’anima, rinnegare la verità per salvare una tranquillità provvisoria. Questa è la vera rovina.

Poi il Vangelo cambia tono e ci porta alla tenerezza del Padre: nemmeno un passero cade a terra senza che il Padre lo sappia, e perfino i capelli del nostro capo sono contati. Gesù non fonda il coraggio cristiano sull’orgoglio, lo fonda sulla Provvidenza. Il discepolo non è coraggioso perché si sente invincibile. È libero perché sa di essere custodito. Il Padre non promette una vita senza ferite. Promette che nessuna vita è dimenticata. Nessuna lacrima è inutile. Nessuna fedeltà vissuta nel nascondimento cade fuori dal suo sguardo.

La parola conclusiva è seria: chi riconoscerà Cristo davanti agli uomini sarà riconosciuto da Lui davanti al Padre; chi lo rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti al Padre. Qui il Vangelo diventa esigente. Non basta una fede custodita nel sentimento. Non basta una devozione che evita ogni esposizione. Riconoscere Cristo davanti agli uomini significa lasciar capire, con parole e scelte, a chi apparteniamo. Significa non vergognarsi del Vangelo quando contraddice la mentalità corrente. Significa non rinnegare la verità per comprare un poco di pace sociale, merce sempre molto costosa e spesso scadente.

Questa settimana la Parola ci consegna una verifica semplice. Possiamo domandarci quale paura condiziona di più la nostra testimonianza: il giudizio degli altri, il desiderio di essere approvati, il timore di perdere una posizione, la stanchezza di dover sempre spiegare. Poi possiamo affidare quella paura al Padre, chiedendo la libertà dei figli. Un piccolo atto concreto sarà riconoscere Cristo in una situazione ordinaria: una parola detta con rispetto, una scelta coerente, un silenzio che non diventa complicità, una verità custodita senza arroganza. La testimonianza cristiana non ha bisogno di rumore. Ha bisogno di fedeltà.

Così continua il cammino del Tempo Ordinario. Domenica scorsa Cristo ci ha messi davanti alle folle stanche e ci ha chiamati a partecipare alla sua compassione. Oggi ci ricorda che la compassione diventa testimonianza coraggiosa. Il popolo mandato non cammina cercando applausi. Cammina sapendo che il Padre vede, custodisce e conta perfino ciò che il mondo considera insignificante. Non abbiate paura: questa non è una frase per consolare i deboli. È la libertà dei discepoli che hanno imparato a temere solo di perdere Gesù.

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