Cari amici, nel Palazzo Presidenziale di Yaoundé Papa Leone XIV ha pronunciato il primo grande discorso della sua visita in Camerun e, ascoltandolo con attenzione, appare subito evidente che non siamo davanti a un semplice saluto istituzionale destinato a rispettare il protocollo di un viaggio apostolico. Il Papa entra nella vita concreta del Paese, ne riconosce la ricchezza e lascia emergere, con la libertà propria del pastore, alcune delle questioni che toccano più profondamente il presente camerunense.
Fin dalle prime parole Leone XIV parte da una caratteristica che appartiene all’identità stessa del Camerun, spesso definito «Africa in miniatura» per la straordinaria varietà delle sue culture, delle lingue, dei territori e delle tradizioni. Il Papa guarda questa pluralità senza considerarla inevitabilmente una causa di frammentazione e vi riconosce invece una possibilità: ciò che rende un Paese complesso può diventare anche una risorsa per costruire una fraternità capace di rispettare le differenze.
È dentro questa prospettiva che Leone XIV definisce la propria presenza: «Vengo tra voi come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace». In una frase così semplice è già contenuta la chiave dell’intero discorso. Il Papa non giunge in Camerun portando una soluzione politica ai problemi del Paese e non assume il linguaggio di chi pretende di sostituirsi alle istituzioni. Parla da pastore e, proprio per questo, richiama ciò che precede ogni soluzione tecnica e senza il quale nessuna architettura politica può durare: la dignità dell’uomo, la responsabilità del potere, il bene comune e la costruzione paziente della pace.
La pace di cui parla Leone XIV possiede una caratteristica che accompagna il suo magistero fin dall’inizio del pontificato. Deve essere «disarmata», perché non può fondarsi sulla paura, sulla minaccia o sulla forza delle armi, e deve diventare anche «disarmante», capace cioè di sottrarre terreno alla logica del nemico, riaprire spazi di fiducia e permettere che persone ormai abituate a guardarsi con sospetto possano ricominciare a riconoscersi.
Nel Camerun segnato da anni di tensioni e dal conflitto nelle regioni anglofone, queste parole non rimangono sospese nell’astrazione. La pace non può essere ridotta a una formula pronunciata quando le circostanze lo richiedono, perché deve entrare nello stile delle persone e delle istituzioni, fino a modificare concretamente il modo in cui vengono affrontati i conflitti. Il Papa lo afferma con chiarezza quando ricorda che la pace non si decreta, si accoglie e si vive, e che la sua costruzione rimane un’opera lenta nella quale nessuno può sentirsi dispensato dalla propria parte di responsabilità.
La riflessione entra così direttamente nel significato dell’autorità. Leone XIV ricorda che governare significa amare il proprio Paese e ascoltare realmente i cittadini, riconoscendo in essi persone capaci di comprendere la realtà e di contribuire alle soluzioni. È un passaggio particolarmente importante perché corregge quella concezione paternalistica del potere secondo la quale il popolo dovrebbe limitarsi a ricevere decisioni elaborate altrove, come se la partecipazione fosse una concessione e non una dimensione propria della vita sociale.
Il Papa riprende in questo contesto anche una intuizione di Francesco, ricordando che le politiche rivolte ai poveri diventano insufficienti quando vengono pensate sempre dall’alto e mai costruite insieme a coloro che ne vivono direttamente le conseguenze. La povertà non può essere trattata come un oggetto amministrativo e l’uomo povero non può essere ridotto a destinatario passivo di interventi decisi da altri. Una società cresce quando chi vive le periferie della vita comune può finalmente essere ascoltato come soggetto della propria storia.
Da qui Leone XIV rivolge una particolare attenzione alla società civile, nella quale riconosce una forza vitale per la coesione nazionale. Associazioni, organizzazioni giovanili e femminili, sindacati, realtà umanitarie, autorità tradizionali e comunità religiose conoscono spesso le ferite prima che esse arrivino sui tavoli delle istituzioni, perché vivono accanto agli sfollati, alle vittime e alle famiglie che pagano il prezzo delle tensioni sociali.
Il Papa riconosce soprattutto il contributo delle donne, ricordando come esse siano spesso tra le prime vittime della violenza e, nello stesso tempo, continuino a sostenere la vita delle famiglie, l’educazione, la mediazione e la ricostruzione del tessuto sociale. Chiedere che la loro voce venga realmente riconosciuta nei processi decisionali significa ammettere che la pace ha bisogno anche dello sguardo di chi ha imparato a custodire la vita mentre altri continuavano a contendersi il potere.
