don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

IN ANGOLA IL PAPA HA PARLATO ALLA STORIA, ALLA FEDE E AL CUORE DI UN POPOLO

Cari amici, la giornata che Papa Leone XIV ha vissuto oggi in Angola merita di essere guardata nel suo insieme, perché gli appuntamenti che si sono succeduti tra Luanda, Kilamba e Muxima hanno composto qualcosa di più di un programma intenso. Dal discorso di ieri pomeriggio alle autorità fino al Rosario celebrato oggi davanti al santuario di Mama Muxima, il Papa ha attraversato dimensioni molto diverse della vita angolana e le ha ricondotte progressivamente alla stessa sorgente, entrando prima nella storia di una nazione, poi nella sua esperienza di fede e infine nel cuore religioso di un popolo.

Ieri, davanti alle autorità, Leone XIV aveva affrontato direttamente alcune delle questioni che pesano sul presente dell’Angola, richiamando il valore del bene comune, la dignità della persona e la necessità che le ricchezze di una terra non diventino occasione di sfruttamento. Quel discorso si era concluso indicando Cristo come «pienezza dell’uomo e della storia», e questa espressione, riletta alla luce di ciò che è accaduto oggi, appare quasi come la chiave consegnata dal Papa prima di entrare più profondamente nella vita della Chiesa angolana.

Questa mattina, nella grande spianata di Kilamba, Leone XIV ha celebrato l’Eucaristia davanti a una moltitudine di fedeli e ha scelto il Vangelo dei discepoli di Emmaus per parlare a un Paese che conosce bene il peso delle ferite della storia. I due discepoli lasciano Gerusalemme con il cuore deluso, portando dentro di sé il crollo delle speranze riposte in Gesù; camminano mentre tentano di comprendere ciò che è accaduto, e proprio dentro quella strada di smarrimento il Risorto si avvicina e comincia a camminare con loro.

È difficile non cogliere la forza di questa immagine in Angola. Una nazione che ha attraversato la guerra civile e continua a confrontarsi con povertà, disuguaglianze e ferite ancora aperte viene invitata dal Papa a riconoscere che la storia cristiana non termina nel punto in cui l’uomo sperimenta la sconfitta. Cristo risorto entra nella strada proprio quando i discepoli pensano che tutto sia ormai concluso e restituisce loro progressivamente la capacità di comprendere ciò che hanno vissuto.

Leone XIV applica questa pagina evangelica alla vita della Chiesa e del Paese senza trasformarla in una allegoria artificiale. Il punto decisivo è la presenza del Signore che continua a camminare accanto all’uomo e gli impedisce di restare prigioniero della propria delusione. Il Papa richiama così la preghiera, l’ascolto della Parola e l’Eucaristia come luoghi nei quali la comunità cristiana riconosce il Risorto e ritrova la forza necessaria per tornare dentro la storia con uno sguardo nuovo.

Questo passaggio è particolarmente importante perché impedisce di ridurre la rinascita di un popolo alla sola ricostruzione esteriore. Le strutture sono necessarie, la giustizia sociale esige scelte politiche e responsabilità concrete, eppure una società ferita ha bisogno anche di uomini capaci di uscire dalla rassegnazione, di ricomporre relazioni spezzate e di immaginare nuovamente un futuro comune.

Per questo l’omelia di Kilamba raggiunge anche alcune fragilità della vita ecclesiale. Leone XIV richiama la necessità di una fede limpida, capace di evitare quelle commistioni magiche e superstiziose che possono insinuarsi nella pratica religiosa, perché il cristianesimo vive dell’incontro con Cristo risorto e chiede che ogni forma di religiosità venga continuamente purificata dalla Parola e dall’Eucaristia.

Il Papa domanda nello stesso tempo che questa fede diventi capace di raccogliere il grido concreto dei figli dell’Angola. La Chiesa che riconosce Cristo nello spezzare il pane è chiamata a diventare essa stessa pane spezzato dentro la vita del Paese, assumendo la responsabilità della riconciliazione e contribuendo alla crescita di una cultura nella quale la giustizia e la condivisione possano progressivamente guarire ciò che la violenza e la corruzione hanno ferito.

