Ottava catechesi: La dimensione escatologica: speranza, conversione, comunione dei santi
Cari amici, con l’ottava catechesi su Lumen gentium Papa Leone XIV ci porta al capitolo VII e mette al centro una nota che spesso dimentichiamo, perché siamo troppo occupati a discutere il visibile: la dimensione escatologica della Chiesa. La chiama senza mezzi termini “caratteristica qualificante”. Se la perdiamo, la Chiesa rischia di diventare o una macchina organizzativa, o una tribù spirituale che vive di nervi. L’escatologia, invece, restituisce la misura vera: cammino, promessa, compimento.
Il Papa lo dice con semplicità: la Chiesa cammina in questa storia terrena, sempre orientata verso la meta finale che è la patria celeste. È una dimensione essenziale, spesso trascurata perché siamo troppo concentrati su ciò che è immediatamente visibile e sulle dinamiche più concrete della comunità. Qui Leone XIV non invita a fuggire dalla storia. Invita a non assolutizzarla.
La Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia che ha come fine del suo agire il regno di Dio. Gesù ha dato inizio alla Chiesa annunciando questo regno di amore, di giustizia e di pace. Di conseguenza siamo chiamati a considerare la dimensione comunitaria e cosmica della salvezza in Cristo e a misurare tutto in questo orizzonte finale. La Chiesa vive nella storia al servizio dell’avvento del regno di Dio nel mondo: annuncia a tutti e sempre le parole della promessa, la riceve nella celebrazione dei sacramenti, in particolare dell’Eucaristia, e ne sperimenta la logica nelle relazioni di amore e di servizio.
A questo punto Leone XIV formula una frase che verrà certamente presa di mira da chi ama i processi sommari: la Chiesa sa di essere luogo e mezzo dove l’unione con Cristo si realizza più strettamente, riconoscendo al contempo che la salvezza può essere donata da Dio anche al di fuori dei suoi confini visibili.
Ed è qui che conviene essere chiarissimi. Questa affermazione non è un cedimento “fluido”, né una discontinuità con la dottrina di sempre. È una distinzione classica, già presente nel Magistero preconciliare. Pio IX, nella Quanto conficiamur (10 agosto 1863), condanna l’errore di chi pensa che si possa conseguire la salvezza vivendo volontariamente “in errore e separato” dall’unità cattolica, e nello stesso testo riconosce che esistono persone che vivono in invincibile ignoranza della vera religione e che, con l’aiuto della grazia, possono essere condotte da Dio alla salvezza. Pio XII, nella Mystici Corporis (29 giugno 1943), afferma con forza l’identità della Chiesa cattolica come Corpo mistico di Cristo, e nello stesso tempo parla del rapporto con la Chiesa di quanti non appartengono al corpo visibile, richiamando l’ordine del desiderio e del voto, cioè la possibilità che Dio unisca a Cristo anche oltre la percezione esterna dei confini. La Santa Sede torna poi sul punto con la lettera del Sant’Uffizio Suprema haec sacra (8 agosto 1949), spiegando il senso autentico dell’extra Ecclesiam nulla salus: non è richiesto in ogni caso essere incorporati “in atto” come membri visibili, è necessario almeno l’orientamento alla Chiesa in voto e desiderio, anche implicito in caso di invincibile ignoranza, sempre per Cristo e mai come via parallela autonoma. In questa linea si comprende bene la catechesi di papa Leone: la Chiesa resta sacramento universale di salvezza, segno e strumento della pienezza promessa, senza pretendere di rinchiudere l’azione di Dio dentro confini visibili come se Dio fosse un funzionario del nostro ufficio anagrafe.
Il Papa infatti riprende l’affermazione conciliare decisiva: la Chiesa è “sacramento universale di salvezza”, segno e strumento di quella pienezza di vita e di pace promessa da Dio. E subito precisa ciò che oggi è necessario ripetere con calma: la Chiesa non si identifica perfettamente con il regno di Dio. Ne è germe, ne è inizio, perché il compimento verrà donato all’umanità e al cosmo soltanto alla fine. Questo impedisce il trionfalismo di chi confonde Chiesa e Regno già compiuto, e impedisce anche il disfattismo di chi, vedendo peccati e fragilità, conclude che la Chiesa sia inutile o traditrice.
Da qui nasce la postura cristiana nella storia: i credenti camminano in una storia segnata dalla maturazione del bene e insieme da ingiustizie e sofferenze, senza essere né illusi né disperati. La speranza non è ingenua, né cupa. È orientata dalla promessa di colui che fa nuove tutte le cose. La Chiesa realizza la sua missione tra il già dell’inizio del regno di Dio in Gesù e il non ancora del compimento promesso e atteso. Custode di una speranza che illumina il cammino, è anche investita della missione di pronunciare parole chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita e impedisce il suo sviluppo, prendendo posizione a favore dei poveri, degli sfruttati, delle vittime della violenza e della guerra e di tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito. E il Papa mette il sigillo: la Chiesa non annuncia sé stessa, al contrario in essa tutto deve rimandare alla salvezza in Cristo.
In questa prospettiva Leone XIV afferma anche che la Chiesa è chiamata a riconoscere umilmente l’umana fragilità e caducità delle proprie istituzioni. Nessuna istituzione ecclesiale può essere assolutizzata. Esse, pur essendo al servizio del regno di Dio, portano la figura fugace di questo mondo. Per questo il Papa parla di continua conversione, rinnovamento delle forme, riforma delle strutture e rigenerazione delle relazioni, perché possano corrispondere davvero alla missione. Qui non c’è demolizione. C’è un criterio di purificazione: lo strumento non può diventare idolo.
Infine, Leone XIV collega l’escatologia alla comunione dei santi. Nell’orizzonte del regno di Dio va compresa la relazione tra i cristiani che oggi compiono la missione e quanti hanno già terminato l’esistenza terrena e sono in uno stadio di purificazione o di beatitudine. Lumen gentium afferma che tutti i cristiani formano un’unica Chiesa, che esiste una comunione e compartecipazione dei beni spirituali fondata sull’unione con Cristo. Questa comunione si sperimenta in particolare nella liturgia: pregando per i defunti e seguendo le orme dei santi, siamo sostenuti nel cammino e insieme, segnati dall’unico Spirito e uniti dall’unica liturgia, lodiamo e diamo gloria alla Santissima Trinità.
Questa catechesi ci restituisce la misura. La Chiesa non è il regno già compiuto, e proprio per questo non può assolutizzare sé stessa. La Chiesa non è neppure una società dispersa, e proprio per questo deve rimandare sempre a Cristo e alla sua salvezza. Tra il già e il non ancora, la speranza ci salva dall’illusione e dalla disperazione. Se coltiviamo questa dimensione escatologica, anche le polemiche si ridimensionano, perché torniamo ad essere orientati alla patria celeste, mentre camminiamo qui con fede, carità e verità.
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