Cari amici, ho da poco terminato la celebrazione eucaristica con i pochi fedeli presenti in abbazia. In questi momenti, quando l’assemblea è piccola e il silenzio resta più visibile, la Parola risuona con una chiarezza particolare. Mentre proponevo la riflessione, l’attenzione mi è andata su due punti che toccano molto concretamente la vita della Chiesa e che ritrovo spesso anche nel clima acceso dei commenti sui social.
Il primo riguarda le nostre appartenenze ecclesiali. Ognuno porta con sé una sensibilità, una storia, un linguaggio spirituale, un accento liturgico o una scuola teologica. Tutto questo può essere una grazia finché conduce alla comunione. Diventa una ferita quando l’appartenenza si trasforma nel criterio con cui misuriamo gli altri. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, mostra con grande chiarezza che quando la comunità si frantuma attorno a nomi e gruppi, l’essenziale si perde. Il cuore della fede resta Cristo.
La verifica, allora, è semplice e salutare: ciò a cui appartengo mi rende più docile al Vangelo, più capace di ascolto, più fedele alla Chiesa concreta e più pronto alla carità? Oppure mi rende nervoso, sospettoso e dipendente dal bisogno di avere sempre ragione? Quando cominciamo a classificare ogni persona come progressista o tradizionalista, rischiamo di trasformare il Vangelo in una competizione tra correnti.
Gesù chiama a seguire la sua Persona. Quando la vita cristiana si riduce a un progetto ideologico, nasce presto il bisogno di difendere la propria lettura e di squalificare quella altrui. Quando resta relazione con Cristo vivo, la comunione torna possibile, perché il centro non coincide più con il nostro schema. La fede non è una bandiera da agitare; è una sequela da vivere.
Il secondo punto è legato a un avverbio che nei racconti di chiamata colpisce sempre: «subito». Quel «subito» evangelico non è impulsività. È il momento in cui una persona riconosce chi la chiama e decide di aderire. Per questo può diventare il contrario dell’ansia e della frenesia spirituale che spinge continuamente a fare, quasi che il valore della vita cristiana dipendesse dalla quantità delle prestazioni.
Il «subito» rimanda al gesto di lasciare le reti. Alcune sono evidenti, altre molto più sottili: l’orgoglio di sentirsi superiori, l’attaccamento alla propria idea di Chiesa, il bisogno di controllare, la dipendenza dal giudizio altrui o la paura di perdere ruolo e identità. Sono reti ogni volta che impediscono di seguire ciò che Cristo ci chiede di diventare.
Il discepolato parte dall’essere. Cristo forma in noi persone capaci di pace, affidabilità e cura; da qui il fare prende la sua misura e diventa frutto di una vita viva. La Chiesa non è un cantiere di prestazioni. È un popolo che cammina dietro al Signore.
Anche l’intensità del «subito» nasce dalla consapevolezza. Quando non vediamo con chiarezza, rimandiamo. Quando riconosciamo davvero chi ci chiama e quale rete ci trattiene, la decisione acquista una forza diversa. Non perché tutto diventi facile, ma perché il cuore ha trovato il suo centro.
La missione evangelica conferma questa misura: il Signore manda i discepoli a portare pace, a prendersi cura e ad annunciare che il Regno di Dio è vicino. È una missione che non chiede di costruire tribù ecclesiali né di vincere discussioni. Chiede una presenza capace di rendere percepibile la vicinanza di Dio.
Resta allora una domanda concreta: quale appartenenza ha bisogno di essere purificata perché torni a generare comunione? Quale rete va lasciata perché Cristo possa essere seguito con maggiore libertà? Forse il «subito» che salva comincia proprio qui, nel riconoscere ciò che ci trattiene e nel scegliere ancora una volta Lui.
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