don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

LUMEN GENTIUM: LA CHIESA REALE, ABITATA DA CRISTO

Seconda catechesi di Papa Leone XIV sulla Costituzione dogmatica.

Cari amici, proseguendo il cammino iniziato con la prima catechesi, Papa Leone XIV ci offre un secondo passo molto prezioso: non entra subito nelle dispute tecniche che da decenni infiammano Lumen gentium, poi spesso restano come scorie nelle discussioni tra cattolici. Ripristina prima l’asse. È una scelta pastorale nel senso migliore: mettere ordine nell’intelligenza della fede, così da non leggere il Concilio con il nervosismo del post-Concilio.

Sappiamo bene quali siano alcune criticità che, soprattutto dopo il Concilio, hanno suscitato contrasto. La formula di Lumen gentium 8 sulla Chiesa di Cristo che “sussiste nella” Chiesa cattolica, i timori sulla collegialità e sul primato, l’accento sul “Popolo di Dio”, la questione degli “elementi di santificazione e verità” presenti al di fuori dei confini visibili. Su questi punti si sono costruite due derive opposte: lo “spirito del Concilio” che scavalca il testo, e il rigetto tradizionalista che condanna il testo come origine della confusione. In mezzo, tanti fedeli semplici che non cercano battaglie, cercano una Chiesa credibile, una fede solida, un cammino di salvezza.

La catechesi di oggi, in modo sobrio e fermo, ci aiuta proprio su questo: come leggere Lumen gentium senza ridurla a sociologia e senza trasformarla in un bersaglio.

Leone XIV parte dal capitolo I e mette a fuoco una frase di Lumen gentium che spesso viene citata senza essere capita: la Chiesa è «una realtà complessa» (n. 8). Il Papa, con finezza, blocca subito un equivoco: “complessa” non significa “complicata”, quindi oscura, ambigua, manipolabile. La complessità, nella lingua latina, indica l’unione ordinata di dimensioni diverse in una medesima realtà. Per questo la Costituzione può dire che la Chiesa è un organismo ben compaginato, nel quale convivono la dimensione umana e quella divina, “senza separazione e senza confusione”. Questo è già un primo chiarimento decisivo contro molte letture deformanti. Se si separa l’umano dal divino, si cade nella fantasia di una Chiesa ideale, pura, disincarnata. Se si confonde il divino con l’umano, la Chiesa diventa un fenomeno sociale tra gli altri, un’istituzione come le altre, e a quel punto tutto è negoziabile.

Il Papa riconosce senza giri di parole la dimensione umana della Chiesa, quella che ciascuno può vedere. È una comunità di uomini e donne che condividono “gioia e fatica” di essere cristiani, con pregi e difetti, annunciando il Vangelo e facendosi segno della presenza di Cristo nel cammino della vita. È anche un’organizzazione, con aspetti istituzionali. Qui Leone XIV è realistico e, proprio perché realistico, non permette né idealismi né cinismi. Quella dimensione, dice, non basta a descrivere la natura della Chiesa, perché esiste anche una dimensione divina. Ed è qui che il discorso diventa pulito, perché smonta sia il trionfalismo sia il moralismo: la dimensione divina non consiste in una “perfezione ideale” o in una “superiorità spirituale” dei membri. Consiste nel fatto che la Chiesa è generata dal disegno d’amore di Dio sull’umanità, realizzato in Cristo.

Per esprimere questa unità di dimensioni, Leone XIV cita la celebre sintesi di Lumen gentium 8, richiamata anche dal Catechismo: la Chiesa è “allo stesso tempo comunità terrena e corpo mistico di Cristo, assemblea visibile e mistero spirituale, realtà presente nella storia e popolo pellegrinante verso il cielo” (LG 8; CCC 771). Non è un compromesso tra opposti, è l’identità cattolica nella sua forma piena: una realtà storica e una realtà di grazia che si integrano.

