Nel piazzale del Patriarcato maronita di Bkerké, Leone XIV ha incontrato una generazione che conosce la guerra attraverso le ferite delle proprie famiglie, la crisi economica attraverso l’incertezza del futuro e l’emigrazione attraverso amici e parenti che hanno già lasciato il Paese. Il Papa non ha chiesto ai giovani libanesi di ignorare questa realtà e non ha offerto loro un ottimismo costruito sulle parole. Li ha invitati a diventare protagonisti di una pace fondata sulla giustizia, sul perdono, sull’amicizia autentica e su una fede capace di dare radici a chi rischia continuamente di sentirsi costretto a partire.
Nel tardo pomeriggio del 1° dicembre, dopo la visita ad Annaya, l’incontro di Harissa e il grande appuntamento ecumenico e interreligioso di Piazza dei Martiri, Leone XIV è arrivato a Bkerké, sede del Patriarcato di Antiochia dei Maroniti, per incontrare i giovani.
La successione delle tappe aiuta a comprendere il significato di questa serata. Il Papa aveva trascorso la giornata dentro alcune delle realtà che costituiscono l’anima religiosa del Libano: la santità di san Charbel, la vita della Chiesa cattolica nelle sue diverse tradizioni, il dialogo tra le comunità cristiane e musulmane. A Bkerké tutte queste dimensioni vengono consegnate a una generazione che dovrà decidere se esse continueranno a vivere dentro la storia concreta del Paese.
Il saluto iniziale del Papa, «Assalamu lakum», la pace sia con voi, riprende il saluto del Risorto ai discepoli e colloca immediatamente l’incontro dentro una prospettiva più profonda della semplice aggregazione giovanile. Leone XIV non incontra ragazzi ai quali rivolgere qualche parola di incoraggiamento e non tenta di adattare il Vangelo a un linguaggio più accattivante. Li prende sul serio come cristiani e come cittadini di una terra dalla quale dipende una parte importante del futuro del Medio Oriente.
Tra loro vi erano giovani libanesi, ragazzi provenienti dalla Siria e dall’Iraq e libanesi rientrati per l’occasione da diversi Paesi. Questa composizione rendeva visibile uno dei grandi temi dell’intera visita: la mobilità di una generazione che vive continuamente tra il desiderio di rimanere e la possibilità, spesso la necessità, di partire.
Nel Libano contemporaneo l’emigrazione non appartiene soltanto alla storia delle generazioni precedenti. Continua a segnare profondamente le famiglie e rischia di impoverire il Paese proprio delle persone che possiedono energie, formazione e capacità per contribuire alla sua ricostruzione.
Il Papa non tratta questa realtà con leggerezza. Non trasforma il rimanere in un obbligo morale e non giudica chi cerca altrove condizioni di vita che il proprio Paese non riesce più a garantire. Invita però i giovani a non lasciare che la sfiducia diventi l’unico criterio attraverso il quale guardare alla propria terra.
La domanda è delicata perché riguarda la libertà personale e, nello stesso tempo, il legame con una comunità. Nessuno può essere costretto a sacrificare il proprio futuro a una patria che non offre prospettive, mentre un Paese smette lentamente di avere futuro quando tutti coloro che potrebbero costruirlo arrivano alla conclusione che l’unica scelta ragionevole sia andarsene.
Bkerké diventa così il luogo nel quale questa tensione viene consegnata apertamente alla generazione più giovane.
Le testimonianze ascoltate durante l’incontro hanno impedito al discorso di rimanere astratto. I giovani hanno portato esperienze segnate dall’esplosione del porto di Beirut, dalla solidarietà nata tra persone che non si conoscevano, dalla paura della guerra e dalla capacità di aiutarsi oltre le appartenenze confessionali.
Il testo che avevamo scritto allora aveva colto bene questo elemento: davanti al Papa compariva un Libano che non poteva essere ridotto alla propria crisi. C’erano ragazzi che avevano raccolto macerie, consolato persone sconosciute e sperimentato come cristiani e musulmani potessero trovarsi dalla stessa parte quando la sofferenza rendeva irrilevanti molte delle barriere costruite dalla storia.
