don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico
Un padre indica al figlio le forme delle nuvole nel cielo

UN PADRE, LE NUVOLE E UN NIDO VUOTO

Cari amici, oggi mio babbo avrebbe compiuto novantasette anni. La coincidenza con l’età di don Peppino, che vive con me, ogni tanto mi sorprende. Quando lo vedo attraversare lentamente la casa o lo ascolto raccontare episodi lontani con quella calma particolare che viene soltanto dopo molti anni, qualcosa dentro di me torna inevitabilmente a mio padre. Non cerco somiglianze e non ho bisogno di sovrapporre le due figure; accade semplicemente che alcuni gesti, un certo modo di guardare le cose e perfino il ritmo di una persona anziana riaprano luoghi della memoria che sembravano quieti.

Mio padre apparteneva a una generazione nella quale la fede raramente sentiva il bisogno di spiegare se stessa. Non era un uomo di molte pratiche religiose e nemmeno di grandi discorsi spirituali. Credeva come credevano molti uomini del paese: con una solidità un po’ ruvida, dentro un mondo nel quale le categorie della vita sembravano più definite di quanto appaiano oggi. La sua fede passava soprattutto attraverso il modo di stare nelle cose, il rispetto di alcune realtà, la naturale percezione che esistessero limiti davanti ai quali fermarsi e valori che non avevano bisogno di essere continuamente giustificati.

Da bambino non avrei saputo chiamare tutto questo educazione. Era semplicemente il modo in cui vivevamo insieme. Soltanto molto più tardi mi sono accorto che alcune delle cose più importanti che mi ha lasciato non mi furono mai insegnate attraverso una spiegazione.

Aveva una fantasia straordinaria e credo che questo sia uno dei suoi doni che ricordo con maggiore gratitudine. Quando mi portava con sé in campagna e il cielo era attraversato dalle grandi nuvole bianche che cambiano forma mentre le guardi, capitava che ci sdraiassimo sull’erba. Lui aspettava che fossi io a cominciare. Dovevo dire che cosa vedevo lassù e da quelle forme nasceva una storia: una nuvola diventava un animale, poi una montagna, qualche minuto dopo una nave che stava andando in un luogo che non avevamo mai visto. Mio padre ascoltava e lasciava che fossi io a costruire quel mondo.

Ripensandoci oggi, mi accorgo che attraverso un gioco semplicissimo mi stava insegnando a non esaurire la realtà nella sua prima apparenza. Guardare significava anche immaginare, collegare e lasciare che una cosa aprisse lo sguardo verso qualcosa di più grande. Non ricordo che mi correggesse quando le mie storie diventavano improbabili. Il cielo era abbastanza grande da sopportarle tutte.

Aveva poi una vera passione per gli aerei. Si era comprato un binocolo e quando ne vedeva passare uno lo seguiva finché riusciva a distinguerlo. Da quel piccolo punto nel cielo cominciava un altro viaggio: immaginava da dove fosse partito, dove stesse andando, chi potesse esserci a bordo e che cosa vedessero da lassù. La cosa curiosa è che non aveva mai preso un aereo.

Quando diventai sacerdote ebbi finalmente la possibilità di portarlo in America. Ricordo ancora il modo in cui rimase incollato al finestrino durante il viaggio. Anche nel volo di ritorno, quando fuori c’era quasi soltanto buio, continuava a guardare. Ogni tanto mi assicurava di riuscire a vedere una piccola luce e quella gli bastava. Da una luce lontana sapeva ricominciare a immaginare.

Forse per questo, tra le memorie più vive che conservo di lui, ce n’è una che riguarda ancora una volta il modo di guardare.

All’epoca, nella povertà concreta di molte famiglie, capitava che in primavera si andasse alla ricerca dei nidi di merlo. Era qualcosa che apparteneva a quel mondo e alle sue necessità. Ricordo un giorno d’inverno in cui stavamo camminando insieme per la campagna e vidi tra i rami un nido. Lo indicai immediatamente e proposi di andare a vedere.

Mio padre sorrise e mi disse che era vuoto. D’inverno, spiegò, non avremmo trovato piccoli nel nido. Poi si fermò e mi chiese se ricordavo quanta fatica facevamo durante la primavera per trovare gli stessi nidi. Le foglie dell’albero li nascondevano quasi completamente e bisognava guardare con attenzione tra i rami. Ora, con l’albero spoglio, quel nido era sotto gli occhi di tutti.

Fu allora che mi parlò dei vizi. Mi disse che durante la giovinezza la vita assomiglia a un albero in primavera. Ci sono energia, bellezza e una naturale capacità di reagire alle difficoltà. Alcuni difetti riescono a rimanere quasi invisibili proprio perché tutto il resto è ancora vigoroso. Con il passare degli anni molte di quelle foglie cadono e ciò che abbiamo coltivato dentro di noi diventa sempre più evidente.

Non ricordo le parole esatte di tutta la spiegazione. Ricordo perfettamente l’immagine. I vizi, mi disse, possono essere come quei nidi che d’estate non vedi e che d’inverno rimangono esposti sui rami.

Poi aggiunse qualcosa che nella sua semplicità mi è rimasto impresso. Mi disse che durante la giovinezza potevano anche esserci delle leggerezze e qualche debolezza, purché non lasciassi che diventassero la mia casa. Ciò che da giovani può apparire quasi insignificante, con il passare degli anni può diventare un tratto dominante del carattere e rendere difficile perfino lo stare accanto a una persona.

Non era una teoria morale sulla vecchiaia. Mio padre parlava come parlava sempre, partendo da ciò che aveva davanti agli occhi. L’albero spoglio gli era bastato per mostrarmi qualcosa che aveva osservato negli uomini durante una vita intera.

Oggi quelle parole mi sembrano ancora più vere. L’età non inventa improvvisamente ciò che siamo. Spesso rende più visibile ciò che abbiamo lentamente coltivato. Alcuni tratti si addolciscono perché negli anni abbiamo imparato a lasciarli lavorare dalla pazienza, dal perdono ricevuto e dall’esperienza. Altri diventano più duri quando per troppo tempo li abbiamo considerati semplicemente parte del nostro carattere.

La vecchiaia, vista così, non è soltanto la stagione nella quale le foglie cadono. È anche il tempo nel quale appare con maggiore chiarezza la forma che l’albero ha preso.

Credo che mio padre volesse insegnarmi soprattutto questo: il carattere di un uomo si costruisce molto prima del momento in cui gli altri cominceranno a vederlo chiaramente. Le scelte apparentemente piccole, il modo in cui reagiamo quando nessuno ci osserva e ciò che lasciamo crescere dentro di noi finiscono lentamente per disegnare il volto con il quale arriveremo agli anni più fragili.

Quell’inverno tornammo a camminare. Non ricordo altro di quella giornata, e forse proprio questo rende la memoria così nitida. È rimasto un nido vuoto sopra un albero spoglio e un padre che aveva trovato in quell’immagine il modo di parlare a suo figlio.

Molti anni dopo sono diventato sacerdote, ho studiato, ho letto libri e ascoltato persone capaci di spiegare con grande profondità la vita spirituale. Una parte importante di ciò che so sugli uomini continua però ad arrivarmi anche da quelle lezioni che non avevano un nome.

Le nuvole mi hanno insegnato che la realtà possiede più profondità di quanto appare al primo sguardo. L’aereo seguito con il binocolo mi ha lasciato il ricordo di un uomo capace di viaggiare molto prima di avere la possibilità di partire davvero. Il nido d’inverno mi ricorda ancora oggi che ciò che coltiviamo dentro di noi finisce prima o poi per diventare visibile.

Sono immagini molto semplici e forse proprio per questo hanno resistito al tempo.

Oggi mio padre avrebbe novantasette anni. Mi accorgo che continuo a incontrarlo in alcuni gesti degli anziani che mi vivono accanto e in certe scene che improvvisamente riportano alla memoria la campagna della mia infanzia. La distanza degli anni ha cambiato molte cose, mentre quelle immagini sono rimaste sorprendentemente intatte.

Forse è questo uno dei modi in cui un padre continua ad accompagnare un figlio anche quando non può più camminargli accanto. Gli rimane uno sguardo con il quale continuare a guardare il mondo.

Buon compleanno, babbo.

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