don Mario Proietti, C.PP.S.

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LUMEN GENTIUM: RIPARTIRE DAL TESTO, NON DALLE REAZIONI

Prima catechesi di Papa Leone XIV, 18 febbraio 2026

Cari amici, con questa nuova tappa Papa Leone XIV chiude il ciclo su Dei Verbum e apre quello su Lumen gentium, la Costituzione dogmatica sulla Chiesa. È un passaggio decisivo, perché qui non si tratta solo di capire “che cosa la Chiesa dice”, si tratta di comprendere “che cosa la Chiesa è”, da dove nasce, da che cosa vive, verso quale compimento cammina. Proprio per questo, attorno a Lumen gentium, nel post-Concilio, si sono accese tensioni che ancora oggi segnano il modo in cui molti cattolici si collocano, spesso con un riflesso polemico che precede la lettura.

Negli anni e fino ad oggi, Lumen gentium è stata attaccata da due direzioni contrarie, con lo stesso effetto di fondo: impedire una ricezione ecclesiale serena. Da una parte, la tentazione dello “spirito del Concilio”, cioè di una lettura che scavalca il testo e lo usa come trampolino per proporre un cambio di paradigma, una Chiesa ripensata secondo categorie prevalentemente sociologiche o assembleari. Dall’altra, il tradizionalismo rigettante, che legge il documento quasi esclusivamente attraverso le crisi postconciliari e conclude che il testo stesso sia la radice della deriva, fino a maturare un rifiuto globale.

Dentro questo campo di tensioni, alcuni nodi interpretativi sono diventati ricorrenti. Il famoso passaggio da “est” a “subsistit in” in Lumen gentium 8, spesso letto come apertura al relativismo. Il tema della collegialità episcopale, percepito come rischio di indebolimento del primato petrino. L’immagine della Chiesa come “Popolo di Dio”, accusata di favorire l’egualitarismo e di confondere il sacerdozio ministeriale con quello comune. Il linguaggio sugli “elementi di santificazione e verità” presenti fuori dei confini visibili, talvolta interpretato come dissoluzione pratica del “extra Ecclesiam nulla salus”. In questo contesto si colloca anche la Nota explicativa praevia, voluta da Paolo VI per chiarire in senso cattolico e tradizionale la dottrina su collegialità e autorità del Papa. Sono questioni reali, sono questioni che richiedono precisione, sono questioni che spesso vengono trattate come munizioni da usare contro l’altro.

La scelta del Papa, nella prima catechesi, è interessante proprio perché non entra subito nel combattimento delle formule. Ripristina prima il terreno teologico, quello che consente di leggere il documento dentro l’alveo della fede della Chiesa. Leone XIV lo dice subito: «Il Concilio Vaticano II, ai cui documenti stiamo dedicando le catechesi, quando ha voluto descrivere la Chiesa si è anzitutto preoccupato di spiegare da dove essa tragga la sua origine». È un criterio di metodo. La Chiesa si comprende a partire da Dio, non a partire dalle nostre reazioni.

Per farlo, il Papa richiama la scelta conciliare di un termine paolino decisivo: “mistero”. E lo purifica da un equivoco diffuso: «Scegliendo tale vocabolo non ha voluto dire che la Chiesa è qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola “mistero”. Esattamente il contrario: infatti, quando San Paolo utilizza, soprattutto nella Lettera agli Efesini, tale parola, egli vuole indicare una realtà che prima era nascosta e ora è stata rivelata». Qui si chiude una porta a molte letture arbitrarie. “Mistero” non diventa uno spazio elastico da riempire a piacere, diventa un disegno di Dio reso conoscibile e sperimentabile.

Qual è il contenuto di questo disegno? Il Papa lo formula con un centro cristologico chiaro: «Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce». In queste righe si sente già una prima risposta alle riduzioni sociologiche della Chiesa. L’unità cristiana nasce dalla Croce e dalla riconciliazione operata da Cristo. Non è il prodotto di un processo umano, non è una costruzione di consenso, non è un sentimentalismo di facciata.

Leone XIV lega poi questo mistero a un luogo concreto in cui la Chiesa lo sperimenta: la liturgia. «Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali (cfr Ef 2,14)». Qui il Papa non sta negando le differenze, sta rimettendo il centro al suo posto. La liturgia educa la Chiesa a un’unità che non nasce dalla fusione indistinta e non nasce neppure dalla contrapposizione permanente. Nasce dall’attrazione di Cristo.