Questo non significa trasformare le tragedie in occasioni edificanti. L’esplosione del porto, le guerre e le crisi non acquistano un senso perché producono solidarietà. Mostrano però che anche dentro una situazione devastata rimane possibile una risposta umana che non obbedisca alla logica dell’odio.
Leone XIV ascolta queste esperienze e le inserisce dentro una domanda più ampia: come può un giovane costruire la pace quando ha ereditato una storia che continua a produrre paura?
La risposta del Papa non consiste nell’eliminare la complessità. Richiama la giustizia e il perdono, ricordando che la pace non può nascere dalla rimozione delle responsabilità e non può sopravvivere quando ogni ferita viene trasformata nel diritto di restituire il male ricevuto.
In questo contesto il riferimento a san Giovanni Paolo II acquista una particolare forza: non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono.
Il rapporto tra queste due realtà è uno dei punti più difficili del messaggio cristiano. La giustizia domanda che il male venga riconosciuto e che le vittime non siano obbligate a comportarsi come se nulla fosse accaduto. Il perdono impedisce che la memoria del male diventi una prigione dalla quale nessuno possa più uscire.
Per una generazione libanese cresciuta dentro racconti familiari segnati da guerre civili, occupazioni, attentati e divisioni confessionali, questa parola non appartiene alla teoria spirituale. Tocca il modo stesso con cui il passato viene trasmesso.
Ogni generazione può ricevere la memoria come una responsabilità oppure come una consegna di inimicizie.
Leone XIV chiede ai giovani di interrompere questa seconda trasmissione senza perdere la verità della storia.
È qui che entra il tema dell’amicizia. Il Papa la presenta come qualcosa di più profondo della simpatia e della convenienza reciproca. Un’amicizia autentica nasce quando si desidera il bene dell’altro e quando si diventa capaci di assumere una parte della sua vita come qualcosa che ci riguarda.
In un Paese nel quale l’appartenenza religiosa, familiare e politica può facilmente diventare il confine entro cui scegliere le proprie relazioni, questa concezione dell’amicizia possiede inevitabilmente una dimensione sociale.
Una società cambia quando le nuove generazioni imparano a costruire legami che non riproducono automaticamente le separazioni ricevute.
Il Papa utilizza anche l’immagine del cedro, simbolo del Libano, per parlare delle radici e dei rami. Il riferimento non propone un attaccamento nostalgico al passato. Una pianta vive quando le radici riescono a nutrire una crescita reale e quando i rami possono aprirsi senza perdere il legame con ciò che li sostiene.
È una immagine particolarmente adatta ai giovani libanesi. Il futuro non può essere costruito semplicemente ripetendo ciò che è stato, e non può nemmeno nascere da una recisione totale della memoria.
Una generazione senza radici rischia di trasformare la libertà in dispersione; una generazione alla quale si impedisce di far crescere nuovi rami finisce per ricevere la tradizione come un peso.
La fede cristiana entra precisamente dentro questa relazione tra memoria e futuro. Non consegna ai giovani una forma culturale da conservare intatta e non chiede loro di inventare nuovamente il Vangelo. Offre una sorgente dalla quale possono nascere risposte nuove senza perdere il centro.
Per questo Leone XIV insiste sulla preghiera e sul silenzio.
Dopo una giornata trascorsa tra discorsi istituzionali, incontri ecclesiali e appuntamenti pubblici, il Papa ricorda a ragazzi abituati a una comunicazione continua che esiste uno spazio nel quale la persona deve imparare a rimanere sola davanti a Dio.
Il silenzio non è fuga dalla realtà e non serve a proteggersi dalla complessità. Permette di sottrarsi per un momento al rumore delle reazioni immediate e di capire quali desideri meritino realmente di orientare una vita.
Per un giovane che deve decidere se restare o partire, quale lavoro scegliere, quale relazione costruire e che posto dare alla propria fede, questa interiorità possiede una importanza concreta.
La preghiera diventa così un luogo di discernimento.
