Il Triduo pasquale vissuto dalla Pievania di San Felice
Ognuno di noi possiede un posto abituale nella propria chiesa. Conosce la strada per arrivarci e, una volta entrato, ritrova il banco consueto insieme alle voci che accompagnano la celebrazione. Nella Settimana Santa del 2026 la Pievania di San Felice ci ha chiesto un gesto molto semplice: lasciare per una sera quel posto conosciuto e raggiungere la comunità che avrebbe accolto una parte del Triduo pasquale.
Il Giovedì Santo ci siamo ritrovati nella chiesa della Madonna delle Grazie a Giano. Il giorno seguente Montecchio ci ha accolti nella chiesa di San Bartolomeo e lungo i vicoli del centro storico per la Via Crucis. La notte del Sabato Santo il cammino è giunto a Bastardo, dove la Veglia pasquale è stata celebrata nella chiesa di San Francesco. Le distanze tra questi luoghi sono brevi e il passo richiesto può sembrare piccolo. Proprio attraverso quel movimento abbiamo cominciato a comprendere qualcosa della comunione che la Pievania desidera costruire.
La scelta era stata preparata dall’Équipe pastorale con attenzione. Occorreva armonizzare gli orari e coinvolgere persone provenienti dalle diverse comunità. Dietro queste necessità concrete vi era il desiderio di vivere il Triduo come un cammino realmente comune. La liturgia avrebbe fatto ciò che tante spiegazioni faticano a ottenere: riunire persone abituate a celebrare in luoghi differenti e porle insieme davanti allo stesso Signore.
La sera del 2 aprile, nella Messa in Coena Domini, abbiamo contemplato Cristo che consegna se stesso nell’Eucaristia. Il Signore raduna i suoi attorno alla mensa e affida loro il comandamento dell’amore. In quella chiesa di Giano anche la nostra Pievania ha ricevuto nuovamente questa parola. La comunione nasce da un dono che ci precede e diventa vera quando impariamo a farci spazio gli uni agli altri.
Raggiungere Giano significava riconoscere che quella celebrazione riguardava tutti. La comunità locale ha aperto le proprie porte e i fedeli venuti dagli altri paesi hanno accettato di farsi ospiti. È un gesto ecclesiale semplice e possiede una forza particolare: chi accoglie offre ciò che custodisce, mentre chi arriva scopre che può sentirsi a casa anche altrove.
Il Venerdì Santo ci siamo spostati a Montecchio. Nella chiesa di San Bartolomeo abbiamo ascoltato il racconto della Passione e adorato la Croce. Più tardi la Via Crucis ha percorso i vicoli del centro storico. La preghiera è uscita dalla chiesa e ha attraversato le strade sulle quali si svolge la vita quotidiana. Lì abbiamo portato le fatiche delle famiglie e le ferite delle nostre comunità, lasciando che la Croce del Signore illuminasse anche ciò che tra noi rimane difficile.
La preparazione della Via Crucis aveva coinvolto la comunità locale e l’Équipe. Si desiderava offrire una preghiera capace di parlare alla vita della Pievania. Le stazioni ci hanno aiutato a guardare le incomprensioni e la fatica di costruire rapporti nuovi alla luce della Passione di Cristo. Nella verifica compiuta al termine dell’anno, proprio questa celebrazione è stata ricordata come una delle esperienze più riuscite. Montecchio aveva custodito il carattere della propria tradizione e l’aveva resa disponibile a tutti.
La sera del 4 aprile ci siamo riuniti a Bastardo per la Veglia pasquale. Fuori dalla chiesa è stato acceso il fuoco e da quella fiamma ha ricevuto luce il cero pasquale. Quando il cero è entrato nell’oscurità della chiesa, ciascuno ha potuto accendere la propria candela dalla luce trasmessa da un’altra persona. Forse nessun gesto avrebbe potuto raccontare meglio ciò che stavamo cercando di vivere come Pievania. La luce di Cristo giunge a ciascuno passando attraverso le mani di qualcuno che gli è accanto.
La liturgia della Parola ha ripercorso la storia della salvezza con il suo ampio respiro. Lettori provenienti da comunità diverse hanno prestato la voce alle Scritture. Nella stessa notte abbiamo rinnovato le promesse battesimali presso il fonte. Prima del paese al quale apparteniamo e delle consuetudini alle quali siamo affezionati, vi è il Battesimo che ci ha resi membra dell’unico Corpo di Cristo.
Il Triduo vissuto in forma itinerante ha chiesto a ciascuno un piccolo cambiamento. Qualcuno avrà trovato scomodo spostarsi e altri avranno sentito la mancanza della celebrazione nella propria chiesa. Sono fatiche comprensibili, perché i luoghi della fede toccano affetti profondi. Il cammino comune cresce proprio quando accettiamo di lasciarci condurre oltre ciò che ci è più familiare e scopriamo che il Signore ci attende anche nella comunità vicina.
Giano ha accolto l’inizio del Triduo e a Montecchio abbiamo seguito il Signore sulla via della Croce. Il cammino è giunto poi alla notte pasquale celebrata a Bastardo. Ogni luogo ha offerto il proprio volto e ha ricevuto la presenza degli altri. Il filo che teneva insieme le diverse sere proveniva dal mistero stesso di Cristo, nel quale le nostre storie trovano unità.
Ripensando a quei giorni, comprendiamo che la Pievania prende forma quando ci muoviamo gli uni verso gli altri. A volte basta percorrere pochi chilometri e sedersi in un banco diverso dal solito. Poi la liturgia compie il suo lavoro silenzioso: ci fa ascoltare la stessa Parola e ci nutre dello stesso Pane, affinché impariamo a riconoscerci come fratelli.
Nella Pasqua del 2026 abbiamo attraversato i nostri paesi seguendo il Signore. La strada percorsa resta breve sulla carta e diventa significativa quando conduce il cuore fuori dai propri confini abituali. In quelle sere la Pievania di San Felice ha trovato nella liturgia la forma più vera del proprio cammino.

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