La diagnosi sulla condizione umana resta sobria e vera: «La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro cuore». È una fotografia spirituale, confermata dalla storia. Dentro questa frantumazione, il Papa colloca l’azione salvifica di Cristo come vittoria reale: «In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore stesso». Qui la Chiesa viene liberata dalla tentazione di essere un progetto di rammendo umano. La Chiesa è il luogo in cui si rende percepibile l’azione di Dio che salva.

Da questo punto nasce anche il senso stesso del nome “Chiesa”. Leone XIV richiama la convocazione: «È sentirsi convocati insieme da Dio: per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che riconoscono di essere convocate». Questa frase è un punto fermo contro due estremi opposti. Blocca l’idea di una Chiesa come assemblea sovrana che si auto-definisce. Blocca anche l’idea di una Chiesa come rifugio identitario, formato da chi “si sceglie” e si separa dagli altri in nome della purezza. La Chiesa è convocazione di Dio. L’iniziativa viene dall’alto. La forma storica è reale, il fondamento resta divino.

A questo punto il Papa cita il principio di Lumen gentium che spesso viene pronunciato e poco pensato. «Perciò il Concilio Vaticano II, all’inizio della Costituzione Lumen gentium, afferma così: “La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (n. 1)». Qui si vede la direzione della lettura autentica. La Chiesa è sacramento “in Cristo”, non è un assoluto autonomo. È “in qualche modo”, quindi in senso analogico e sobrio. È “segno e strumento”, quindi una realtà visibile che Dio usa realmente per unire a sé e per unire tra loro.

Leone XIV insiste proprio sul termine spesso dimenticato, “strumento”, e lo spiega in modo chiarissimo: «Con l’impiego del termine “sacramento” e la conseguente spiegazione, si vuole indicare che la Chiesa è nella storia dell’umanità espressione di quanto Dio vuol realizzare; per cui, guardando ad essa, si coglie in qualche misura il disegno di Dio, il mistero: in questo senso la Chiesa è segno. Inoltre, al termine “sacramento” si aggiunge anche quello di “strumento”, proprio per indicare che la Chiesa è un segno attivo». E aggiunge il punto decisivo: «È mediante la Chiesa che Dio raggiunge l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro». Questa impostazione, già in partenza, impedisce un uso relativista del testo. La Chiesa resta il luogo in cui la salvezza opera storicamente, resta il sacramento universale voluto da Cristo.

Il Papa porta infine il discorso al cuore pasquale ed eucaristico, citando Lumen gentium 48, dove la Chiesa viene definita “sacramento universale della salvezza”. «E invero il Cristo, dice il Concilio, quando fu levato in alto da terra, attirò tutti a sé (cfr Gv 12,32 gr.); risorgendo dai morti (cfr Rm 6,9) immise negli apostoli il suo Spirito vivificatore, e per mezzo di Lui costituì il suo corpo, che è la Chiesa, quale sacramento universale della salvezza; assiso alla destra del Padre, opera continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e, attraverso di essa, congiungerli più strettamente a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa col nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue». In queste parole il Concilio parla la lingua più classica della fede: Cristo risorto, Spirito, Corpo, Chiesa, salvezza, Eucaristia. Non si entra qui per via ideologica. Si entra per via sacramentale.

Ecco allora la prima risposta che già questa catechesi consegna alle tensioni postconciliari. Lo “spirito del Concilio” perde spazio perché il Papa restituisce al testo la sua grammatica oggettiva: mistero rivelato, Croce, Spirito, convocazione, liturgia, sacramento, Eucaristia. Il rigetto tradizionalista perde forza perché il Papa mostra come il documento, letto dal suo principio e nel suo asse, si colloca dentro un impianto pienamente cattolico, cristologico e sacramentale. La discussione sui nodi specifici arriverà. Il metodo viene stabilito oggi. Prima si adora il mistero, poi si discutono le formule.

Leone XIV chiude con una nota di gratitudine, che vale anche come stile ecclesiale: il Concilio «ci rende grati di appartenere alla Chiesa, corpo di Cristo risorto e unico popolo di Dio pellegrinante nella storia, che vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli». Ripartire da qui significa fare un atto di fede e di intelligenza. Significa leggere Lumen gentium nella Chiesa, con la Chiesa, per la Chiesa. È il solo modo serio per non trasformare il Concilio in un’arma e per non trasformare la Tradizione in una trincea.

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