don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

ULTIMO FOTOGRAMMA SU SALOMONE: IL MANTELLO E LE LACERAZIONI DEL CUORE

Cari amici, questa mattina nessun rumore di pioggia. Dalla stretta finestra della cripta un raggio di sole entra per posarsi sul leggio, come ad accompagnare l’ultimo atto della vicenda di Salomone, un epilogo che porta con sé il sapore amaro delle cose che si spezzano. Quel raggio, così preciso, mi ha fatto pensare a una cosa: la luce non consola soltanto, illumina. Fa vedere anche ciò che si vorrebbe lasciare in ombra. E la Parola di oggi porta proprio qui.

Avete mai avuto la sensazione che nella vita qualcosa sia stato strappato? È quell’inquietudine improvvisa che nasce quando meno te lo aspetti, la percezione di una frammentazione che toglie il fiato. La liturgia, oggi, non ci lascia su un sentimento vago: lo traduce in un segno duro e limpido. Un mantello nuovo viene lacerato, e in quella lacerazione si riflette una lacerazione più profonda. Questa è stata la mia sensazione all’ascolto della lettura di oggi, e sento che sostare qui, prima di cambiare passo, sia necessario.

Geroboamo incontra per strada il profeta Achia di Silo. Sono soli, in campagna, lontani dalle folle e dal rumore dei palazzi. Le svolte vere accadono spesso così, nel silenzio, distanti dagli applausi e dalle polemiche. Achia indossa un mantello nuovo, lo afferra e lo lacera in dodici pezzi. Poi consegna a Geroboamo dieci pezzi e la spiegazione è netta, quasi tagliente: il regno sarà strappato dalla mano di Salomone.

Questo ultimo fotogramma della storia di Salomone ha una forza straordinaria, perché non è un ragionamento. È un’immagine. Un mantello nuovo strappato. Ciò che doveva restare uno si ritrova diviso. E guardando la mia vita, e quella delle persone che accompagno, mi accorgo che lo strappo non avviene quasi mai tutto d’un colpo. È spesso l’esito di un logorio silenzioso, di quella “vecchiaia del cuore” di cui parlavamo ieri. La Scrittura lascia intuire che la frattura esterna è il riflesso di una frattura più profonda: un cuore che non è rimasto tutto con il Signore. Quando l’unità interiore si consuma, prima o poi si consuma anche l’unità visibile. A un cuore diviso corrisponde inevitabilmente un regno diviso.

C’è qualcosa di profondamente umano in questo mantello fatto a pezzi. Mi fa pensare a quando ci sentiamo “nuovi”, pieni di buoni propositi, e poi ci ritroviamo tra le mani i frammenti di ciò che avevamo sognato integro. Salomone aveva ricevuto tutto: la sapienza, il tempio, la gloria, la fama. Eppure finisce in pezzi. Questo ricorda che i doni del Signore non sono una corazza magica. Sono una responsabilità. Chiedono cura quotidiana. Chiedono custodia. E chiedono, sempre, quell’umiltà di chi sa di essere, in fondo, ancora un “ragazzo” bisognoso di guida.

Dentro questa severità, però, rimane un dettaglio di misericordia che commuove. A Salomone resterà una tribù, a causa di Davide e di Gerusalemme. Dio resta fedele alla promessa indipendentemente dai meriti dell’uomo. Il peccato ferisce la storia, produce conseguenze reali, apre lacerazioni vere. E tuttavia non cancella la fedeltà di Dio. Se l’uomo si divide, Dio non si ritira dalla sua promessa. Tiene aperta una strada per il futuro. Questa è la nostra speranza: Dio sa lavorare nella nostra vita anche quando sembra restino solo pezzi.

Cari amici, questa pagina è la conclusione sapiente di un percorso che in pochi giorni ci ha mostrato tutto: la sapienza chiesta con umiltà, la gloria del tempio, la tentazione che cresce, la frattura che arriva. La liturgia non ci lascia con un rimprovero generico. Ci lascia con un segno concreto: un mantello strappato. Diventa una domanda pacata, per questi giorni di passaggio: dove rischio di dividermi? Quale compromesso sto normalizzando? Quale fedeltà si sta consumando a piccoli strappi? La vecchiaia spirituale inizia spesso così: non con una caduta clamorosa, con il non ricucire più ciò che si lacera, pensando che non conti.

Qui termina la lettura continuata del Primo libro dei Re e la mia condivisione di questi giorni. Domani la liturgia farà una pausa con la festa dei santi Cirillo e Metodio. Da lunedì la lettera di Giacomo ci accompagnerà, con due passaggi, al mercoledì delle ceneri e l’inizio della Quaresima. Intanto resta questa immagine del mantello: un invito a ricomporre il cuore prima che si abitui alla lacerazione. E vale la pena aggiungere un dettaglio che la liturgia di domani ci avrebbe fatto leggere se non ci fosse stata la festa di Cirillo e Metodio. È la “fine” spirituale di Geroboamo, che illumina il senso della lacerazione quando ci si allontana da Dio.

Geroboamo, infatti, ragiona così: se il popolo continuerà a salire a Gerusalemme per offrire sacrifici nel tempio del Signore, il suo cuore tornerà alla casa di Davide. E allora, per trattenere il popolo, decide di cambiare il centro. Prepara due vitelli d’oro e dice: “Siete già saliti troppe volte a Gerusalemme”. È impressionante: non nega Dio con un discorso ateo, lo sostituisce con un surrogato “più comodo”. Non distrugge la religione, la riorganizza. Non elimina il culto, lo ridisegna. E così nasce un peccato che sembra organizzazione pastorale, e invece è una deviazione del cuore.

Qui sta la luce dura di questa pagina: la lacerazione non è solo una divisione esterna, è la conseguenza di un cuore che si sposta dal Signore al proprio calcolo. Geroboamo costruisce alture, inventa templi, nomina sacerdoti “presi da tutto il popolo”, istituisce feste alternative. La Scrittura è severa e limpida: questa condotta “provocò la distruzione e lo sterminio”. In altre parole: quando il cuore non sta più davanti a Dio, anche ciò che sembra funzionare produce rovina. Fu il primo tentativo di rendere il culto ‘gestibile’ secondo il calcolo umano. Nella memoria della Scrittura, questa via non porta pace: porta smarrimento. Quando il mantello strappato diventa sistema, la frattura diventa istituzione. E quello che era nato come un espediente per non perdere consenso finisce per perdere l’anima.

Per questo la scena di Achia non è solo un epilogo politico. È un avvertimento spirituale per noi: ogni volta che, per paura, per convenienza, per quieto vivere, spostiamo il centro, da Dio all’uomo, comincia una lacerazione. All’inizio sembra una soluzione. Dopo un po’ diventa una schiavitù.

Lascio la cripta con l’ultima preghiera, che vuole essere la mia preparazione spirituale alla Quaresima. L’auspicio, cari amici, è che possa esservi utile: “Signore Dio d’Israele, tu che vedi il cuore, custodiscimi quando rischio di dividermi. Quando la fedeltà si consuma a piccoli strappi e il compromesso diventa abitudine, richiamami a un cuore integro. Donami luce per riconoscere in tempo ciò che mi allontana da te e forza per lasciare ciò che mi seduce e mi fa male. Insegnami a scegliere l’essenziale, a cercarti nel silenzio, a camminare davanti a te con lealtà, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Tu che non abbandoni la tua promessa, ricomponi ciò che in me è spezzato e rendimi stabile. Fa’ che questi giorni mi preparino a una Quaresima vera, perché la mia vita resti, semplicemente, tua.”

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