don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

A NGUL ZAMBA IL PAPA MOSTRA IL VOLTO PIÙ TENERO DELLA VISITA PASTORALE

Cari amici, dopo l’incontro con le Autorità e il Corpo Diplomatico, Papa Leone XIV ha raggiunto nel pomeriggio l’orfanotrofio Ngul Zamba di Yaoundé, entrando in uno di quei luoghi nei quali un viaggio apostolico cambia improvvisamente tono e permette di vedere con maggiore chiarezza ciò che, dentro i grandi discorsi, rischia talvolta di rimanere sullo sfondo. Poche ore prima il Papa aveva parlato della vita di un Paese, delle sue responsabilità pubbliche e della necessità di costruire la pace; ora si trovava davanti a bambini che portano dentro la propria storia forme diverse di fragilità e di perdita, e proprio questo passaggio dal linguaggio delle istituzioni alla concretezza dei volti ha dato all’intera giornata una profondità particolare.

Leone XIV è arrivato all’orfanotrofio nel tardo pomeriggio ed è stato accolto dalla Superiora Generale delle Figlie di Maria, dalle religiose, dagli operatori e soprattutto dai bambini, che hanno accompagnato la visita con canti e testimonianze. Tre di loro hanno raccontato la propria esperienza, seguiti poi dalle parole di alcuni educatori, e il Papa ha scelto di rispondere con un linguaggio semplice, quasi domestico, capace di entrare immediatamente nella realtà di una casa nella quale la parola famiglia possiede un significato particolarmente delicato.

Ha ricordato anzitutto che quella struttura è diventata per loro una casa, un luogo nel quale essere accolti e accompagnati, e da questa esperienza concreta ha condotto lo sguardo verso una paternità più grande, quella di Dio, che continua a chiamare ciascuno figlio e a custodirlo con un amore che non dipende dalle condizioni della sua storia. Il Papa non ha cercato di offrire una spiegazione del dolore che alcuni di quei bambini possono avere attraversato e non ha tentato di rivestire di parole consolatorie ciò che rimane una ferita reale; ha preferito collocarli dentro una relazione che viene prima di ogni mancanza, ricordando loro che esiste un Padre che li conosce e li accoglie.

Dentro questa stessa immagine familiare Leone XIV ha poi parlato di Gesù come del loro «Fratello maggiore», un’espressione che possiede una straordinaria semplicità e che, proprio in quel luogo, acquista una forza particolare. Cristo non viene presentato come una figura lontana, né come qualcuno che osserva dall’esterno la fragilità umana; viene posto dentro la casa, dentro la fraternità, come Colui attorno al quale una famiglia può ritrovarsi e dal quale può ricevere la forza necessaria per portare insieme ciò che nella vita diventa troppo pesante quando viene sostenuto da soli.

È forse questo uno dei passaggi più belli dell’incontro, perché la gioia di cui parla il Papa non nasce dalla rimozione del dolore. Nasce dalla possibilità che una persona scopra di non essere abbandonata alla propria storia e che attorno a lei possa esistere una comunità capace di custodirla. Per bambini che hanno conosciuto la perdita, l’assenza o altre forme di precarietà, sentirsi dire che appartengono a una famiglia più grande significa ricevere una parola che non cancella ciò che è accaduto, eppure impedisce che quella ferita diventi l’unica definizione possibile della loro vita.

Da qui Leone XIV ha allargato lo sguardo al mondo nel quale viviamo, segnato tante volte dall’indifferenza e da una forma di egoismo che rende facile voltarsi altrove davanti alla fragilità degli altri. La sua parola è diventata allora una responsabilità rivolta a tutti: siamo chiamati a essere custodi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, perché nessuna società può dirsi veramente umana quando lascia che i più piccoli diventino invisibili o considera la debolezza come qualcosa di marginale rispetto ai grandi problemi della storia.

Questa affermazione acquista un significato ancora più forte se la si colloca dentro la giornata camerunense. Poco prima il Papa aveva incontrato coloro che esercitano responsabilità politiche e istituzionali e aveva parlato del futuro del Paese; ora, davanti ai bambini di Ngul Zamba, mostrava quale dovrebbe essere uno dei criteri più concreti per giudicare ogni progetto politico e ogni scelta collettiva. Il valore di una nazione non dipende soltanto dalla stabilità delle sue istituzioni o dalla crescita della sua economia, perché alla fine ogni struttura pubblica rivela la propria qualità nel modo in cui riesce a custodire chi possiede meno strumenti per difendersi da solo.

Per questo l’orfanotrofio non appare come una parentesi affettuosa inserita tra appuntamenti più importanti. È uno dei luoghi nei quali il viaggio del Papa mostra con maggiore chiarezza ciò che la parola pace dovrebbe significare quando smette di essere un’espressione generale e comincia a riguardare la vita reale. Il Camerun porta dentro di sé ferite politiche, sociali e territoriali che hanno segnato profondamente molte famiglie; parlare di riconciliazione significa allora anche chiedersi quale futuro venga preparato ai bambini, quale protezione sia garantita a chi cresce in situazioni di maggiore vulnerabilità e quale spazio venga riconosciuto a chi non possiede voce sufficiente per imporsi all’attenzione pubblica.

Leone XIV ha detto ai bambini che nella grande famiglia di Dio nessuno è straniero e nessuno viene dimenticato, per quanto piccolo possa essere. In quella parola, “piccolo”, si raccoglie molto più dell’età dei suoi interlocutori. Piccolo è chi dipende dagli altri, chi rischia di essere trascurato, chi non ha potere, chi non dispone di strumenti per farsi ascoltare e può essere facilmente lasciato ai margini. Lo sguardo cristiano parte proprio da qui, perché riconosce una dignità che non cresce con la forza e non diminuisce con la debolezza.

La visita ha così mostrato qualcosa di essenziale anche sul modo in cui il Papa sta attraversando il Camerun. Leone XIV non sembra voler separare le grandi questioni del Paese dalla vita delle persone concrete. La pace, la giustizia e la riconciliazione diventano credibili quando arrivano fino ai luoghi nei quali si raccolgono le conseguenze più silenziose delle ferite sociali, e un orfanotrofio può dire talvolta della salute di una nazione più di molti discorsi pronunciati nei palazzi.

Prima di lasciare Ngul Zamba, il Papa ha pregato insieme ai presenti il Padre Nostro e ha impartito la benedizione. È stato un gesto semplice che ha ricondotto alla sorgente quanto aveva appena detto, perché quella paternità di Dio evocata nelle sue parole è diventata preghiera condivisa. Bambini, religiose, educatori e ospiti si sono ritrovati insieme davanti allo stesso Padre, e per un momento la fraternità della quale Leone XIV aveva parlato ha assunto una forma visibile.

Forse è proprio questa l’immagine che resterà di Ngul Zamba: un Papa che entra in una casa di bambini, ascolta le loro storie e ricorda loro che nessuno è dimenticato davanti a Dio. Dentro un Paese che porta ferite molto più vaste di quelle raccolte in quella stanza, questa parola non appare piccola. Diventa piuttosto un criterio per comprendere ciò che ogni pace autentica dovrebbe custodire: la capacità di riconoscere la dignità dell’altro, di non abbandonare chi è più fragile e di accettare che la vita di un fratello ci riguardi realmente.

Il viaggio del Papa in Camerun entra così, attraverso i bambini di Ngul Zamba, dentro una dimensione che nessun processo politico potrà permettersi di ignorare. La pace comincia anche qui, quando una comunità decide che nessuno dei suoi figli deve essere considerato estraneo, dimenticato o troppo piccolo per meritare di essere custodito.

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere