don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

LA CASA E IL CIELO: LA PREGHIERA SAPIENTE DI SALOMONE

Dio non si lascia contenere, eppure si lascia pregare.

Cari amici, questa mattina, mentre si proclamava la lettura della consacrazione del Tempio da parte di Salomone, ho pensato al nostro rapporto con la casa di Dio. Non solo a come entriamo e ci muoviamo. Anche a come la pensiamo.

Terminata la Messa, con pochi fedeli, mi fermo e ascolto le parole di una mamma che, con gli occhi lucidi, affida la sorte del figlio malato di cuore. Chiudo la chiesa e resto con Gesù. In quel tu a tu a cui ormai ci siamo abituati. Guardo la bellezza e l’intimità del luogo e fisso il Santissimo. Nel pensare sorrido. Un sorriso amaro, non per me, per Lui che muto si lascia cercare, e si lascia ascoltare, nonostante me.

Gli dico tutto quello che un prete deve dirgli, ciò che Lui vuole che gli dica. Gli racconto di questa mamma e di tante altre che ogni giorno chiamano l’abbazia e i missionari per affidarsi alle nostre preghiere. Lui già conosce tutto. Eppure vuole che glielo ripetiamo. È una legge misteriosa dell’amore. Non serve informarlo, serve consegnarsi.

Al termine della nostra quotidiana “chiacchierata” alzo lo sguardo e ammiro la bellezza, l’intimità e l’ordine del luogo. Questo è il Tempio di Dio, anche se oggi si sente dire spesso “aula liturgica”. L’espressione può avere un senso semplice, legato all’assemblea e alla celebrazione. Il linguaggio, però, forma anche l’anima. “Tempio” richiama una presenza, un’alterità, un santo timore che non è paura. È amore che sa stare al proprio posto. Da qui riprendo la lettura della Messa e la rileggo, perché intuisco che questa Parola di oggi ci riporta proprio qui.

Salomone ci mostra la sua sapienza nel modo più alto: non come fama, non come intelligenza brillante, come preghiera. Si pone davanti all’altare del Signore, davanti all’assemblea, e stende le mani verso il cielo. Il corpo parla prima delle parole. Dice: io dipendo. Dice: io chiedo. Dice: io adoro. Questa è la prima lezione per chi guida: la vera autorità vive di adorazione.

Poi la preghiera si apre con una confessione limpida: “Signore, Dio di Israele, non c’è un Dio come te”. Non è retorica. È memoria dell’alleanza. È fede che riconosce la fedeltà di Dio: “Tu mantieni l’alleanza e la misericordia con i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il cuore”. In poche righe è detto l’essenziale. Dio non è un’idea utile. Dio è un Dio che si lega, che mantiene, che custodisce. E l’uomo è chiamato a camminare con tutto il cuore.

Poi arriva la domanda che è il segno più puro della sapienza: “È proprio vero che Dio abita sulla terra?”. E subito: “I cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita”. È una frase che salva la fede. Dio è vicino. Dio resta infinito. Dio si lascia incontrare. Dio non si lascia possedere. Questa è la casa e il cielo. Il luogo e l’Altro.

Mentre leggevo mi sono venute in mente scene quotidiane che ogni sacerdote conosce. Entrare in chiesa e sentire voci, risate, chiacchiere. Vedere gesti frettolosi, distratti, come se il luogo fosse neutro. Dentro nasce un disagio che non è moralismo. È custodia. Perché quando si smarrisce il senso del Santissimo, quando il segno della croce diventa un lampo, quando scompare l’inginocchiarsi, non si perde un galateo. Diventa opaca l’alterità di Dio. E quando l’alterità si spegne, anche l’amore si impoverisce. Resta una familiarità senza devozione, una confidenza che diventa trascuratezza.

E qui la preghiera di Salomone diventa medicina. Ci ricorda che Dio non si lascia contenere, eppure si lascia pregare. Il tempio non è una gabbia per Dio. È un dono alla nostra povertà. È un luogo che educa il cuore a tornare umile, vero, adorante.

Salomone allora supplica: “Volgiti alla preghiera del tuo servo… ascolta il grido e la preghiera…”. E chiede una cosa decisiva: “Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa… Lì sarà il mio nome”. Non chiede di rinchiudere Dio. Chiede che Dio guardi. Il tempio diventa il punto certo dove tornare quando ci si perde.

Il vertice è in due verbi: “Ascolta e perdona”. Qui c’è tutto. Un popolo non vive solo di organizzazione e di regole. Vive della possibilità di ricominciare. Vive di un perdono che non annulla la verità e rende possibile la vita.

Cari amici, questa pagina è da usare. Non è un’idea. È un metodo. Se Salomone ha ragione, allora il tempio non è un posto qualunque. È il luogo in cui il cuore smette di improvvisare e impara a stare davanti a Dio. È il luogo in cui i nomi, le ferite, le domande, vengono consegnati senza vergogna. Non per informare il Signore, che conosce tutto, per obbedire alla forma dell’amore, che vuole essere detta, ripetuta, affidata.

Per questo vale la pena entrare in chiesa come si entra in una casa abitata: un attimo di silenzio, un segno della croce fatto con calma, uno sguardo al Santissimo. Piccole cose, realissime. Dicono: “Signore, tu sei qui, e io voglio ricordarmelo”. Poi si prega come Salomone ci insegna: lodando, facendo memoria della fedeltà, riconoscendo che Dio non si lascia contenere, supplicando senza vergogna, chiedendo il perdono che rende possibile ricominciare.

E qui torno alla scena da cui ero partito. Quando una madre, con gli occhi lucidi, affida la sorte di un figlio malato di cuore, quel nome non è un dettaglio di cronaca. È una preghiera che chiede casa. È un grido che chiede cielo. È il punto in cui capiamo che il tempio è davvero la casa e il cielo: una casa dove portare il dolore senza teatralità, un cielo che ascolta senza distrarsi.

Mi allontano dalla cripta con una preghiera nel cuore. Signore, Dio fedele, non c’è un Dio come te. Tu mantieni l’alleanza e la misericordia. Tu sei più grande di ogni casa che possiamo costruire, eppure ti chini verso di noi. Tieni aperti i tuoi occhi notte e giorno su questa casa, su questa comunità, su chi entra con il peso nel cuore. Ti affido quella madre e il suo figlio, e con loro tutti i nomi che ho ascoltato. Ascolta dal cielo e perdona. Donaci un cuore capace di stare nel tuo tempio con rispetto e con amore. Rendici capaci di camminare davanti a te con tutto il cuore.

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