In questo senso Emmaus diventa molto più di una pagina consolatoria. I discepoli ricevono dal Risorto una nuova comprensione della storia e immediatamente cambiano direzione: tornano verso Gerusalemme, là dove erano fuggiti, perché ciò che hanno riconosciuto non permette loro di continuare semplicemente il cammino della ritirata.

Anche l’Angola, nelle parole del Papa, viene invitata a questo cambiamento di direzione. La memoria delle ferite non viene cancellata e il dolore non viene spiritualizzato fino a perdere consistenza, perché la Pasqua cristiana offre la possibilità di attraversare ciò che è accaduto senza lasciare che esso determini per sempre ciò che potrà accadere.

Il Regina Caeli, recitato al termine della celebrazione, ha allargato questa prospettiva oltre i confini angolani. Leone XIV ha spiegato che la gioia della Risurrezione non serve a soffocare il grido di chi soffre, perché la fede pasquale permette piuttosto di accoglierlo dentro una speranza più grande. Da qui sono nati il pensiero per le vittime degli attacchi in Ucraina e l’incoraggiamento davanti alla tregua annunciata in Libano, con l’auspicio che la via diplomatica possa condurre a una pace più stabile in Medio Oriente.

Questo passaggio aiuta a comprendere anche il modo in cui Leone XIV sta vivendo il proprio ministero durante il viaggio africano. La contemplazione del Risorto non lo porta fuori dalla storia e la sofferenza della storia non lo distoglie dal Risorto; le due dimensioni rimangono unite perché la Pasqua cristiana introduce proprio dentro il dolore umano una possibilità che esso, da solo, non sarebbe capace di generare.

Nel pomeriggio il cammino della giornata ha raggiunto Muxima. Qui la riflessione cambia registro e passa dalla grande celebrazione eucaristica alla semplicità del Rosario, dentro uno dei luoghi più cari alla devozione del popolo angolano. Abbiamo già visto quanto Leone XIV abbia insistito sul Cuore di Maria, sulla pietà popolare che conduce a Cristo e sulla responsabilità che nasce dalla preghiera; quello che colpisce, guardando l’intera giornata, è la continuità profonda tra ciò che era stato celebrato a Kilamba e ciò che viene pregato davanti a Mama Muxima.

A Kilamba Cristo si era fatto compagno dei discepoli scoraggiati e si era lasciato riconoscere nello spezzare il pane; a Muxima Maria viene presentata come colei che custodisce nel proprio cuore la presenza del Figlio e aiuta la Chiesa a mantenerne vivo il battito. La fede pasquale e la devozione mariana non percorrono dunque strade parallele, perché la Madre conduce continuamente verso il Signore risorto e insegna alla comunità cristiana a custodirne la presenza dentro la vita.

È così che si comprende anche la frase pronunciata dal Papa davanti ai giovani: «È l’amore che deve trionfare, non la guerra!». Dopo una mattina segnata dal racconto di Emmaus, queste parole acquistano una profondità particolare, perché la vittoria dell’amore non viene presentata come ottimismo ingenuo e nasce dalla convinzione che Cristo abbia già attraversato la morte e che la storia umana, proprio per questo, non sia condannata a ripetere indefinitamente le proprie violenze.

Se guardiamo insieme gli ultimi due giorni, il percorso appare allora molto coerente. Leone XIV ha parlato alle istituzioni ricordando quale idea dell’uomo dovrebbe guidare la vita pubblica; ha celebrato con il popolo mostrando che Cristo risorto continua a camminare dentro le ferite della storia; ha pregato con Maria entrando nella forma più familiare e popolare della fede angolana.

Non sono tre discorsi differenti raccolti soltanto dalla successione del programma. Sono tre modi con cui il ministero di Pietro raggiunge un popolo nella sua interezza.

La storia viene richiamata alla dignità dell’uomo.

La fede viene ricondotta al Cristo vivo.

Il cuore di un popolo viene affidato alla Madre che conduce al Figlio.

E forse è proprio questa la consegna più profonda della giornata angolana: la rinascita di una nazione comincia quando la memoria delle sue ferite incontra una speranza abbastanza forte da permetterle di tornare in cammino.

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