Cari amici, dopo avere attraversato nel pomeriggio due luoghi nei quali la storia della Guinea Equatoriale mostra alcune delle sue ferite più profonde, il carcere di Bata e il memoriale delle vittime dell’esplosione del 7 marzo 2021, Papa Leone XIV è entrato nello stadio della città per incontrare i giovani e le famiglie. Il passaggio possiede quasi una sua naturale continuità, perché dopo avere guardato il male che chiede giustizia e la memoria che domanda di essere custodita, il Papa si è rivolto a coloro nelle cui vite prende forma ciò che ancora deve venire.
Anche qui la pioggia ha accompagnato l’incontro. Leone XIV l’ha accolta con quella semplicità che aveva già mostrato poco prima nel carcere, chiedendo chi avesse paura dell’acqua e chi desiderasse la benedizione di Dio, mentre lo stadio continuava a vivere la propria festa. È stato un modo immediato per entrare nella gioia di una Chiesa che il Vescovo aveva presentato come giovane, piena di energia e attraversata da domande, desiderosa di fare di Cristo la propria luce.
Il Papa ha ripreso proprio questa immagine, osservando che la luce più luminosa che aveva davanti non era quella di un motto scritto per il viaggio, perché appariva nei volti, nei sorrisi, nei canti e nelle danze di coloro che lo accoglievano. Cristo diventava così qualcosa di molto più concreto di un riferimento religioso posto accanto alla vita: la sorgente dalla quale una persona può ricevere il senso con cui abitare la propria esistenza.
La sfilata dei diversi gruppi etnici aveva portato davanti al Papa oggetti semplici appartenenti alla vita e alla memoria del Paese. Leone XIV li ha guardati come segni di un patrimonio che i giovani ricevono e del quale diventano responsabili. La fede cristiana, dentro questa prospettiva, non chiede loro di diventare estranei alla propria storia, perché li aiuta a riconoscere ciò che in quella storia può continuare a generare comunione e a essere consegnato alle generazioni future.
È qui che il richiamo a san Giovanni Paolo II ha riportato l’incontro dentro una memoria ecclesiale molto precisa. Nel 1982, durante la sua visita alla Guinea Equatoriale, Giovanni Paolo II aveva chiesto ai cattolici di offrire un esempio di concordia, di riconciliazione e di rispetto effettivo della dignità delle persone. Leone XIV riprende quelle parole davanti a una generazione che allora non era ancora nata e le restituisce al presente, perché la memoria di una visita papale acquista senso quando ciò che è stato detto continua a interrogare coloro che vengono dopo.
Le testimonianze ascoltate durante l’incontro hanno permesso al Papa di entrare nelle condizioni concrete della vita dei giovani. Alicia ha parlato del lavoro quotidiano, della disciplina e della necessità di sottrarsi alla seduzione del successo facile, raccontando anche la fatica di essere donna dentro il mondo del lavoro. Leone XIV ha colto in quelle parole qualcosa che appartiene profondamente alla vocazione cristiana, perché la fede celebrata nell’Eucaristia trova una delle sue verifiche nel modo in cui una persona compie il proprio dovere, tratta gli altri e contribuisce con il proprio lavoro alla vita della famiglia e della società.
Il racconto del seminarista Francisco Martín ha aperto poi il tema della vocazione. Il giovane non ha nascosto la fatica con cui è arrivato al proprio sì, e proprio questo ha reso credibile la sua testimonianza. Il Papa non ha presentato la chiamata di Dio come una strada riservata a persone eccezionali, perché ha invitato i giovani ad ascoltare ciò che il Signore può chiedere alla loro vita e a non avere paura quando quella chiamata conduce verso il sacerdozio, la vita consacrata o un servizio ecclesiale vissuto con particolare dedizione.
La vocazione cristiana appare così come un cammino nel quale l’uomo scopre che il dono di sé non impoverisce la vita. Leone XIV insiste su questo punto quando ricorda che una vita consegnata a Dio può essere una vita profondamente felice, proprio perché trova nella preghiera, nei sacramenti e nell’incontro con gli altri una sorgente che continuamente la rinnova. Dietro queste parole si percepisce un modo preciso di guardare la libertà: essa raggiunge la propria maturità quando diventa capace di scegliere qualcosa per cui valga la pena spendersi.
L’incontro si è poi spostato naturalmente verso la famiglia, che il Papa ha descritto come il terreno nel quale la crescita umana e cristiana affonda le proprie radici. Le parole della coppia formata da Purificación e Jaime Antonio hanno permesso a Leone XIV di parlare del matrimonio con grande concretezza, riconoscendolo come una vocazione che si costruisce giorno dopo giorno attraverso un’alleanza nella quale gli sposi continuano a scegliersi e imparano a custodire insieme la vita che viene loro affidata.
È un’immagine particolarmente importante in un tempo nel quale la stabilità dei legami viene spesso percepita come un peso dal quale proteggersi. Leone XIV parla invece del matrimonio come di un cammino nel quale la libertà cresce proprio attraverso la fedeltà, perché l’amore coniugale non rimane affidato soltanto alla forza del sentimento e assume progressivamente la forma di una decisione che accompagna la storia concreta dell’altro.
A questo punto la voce di Victor Antonio, appena tredicenne, ha cambiato il tono dell’incontro. Il ragazzo ha raccontato la ferita prodotta dall’assenza del padre e il peso che questa esperienza ha lasciato nella sua vita. Il Papa ha ricevuto quelle parole senza trasformarle in un episodio commovente destinato a essere rapidamente superato. Ha detto che cadevano nell’assemblea come una pietra pesante, capace però di diventare materiale per costruire qualcosa di diverso.
La sofferenza di un ragazzo è diventata così una domanda rivolta agli adulti. Accogliere una vita significa assumersi una responsabilità che continua nel tempo, e la famiglia può custodire realmente i piccoli soltanto quando l’amore viene riconosciuto anche come impegno, presenza e capacità di rimanere. Leone XIV ha chiesto che quella testimonianza aiutasse tutti a riflettere sulla protezione dei bambini e sulla responsabilità che accompagna la generazione di una nuova vita.
Dentro questa prospettiva il Papa non ha idealizzato la famiglia. Ha riconosciuto le fatiche, i sacrifici e anche i giudizi culturali che possono rendere più difficile vivere una scelta di fedeltà, mostrando proprio per questo quanto sia importante che la comunità cristiana accompagni le famiglie e non le lasci sole davanti alle prove che attraversano.
La famiglia viene quindi presentata come un luogo nel quale la luce del Vangelo può assumere una forma ordinaria e quotidiana. Una casa che sa accogliere e amare diventa uno spazio nel quale una persona impara a riconoscere il valore dell’altro e porta poi questa esperienza dentro la società. Il Papa allarga infatti lo sguardo oltre l’ambito domestico e ricorda che la carità coltivata nelle relazioni può arrivare a trasformare anche il modo in cui vengono pensate le strutture e le istituzioni.
È forse questo uno dei passaggi più interessanti dell’intero discorso, perché impedisce di ridurre l’attenzione alla famiglia a una questione privata. Il modo in cui impariamo ad amare dentro le relazioni più vicine educa anche il modo in cui guardiamo chi è fragile, chi viene escluso e chi rischia di non trovare posto nella vita sociale. La famiglia diventa così una scuola dalla quale può nascere una responsabilità capace di raggiungere il bene comune.
Il futuro che Leone XIV affida ai giovani della Guinea Equatoriale non viene quindi descritto attraverso grandi programmi. Prende forma nel lavoro compiuto con serietà, nella disponibilità ad ascoltare la propria vocazione, nella fedeltà tra un uomo e una donna che costruiscono insieme la propria casa e nella responsabilità verso i figli che vengono loro affidati. Sono realtà ordinarie nelle quali si decide molto più di quanto normalmente appaia.
Quando il Papa invita tutti a lasciarsi entusiasmare dalla bellezza dell’amore e a testimoniare che donarsi rende la vita piena, riporta il futuro alla sua sorgente cristiana. Cristo, Crocifisso e Risorto, diventa la luce attraverso la quale le diverse vocazioni possono trovare unità senza perdere la propria forma particolare.
L’incontro di Bata conclude così una giornata nella quale Leone XIV ha attraversato condizioni umane molto diverse e le ha raccolte dentro uno stesso sguardo. Il detenuto conserva una possibilità di ricominciare, la memoria delle vittime chiede di diventare responsabilità e i giovani e le famiglie ricevono ora il compito di costruire una storia nella quale la dignità della persona possa essere concretamente custodita.
Il futuro della Guinea Equatoriale, nelle parole del Papa, non appare quindi come qualcosa che semplicemente arriverà con il trascorrere del tempo. Esso comincia già dentro le scelte attraverso le quali una generazione decide che cosa vuole ricevere dal passato e quale vita intende consegnare a chi verrà dopo.
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