Cari amici, il lunedì ha per me un ritmo semplice e fedele. È il giorno in cui celebro la Messa con le monache di clausura di Santa Chiara in Montefalco. Questa mattina, nel tempo di Natale che ancora ci accompagna, la prima lettura tratta dalla Prima lettera di Giovanni ha risuonato con una forza particolare. È un messaggio natalizio essenziale, lontano da ogni sentimentalismo.
«Amatevi gli uni gli altri». Giovanni avverte subito il bisogno di precisare come questo amore debba manifestarsi e indica Caino come figura da cui prendere le distanze. Caino è più dell’uomo violento delle origini. Diventa immagine di chi non sopporta il bene del fratello. Il testo è netto: egli uccide perché le opere del fratello erano giuste. La presenza di una vita buona gli diventa insopportabile.
Qui si tocca un nervo profondo della vita spirituale. Il bene autentico può disturbare proprio perché, senza bisogno di accusare nessuno, rende visibile ciò che in noi chiede ancora conversione. Quando il cuore resiste alla verità, la bontà altrui può essere percepita come una provocazione.
La tradizione spirituale e catechetica conosce bene questa dinamica e parla anche dell’«invidia della grazia altrui» tra gli atteggiamenti che possono opporre resistenza all’azione dello Spirito. Non si tratta della comune invidia psicologica. Il punto è più radicale: rattristarsi del bene spirituale presente nell’altro, fino a percepire come minaccia ciò che dovrebbe suscitare gratitudine e lode a Dio.
Giovanni invita per questo a non meravigliarsi se il mondo nutre odio. Nel linguaggio giovanneo, il «mondo» indica quella logica chiusa in se stessa che rifiuta la luce e non vuole essere convertita. L’amore evangelico disturba questa logica perché sfugge al possesso e non può essere governato con gli strumenti del dominio.
Nella vita cristiana questa dinamica assume forme molto concrete. Può accadere che una vocazione vissuta con fedeltà, una famiglia stabile o una persona capace di servire senza cercare il centro provochino un disagio difficile da ammettere. Quel bene non pronuncia accuse, e proprio per questo può diventare uno specchio scomodo.
Da qui nasce talvolta una forma sottile di giudizio: invece di riconoscere il bene, lo si circonda di sospetti. Si cercano intenzioni nascoste, si attribuiscono secondi fini, si insinua un dubbio abbastanza vago da non poter essere verificato. Il bene rimane formalmente riconosciuto e, nello stesso tempo, viene reso ambiguo.
Anche la mormorazione appartiene a questa penombra. Non distrugge immediatamente, ma consuma la fiducia e rende fragile la comunione. Permette a chi la pratica di sentirsi innocente proprio perché non ha compiuto un gesto clamoroso. Eppure il risultato può essere reale: il bene dell’altro viene oscurato, la sua presenza indebolita, il rapporto ferito.
La risposta evangelica prende la direzione opposta. Si può dare la vita senza morire fisicamente, offrendo tempo, ascolto e presenza. San Filippo Neri esprimeva bene questa libertà quando sapeva interrompere perfino un momento di preghiera per andare incontro a chi aveva bisogno, perché riconosceva Dio anche nel fratello concreto.
Il tempo, in fondo, coincide con la nostra vita. Guardare dove lo abbiamo speso e a chi lo abbiamo donato dice molto di come abbiamo amato. Una vita consegnata a Dio nelle intenzioni e alle persone nelle relazioni diventa il luogo nel quale la luce può vincere lentamente le nostre zone d’ombra.
Il Natale ci ricorda che la luce è venuta nel mondo. La domanda che questa pagina lascia davanti a noi è semplice e severa: quando il bene dell’altro mi disturba, sono capace di riconoscerlo come grazia oppure comincio a costruirgli attorno una penombra? È una domanda che educa il cuore e può impedirgli di imboccare, anche solo interiormente, la strada di Caino.
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