A questo punto il Papa introduce un’analogia luminosa, che vale più di cento controversie. Per capire la Chiesa, guardiamo Cristo. Chi incontrava Gesù “lungo le strade della Palestina” faceva esperienza della sua umanità: occhi, mani, voce. Chi decideva di seguirlo era attratto da uno sguardo ospitale, dal tocco benedicente, da parole di liberazione e guarigione. Eppure, seguendo quell’Uomo, i discepoli si aprivano all’incontro con Dio. La carne di Cristo, il suo volto, i suoi gesti, manifestano in modo visibile il Dio invisibile. La Chiesa vive una condizione analoga: quando la guardiamo da vicino, vediamo persone concrete che talvolta mostrano la bellezza del Vangelo e talvolta faticano e sbagliano. Tuttavia, proprio attraverso quei membri e quei limiti, “si manifestano la presenza di Cristo e la sua azione di salvezza”. Questo è un punto teologicamente decisivo e pastoralmente liberante. È una chiamata a non idolatrare la Chiesa come se fosse composta da perfetti. È una chiamata a non disprezzarla come se fosse solo una somma di errori. È la Chiesa di Cristo, incarnata nella storia.

Qui Leone XIV inserisce una citazione di Benedetto XVI che merita di essere ricordata, perché tocca una delle tentazioni più diffuse del nostro tempo: contrapporre Vangelo e istituzione. Il Papa riprende così: non c’è opposizione tra Vangelo e istituzione, “anzi, le strutture della Chiesa servono proprio alla «realizzazione e concretizzazione del Vangelo nel nostro tempo»” (Discorso ai Vescovi della Svizzera, 9 novembre 2006). Questa frase mette ordine in un punto caldo. Da una parte impedisce l’uso ideologico del Vangelo contro la Chiesa visibile. Dall’altra impedisce di pensare che le strutture, da sole, garantiscano automaticamente la santità. Le strutture sono a servizio del Vangelo, il Vangelo si incarna nella storia, la santità è opera di Cristo che agisce.

Ed eccoci al cuore: “in questo consiste la santità della Chiesa”. Leone XIV lo dice senza romanticismi: la santità sta nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi “attraverso la piccolezza e fragilità” dei suoi membri. È il “metodo di Dio”. Dio si rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e ad agire. È un miracolo continuo, spesso silenzioso, spesso più evidente nelle vite umili che nei grandi discorsi. È anche un criterio di discernimento per la vita ecclesiale: quando l’umano diventa tutto, si perde il divino. Quando si pretende un divino senza umano, si cade nell’irrealtà. La fede cattolica vive nella carne, come il Verbo.

Il Papa, coerentemente, trae una conseguenza concreta: edificare la Chiesa oggi non significa solo “organizzare le sue forme visibili”. Significa costruire l’edificio spirituale che è il corpo di Cristo “attraverso la comunione e la carità tra di noi”. Per questo richiama un’esortazione di Papa Francesco: imparare «a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5)» (Evangelii gaudium, 169). Detto in modo semplice: senza venerazione dell’altro, senza rispetto dell’opera di Dio nell’altro, si costruiscono strutture e si distrugge la comunione. Si moltiplicano parole e si spegne la carità.

E qui Leone XIV chiude con Sant’Agostino, che non è mai una decorazione. È una sentenza spirituale che orienta tutto: «Voglia il cielo… che tutti pongano mente solo alla carità: essa solo, infatti, vince tutte le cose, e senza di essa tutte le cose non valgono niente; ovunque essa si trovi, tutto attira a sé» (Serm. 354,6,6). In un tempo in cui molti pensano di difendere la Chiesa con la durezza o di riformarla con la superficialità, il Papa ci ricorda che la carità non è un sentimento. È la forma della vita cristiana, è ciò che rende presente il Risorto, è ciò che costruisce davvero.

Questa seconda catechesi, allora, è già una prima risposta di metodo alle polarizzazioni. Lo “spirito del Concilio” viene corretto perché la Chiesa non è riducibile a una comunità che si reinventa: è un mistero abitato da Cristo, una realtà umana e divina, ordinata, visibile e spirituale. Il rigetto tradizionalista viene corretto perché non esiste una Chiesa ideale, separata dalla terra: esiste l’unica Chiesa di Cristo “incarnata nella storia”, santa non perché i suoi membri siano impeccabili, ma perché Cristo la abita e opera.

Ripartire da Lumen gentium significa ripartire da qui. La Chiesa è reale. La Chiesa è fragile. La Chiesa è santa, perché Cristo è fedele. Chi ama la Chiesa non la trasforma in un’idea, chi ama la Chiesa non la tratta come un nemico. Chi ama la Chiesa la guarda con occhi di fede e la edifica con la carità, che sola “vince tutte le cose”.

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere