don Mario Proietti, C.PP.S.

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Predicare con mons. Gualtiero Sigismondi: quando la Parola attraversa il predicatore

Baiano, 22 gennaio 2026. Il terzo verbo del cammino del clero di Spoleto-Norcia

Il 22 gennaio 2026 il clero dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia si è ritrovato a Baiano per il primo incontro del nuovo anno, proseguendo il percorso dedicato ai «verbi del prete». Dopo «accogliere» e «accompagnare», l’attenzione si è concentrata sul verbo «predicare», affidato alla meditazione di mons. Gualtiero Sigismondi. Circa quaranta sacerdoti hanno preso parte alla mattinata, iniziata con la preghiera dell’Ora Terza e introdotta dall’Arcivescovo mons. Renato Boccardo.

Mons. Sigismondi ha scelto di entrare nel tema partendo da ciò che precede ogni tecnica omiletica: la natura stessa della Parola affidata alla Chiesa. Predicare non significa esporre un pensiero personale arricchito da qualche riferimento biblico, né utilizzare l’ambone come luogo nel quale manifestare cultura, sensibilità o capacità comunicative. Il predicatore si pone al servizio di una Parola che lo precede e che la Chiesa riceve dentro l’unico deposito costituito dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione.

L’immagine proposta durante la meditazione è stata quella di una porta. La Parola apre uno spazio dentro il quale la fede può vedere e camminare. Sulla soglia di questa porta stanno le parole paoline secondo cui la fede nasce dall’ascolto; sui suoi stipiti si possono idealmente collocare la Scrittura e la Tradizione, inseparabili nella vita della Chiesa. Il predicatore non costruisce dunque un ingresso alternativo al mistero: custodisce quella porta e aiuta il popolo ad attraversarla.

Da questa prospettiva nasce una prima conseguenza per il sacerdote. Prima di chiedersi che cosa dire agli altri, deve consentire alla Parola di raggiungere la propria vita. Il rischio del «vano predicatore della Parola all’esterno», richiamato dalla Dei Verbum, riguarda precisamente chi annuncia qualcosa che non ha ancora permesso di agire dentro di sé. La preparazione dell’omelia comincia allora molto prima della sua stesura: nasce dal contatto abituale con la Scrittura, dallo studio e da quella lenta assimilazione che la tradizione spirituale ha spesso descritto come un «ruminare» la Parola.

Predicare chiede quindi una forma particolare di obbedienza. Il testo biblico deve poter parlare prima che il sacerdote decida ciò che vuole fargli dire. Questo ascolto richiede tempo e domanda di essere attraversato personalmente: che cosa dice il testo nella sua verità, che cosa sta dicendo alla mia vita, quale parola il Signore desidera consegnare oggi alla Chiesa che mi è affidata? Solo passando attraverso questa disciplina interiore l’omelia può evitare di diventare una collezione di idee religiose già preparate.

Mons. Sigismondi ha insistito anche sulla natura liturgica dell’omelia. Essa non costituisce una parentesi didattica collocata tra le letture e la professione di fede. Appartiene all’azione liturgica e vive in rapporto con ciò che la precede e con ciò che segue. La Parola proclamata conduce verso il mistero celebrato e l’omelia aiuta l’assemblea a riconoscere come quella stessa Parola si compia oggi nella vita della Chiesa.

Due scene evangeliche hanno illuminato particolarmente questa dinamica. Nella sinagoga di Nazaret Gesù proclama Isaia e dichiara che quella Scrittura trova compimento nell’oggi di chi ascolta. Sulla strada di Emmaus il Risorto apre invece ai discepoli l’intelligenza delle Scritture, fino a condurli al riconoscimento nello spezzare il pane. Predicare significa muoversi dentro questo stesso spazio: illuminare la mente e riscaldare il cuore, conducendo verso l’incontro con Cristo.

Questo compito richiede che messaggio e messaggero non siano due realtà estranee. L’autorevolezza della predicazione non deriva soltanto dalla correttezza di ciò che viene detto. La vita del ministro entra inevitabilmente nella parola che pronuncia. Mons. Sigismondi ha richiamato l’esperienza di sant’Agostino davanti alla predicazione di sant’Ambrogio: ciò che gradualmente lo raggiunse fu anche la consonanza tra la verità annunciata e l’uomo che la annunciava. La parola diventa credibile quando il predicatore lascia intravedere di essere egli stesso sotto il suo giudizio.

Accanto all’ascolto della Scrittura ne emerge un secondo, altrettanto necessario: l’ascolto del popolo di Dio. Il sacerdote predica a una comunità concreta, segnata da domande reali e da vicende che chiedono di essere illuminate dalla fede. San Gregorio Magno riconosceva di aver compreso molte pagine della Scrittura proprio mettendosi davanti ai fratelli ai quali era chiamato a predicare. L’ascoltatore non è quindi il destinatario passivo di qualcosa già confezionato; la sua vita entra nel processo attraverso il quale la Parola viene compresa pastoralmente.

Mons. Sigismondi ha raccontato, a questo proposito, alcune esperienze personali. In un gruppo di lectio divina aveva incontrato una donna molto semplice, priva di una particolare formazione culturale, le cui intuizioni sulla Scrittura riuscivano spesso a sorprendere anche le persone più istruite. In un’altra occasione, durante una visita pastorale, incontrò una donna anziana intenta a curare il proprio giardino dentro un contesto difficile. Indicando quelle piante disse semplicemente: «Qui c’è già la risurrezione». Entrando in casa, il Vescovo vide una tavola apparecchiata per due: la donna spiegò che ogni giorno preparava un posto per il Signore. Sul tavolo c’era una Bibbia consumata dall’uso. La Parola era diventata vita prima ancora di diventare discorso.

Esperienze simili ricordano al predicatore che il Vangelo continua a prendere carne nella vita concreta del popolo e che anche da quella vita egli deve imparare. La preparazione dell’omelia potrebbe allora diventare, almeno in alcune occasioni, un’esperienza condivisa. Ascoltare insieme la Parola, confrontarsi con altri sacerdoti o con alcuni laici, lasciarsi raggiungere dalle risonanze delle persone può aiutare il pastore a evitare una predicazione costruita nel vuoto della propria stanza.

Quando arriva il momento di dare forma all’omelia, la semplicità diventa una forma di rispetto. Mons. Sigismondi ha ripreso l’indicazione di Papa Francesco secondo cui una buona predicazione dovrebbe riuscire a consegnare un pensiero riconoscibile, raggiungere anche la dimensione affettiva dell’ascoltatore e affidarsi a un linguaggio capace di rendere visibile ciò che viene annunciato. Le parabole di Gesù mostrano quanto l’immagine possa aprire una comprensione che il concetto astratto da solo difficilmente raggiunge.

Anche la forma esige cura. Una parola confusa tradisce spesso una preparazione insufficiente. Il linguaggio semplice non coincide con quello povero e trascurato. Il Vangelo merita parole limpide, essenziali e capaci di bellezza. Lo stesso vale per la durata: l’omelia deve inserirsi armonicamente nella celebrazione, evitando che il predicatore dimentichi di trovarsi dentro un’azione liturgica che lo precede e lo supera.

La voce, il ritmo, le pause e lo sguardo appartengono anch’essi alla comunicazione. Mons. Sigismondi ha ricordato quasi scherzosamente una vera «grammatica delle mani» e una «sintassi degli occhi», perché anche il corpo parla. Nessuna tecnica, però, può sostituire l’autenticità. Un artificio comunicativo perfetto rimane sterile quando non nasce da un cuore raggiunto dalla Parola.

Il pericolo più sottile resta quello di usare la predicazione per attirare l’attenzione sul predicatore. San Paolo mette in guardia dal «mercanteggiare» la Parola di Dio. Questo accade quando si cerca il proprio nome invece dell’unico Nome da annunciare, oppure quando la verità viene addomesticata per ottenere consenso. La predicazione cristiana custodisce invece una libertà più grande: il sacerdote può diminuire perché emerga Cristo.

Da qui nasce anche una verifica severa sugli stili omiletici. Moralismo, intellettualismo, spiritualismo disincarnato e sociologismo possono allontanare l’ascoltatore dalla Parola proclamata. Lo stesso accade con le divagazioni, le astrazioni e quelle riflessioni che finiscono per portare l’assemblea molto lontano dal mistero che sta celebrando. L’omelia autentica alimenta la vita spirituale e suscita la preghiera, lasciando alla persona uno spazio nel quale la grazia possa chiedere una risposta libera.

Verso la conclusione della meditazione mons. Sigismondi ha richiamato una frase degli Atti degli Apostoli: «La Parola di Dio cresceva e si diffondeva». Per le prime comunità cristiane era una constatazione piena di stupore. Per un presbiterio può diventare una domanda da portare nel discernimento pastorale: la Parola cresce davvero nelle nostre comunità? Attraverso la nostra predicazione uomini e donne vengono aiutati a vedere Cristo?

L’Arcivescovo ha raccolto il senso dell’intervento affidando ai sacerdoti due interrogativi da portare nell’Adorazione eucaristica: se la Parola stia realmente crescendo e diffondendosi nelle comunità e se la predicazione riesca ancora a suscitare quella domanda che, negli Atti, nasce dopo l’annuncio di Pietro: «Che cosa dobbiamo fare?».

È forse proprio qui che il verbo «predicare» trova il suo posto dentro il percorso iniziato nei mesi precedenti. Chi ha imparato ad accogliere e ad accompagnare viene ora posto davanti alla responsabilità della parola. Il sacerdote non predica perché possiede qualcosa da insegnare agli altri; predica perché una Parola lo ha raggiunto, lo giudica, lo consola e gli è stata affidata perché continui il proprio cammino nel cuore della Chiesa.

L’ambone diventa allora molto più di un luogo dal quale parlare. È una soglia sulla quale il sacerdote sta con una mano idealmente appoggiata al Vangelo e lo sguardo rivolto verso il popolo, sapendo che nessuno dei due gli appartiene. La Parola viene da Dio e il popolo appartiene a Dio. A lui è affidato il compito fragile e magnifico di farli incontrare.

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