Il discorso diventa ancora più esigente quando Leone XIV affronta la questione delle istituzioni. Trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e rispetto dello Stato di diritto vengono indicati come condizioni necessarie per ricostruire la fiducia tra cittadini e autorità. Il Papa parla apertamente della necessità di un esame di coscienza e di un «coraggioso salto di qualità», mostrando che la riconciliazione di un Paese non può essere affidata soltanto ai richiami alla buona volontà quando rimangono intatte le strutture che producono sfiducia e ingiustizia.
L’autorità pubblica, afferma Leone XIV, è chiamata a diventare ponte e non fattore di divisione. Anche la sicurezza, che in un Paese segnato dal conflitto rappresenta certamente una necessità reale, deve essere perseguita nel rispetto dei diritti umani, perché nessuna stabilità può essere costruita sacrificando la dignità delle persone che dovrebbe proteggere.
È una parola delicata e nello stesso tempo molto concreta. Quando la sicurezza viene separata dalla giustizia può diventare facilmente lo strumento con cui il più forte impone il silenzio; quando invece la legge protegge realmente tutti, soprattutto coloro che dispongono di meno possibilità di difendersi, torna a essere ciò che dovrebbe: un argine contro l’arbitrio.
A questo punto il Papa entra in uno dei temi che più direttamente toccano la credibilità dell’autorità: la corruzione. Le sue parole non hanno il tono di una denuncia generica, perché collegano la responsabilità pubblica alla condotta personale di chi la esercita. Non basta che le istituzioni funzionino formalmente se coloro che le rappresentano finiscono per servirsi di esse come strumento di vantaggio personale.
Leone XIV parla della corruzione come di una catena che sfigura l’autorità e la priva della sua autorevolezza. È una distinzione importante, perché si può possedere il potere senza riuscire più a generare fiducia, e proprio questa distanza tra autorità formale e autorevolezza morale diventa una delle grandi fragilità della vita pubblica.
Il Papa arriva così alla radice spirituale del problema quando parla della sete di guadagno come di una forma di idolatria. Qui il discorso politico diventa pienamente pastorale, perché Leone XIV non si limita a chiedere migliori procedure amministrative e conduce la questione dentro il cuore dell’uomo. La corruzione comincia molto prima dell’atto illecito che può essere perseguito dalla legge; nasce quando il possesso e il vantaggio personale diventano il criterio con cui si guarda alla responsabilità ricevuta.
È forse proprio questo passaggio a mostrare con maggiore chiarezza che il Papa non sta pronunciando un discorso cerimoniale. Davanti alle più alte autorità del Paese parla della coscienza, della rettitudine personale e del rapporto tra responsabilità pubblica e qualità morale della vita. Ricorda così che il bene comune non può essere generato soltanto da sistemi ben costruiti, perché ogni sistema passa comunque attraverso uomini e donne capaci di usarlo per servire oppure di piegarlo al proprio interesse.
Leone XIV conclude guardando alle risorse del Camerun e riconoscendo che il Paese possiede energie umane, culturali e spirituali capaci di accompagnarlo oltre le prove che sta vivendo. Questa fiducia evita che il discorso si trasformi in una requisitoria pronunciata da chi guarda il Camerun dall’esterno e presume di giudicarlo. Il Papa parla a un popolo del quale riconosce le ferite e, nello stesso tempo, la capacità di attraversarle.
In questo senso il primo discorso camerunense completa ciò che avevamo intuito al momento dell’arrivo. Leone XIV entra nella ferita del Paese senza fare il mestiere della politica e senza sottrarsi alla responsabilità di parlare. Ricorda alle istituzioni ciò che dovrebbero servire, alla società civile il valore della propria presenza e a ciascuno la parte di responsabilità che porta nella costruzione della pace.
La parola pastorale appare proprio qui. Il pastore non possiede il potere delle istituzioni, eppure può ricordare al potere la misura oltre la quale rischia di smarrire la propria ragione d’essere. Può dire che governare significa servire, che la sicurezza deve custodire la dignità, che la legge deve proteggere dal più forte e che la corruzione comincia quando il cuore trasforma il servizio in possesso.
Nel Palazzo Presidenziale di Yaoundé Leone XIV non ha dunque portato soltanto il saluto del Successore di Pietro al Camerun. Ha rivolto al Paese una parola che chiede alla politica di tornare alla sua vocazione più alta: custodire un popolo e creare le condizioni perché ciascuno possa sentirsi protetto, ascoltato e rispettato.
È da qui che la pace può cominciare a diventare qualcosa di più di una parola pronunciata nelle occasioni ufficiali.
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