don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Pregare con Dom Bernardo Gianni: entrare nella relazione del Figlio con il Padre

Verchiano, 23 aprile 2026. Il sesto verbo del cammino del clero di Spoleto-Norcia

Il 23 aprile 2026 il clero dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia si è ritrovato a Verchiano, nei locali della Pro Loco, per proseguire il percorso dedicato ai «verbi del prete». Erano presenti cinquantadue sacerdoti e un giovane in propedeutico. L’Arcivescovo mons. Renato Boccardo, introducendo la mattinata, ha ringraziato Dom Bernardo Gianni, O.S.B., Abate di San Miniato al Monte, sottolineando il significato della scelta di affidare proprio a un monaco la riflessione sul verbo «pregare». Sullo sfondo rimaneva la domanda dei discepoli a Gesù: «Maestro, insegnaci a pregare».

Dom Bernardo ha condotto la meditazione evitando di presentare la preghiera come un insieme di tecniche da apprendere. Il punto di partenza è stato molto più radicale: pregare significa essere introdotti, per grazia, nella relazione che unisce il Figlio al Padre nello Spirito Santo. La preghiera cristiana nasce quindi dentro il mistero trinitario e ne riceve la propria forma.

Il sacerdote prega perché, in Cristo, è reso partecipe di una relazione filiale che lo precede. Prima delle parole pronunciate, prima dei metodi spirituali e delle forme devozionali, vi è l’iniziativa di Dio che introduce l’uomo nella comunione con sé. La preghiera diventa allora esperienza di appartenenza, riconoscimento di una vita ricevuta e continuamente restituita al Padre.

Questa prospettiva conduce naturalmente all’umiltà. Pregare significa riconoscere la propria precarietà e accettare di non essere autosufficienti. Il ministro ordinato, facilmente esposto alla pressione delle responsabilità e alla tentazione di misurare il proprio servizio sulla quantità delle cose realizzate, viene ricondotto nella preghiera a una verità più elementare: egli rimane anzitutto un uomo che riceve.

Dom Bernardo ha richiamato la grande tradizione monastica dell’Opus Dei, nella quale la preghiera liturgica attraversa e ordina il tempo. La Liturgia delle Ore non rappresenta una parentesi devota dentro una giornata occupata da altro. Essa permette alla vita di essere continuamente ricollocata davanti a Dio, offrendo al sacerdote un ritmo nel quale il tempo smette di essere soltanto successione di impegni e torna a essere spazio della presenza divina.

Accanto alla preghiera liturgica, il silenzio conserva un ruolo decisivo. Il silenzio non è vuoto da riempire, perché prepara l’uomo a ricevere una voce che non nasce da lui. La parola autenticamente orante matura dentro questa disponibilità interiore. Il sacerdote, proprio perché chiamato continuamente a parlare, annunciare, presiedere e accompagnare, ha bisogno di luoghi nei quali possa semplicemente stare davanti a Dio.

L’Eucaristia occupa naturalmente il centro di questa esperienza. La preghiera sacerdotale trova nell’offerta di Cristo la propria sorgente e la propria misura. Ciò che il sacerdote celebra lo introduce continuamente nel movimento del Figlio che si consegna al Padre e offre se stesso per la vita del mondo. Pregare significa allora lasciarsi coinvolgere in questa consegna, fino a permettere che la propria esistenza diventi progressivamente disponibile all’azione di Dio.

Dom Bernardo ha richiamato anche il valore delle forme devozionali, collocandole dentro una vita spirituale ordinata. La devozione può custodire affetti, memoria e fedeltà quando rimane radicata nel mistero celebrato dalla Chiesa. Il cuore sacerdotale ha bisogno anche di questa dimensione, perché la preghiera coinvolge tutta la persona e non soltanto l’intelligenza.

La Chiesa è stata evocata come una vera «officina delle anime», luogo nel quale la grazia lavora lentamente l’uomo. L’immagine rimanda a una spiritualità concreta, nella quale il sacerdote non pretende di essere già compiuto, ma accetta di essere continuamente formato. La preghiera diventa uno dei luoghi privilegiati di questa trasformazione.

Il riferimento alla Pasqua ha dato alla meditazione una profondità ulteriore. Il Risorto introduce una novità che attraversa anche le situazioni apparentemente chiuse. Pregare significa abitare la storia lasciando che la Pasqua diventi criterio di lettura della realtà. Il sacerdote porta davanti a Dio le ferite incontrate nel ministero e impara a guardarle dentro la speranza aperta dalla risurrezione.

Questo diventa particolarmente vero davanti al dolore. Getsemani e la croce ricordano che la preghiera cristiana attraversa anche l’oscurità, il combattimento e l’esperienza dell’abbandono. Cristo non elimina la sofferenza dalla relazione con il Padre. La porta dentro quella relazione e la trasforma in obbedienza e consegna.

Per il sacerdote questo significa poter presentare a Dio anche ciò che rimane irrisolto. Le fatiche pastorali, le persone che non riesce ad aiutare, le ferite delle comunità e quelle personali possono entrare nella preghiera senza essere prima sistemate. Il Getsemani insegna che anche il grido appartiene alla relazione filiale.

Da qui emerge con particolare forza la dimensione dell’intercessione. Il ministro diventa in qualche modo ponte, portando davanti a Dio le persone che gli sono affidate e riportando dentro la vita delle persone la memoria della presenza di Dio. La preghiera sacerdotale assume così i volti incontrati, le sofferenze ascoltate e le attese custodite.

Dom Bernardo ha accompagnato la riflessione anche attraverso alcune immagini provenienti dalla tradizione spirituale e poetica. Clemente Alessandrino descrive l’uomo come uno strumento poliarmonico nel quale può risuonare il canto del Verbo. È un’immagine particolarmente suggestiva per la vita sacerdotale: pregare significa permettere che la propria esistenza venga accordata perché possa risuonare una musica che non nasce dal proprio protagonismo.

Mario Luzi ha offerto invece l’immagine della cattedrale come «sostanza di futuro». Anche la preghiera custodisce questa capacità di aprire futuro dentro il presente. Quando tutto sembra già definito, quando la stanchezza rischia di restringere l’orizzonte del ministero, l’uomo che prega rimane aperto a ciò che Dio può ancora compiere.

Il richiamo ad Antonia Pozzi ha riportato infine alla qualità dell’attesa silenziosa. Pregare significa anche attendere una voce senza costringerla, rimanendo disponibili a una presenza che non si lascia programmare. Questa attesa educa il cuore del sacerdote a una libertà più profonda, sottraendolo alla pretesa di controllare ogni esito.

Riletto dentro l’intero percorso dei «verbi del prete», «pregare» appare come una tappa decisiva. Accogliere, accompagnare, predicare, celebrare e ascoltare trovano qui una sorgente comune. Senza una relazione viva con Dio, anche le dimensioni più autentiche del ministero rischiano progressivamente di svuotarsi e diventare semplici funzioni.

La preghiera restituisce invece unità. Permette al sacerdote di riconoscersi figlio prima ancora che ministro, uomo raggiunto dalla grazia prima ancora che responsabile di una comunità, intercessore prima ancora che organizzatore.

È questa forse la consegna più profonda lasciata da Dom Bernardo a Verchiano: pregare significa lasciarsi introdurre nella preghiera stessa di Cristo, fino a scoprire che il ministero sacerdotale può respirare soltanto dentro quella relazione filiale nella quale il Figlio continua a rivolgersi al Padre nello Spirito.

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