Il Papa richiama anche san Francesco d’Assisi e la sua preghiera per diventare strumenti di pace. Il riferimento acquista un senso particolare dopo le testimonianze ascoltate durante la giornata. La pace non viene affidata alla categoria astratta dei “pacifisti”, perché diventa una vocazione personale: essere capaci di introdurre riconciliazione precisamente nel luogo nel quale la divisione sembra più naturale.
Un giovane può diventare operatore di pace nelle proprie relazioni, nella famiglia, nell’università, nel lavoro, nelle scelte politiche e nella capacità di non trasformare l’identità religiosa in uno strumento di ostilità.
Questo non rende meno necessaria la responsabilità delle istituzioni. Un Paese non può chiedere indefinitamente ai giovani di compensare con il volontariato le inefficienze di un sistema incapace di funzionare.
Leone XIV non attribuisce loro il compito di risolvere da soli ciò che appartiene alla politica e alle strutture pubbliche. Chiede però che non attendano un Paese perfetto prima di assumersi la propria parte di responsabilità.
È una distinzione importante. La speranza cristiana non sostituisce la buona politica e non giustifica il cattivo governo. Impedisce che l’ingiustizia altrui diventi la ragione con cui giustificare la propria rinuncia.
Il Libano ha bisogno di istituzioni credibili e ha bisogno anche di persone che decidano di non riprodurre nei propri comportamenti le logiche che criticano.
Il Papa sembra chiedere precisamente questo ai giovani.
La presenza di ragazzi provenienti dalla Siria e dall’Iraq amplia ulteriormente l’orizzonte. Il futuro del Libano non può essere separato dalla regione alla quale appartiene, e le ferite del Medio Oriente attraversano continuamente i suoi confini.
La pace di cui parla Leone XIV non coincide dunque con una semplice stabilità nazionale. È una responsabilità che lega popoli diversi e chiede di riconoscere che nessun Paese può costruire sicurezza definitiva circondandosi di società condannate alla guerra.
Dentro questa prospettiva ritorna anche la figura di san Charbel, che il Papa aveva venerato poche ore prima ad Annaya. La sua santità appartiene alle radici del Paese e viene consegnata ai giovani come una luce capace di mostrare che il futuro non nasce soltanto dall’efficienza e dalla forza.
La vita nascosta di un monaco e l’energia di migliaia di giovani riuniti davanti al Patriarcato sembrano appartenere a mondi molto differenti. Nel viaggio di Leone XIV diventano due aspetti della stessa domanda: quale sorgente permette a una persona di non consumare la propria vita soltanto nella ricerca di sicurezza?
Charbel mostra la radicalità dell’appartenenza a Dio; i giovani sono chiamati a tradurre quella stessa appartenenza dentro una società che chiede loro decisioni molto concrete.
Anche Maria entra nel discorso del Papa.
A Harissa, poche ore prima, Leone XIV aveva consegnato la Rosa d’oro al Santuario di Nostra Signora del Libano. A Bkerké la presenza della Madre di Dio accompagna ancora il cammino dei giovani e li riconduce a Cristo.
Maria non diventa un elemento sentimentale dell’incontro. La sua fede mostra come una vita possa accogliere una promessa senza conoscere in anticipo tutte le forme attraverso le quali quella promessa dovrà passare.
È una parola particolarmente adatta a una generazione che vorrebbe comprensibilmente possedere garanzie prima di scegliere.
Molte delle decisioni decisive della vita non offrono questa sicurezza. Si entra in una vocazione, in una relazione, in una responsabilità e perfino nella costruzione di un Paese accettando che una parte del futuro rimanga inevitabilmente sconosciuta.
La fede non elimina questa incertezza. Permette di attraversarla senza considerarla un vuoto.
È forse questo il significato più profondo della benedizione che il Papa consegna ai giovani libanesi.
Leone XIV non promette che il Libano diventerà rapidamente stabile e prospero. Non può garantire che chi rimarrà troverà il lavoro desiderato, che le tensioni regionali scompariranno o che la politica sarà finalmente capace di liberarsi dalle proprie fragilità.
Indica però una possibilità più esigente: non lasciare che queste incertezze decidano da sole il tipo di persone che diventeranno.
Un Paese può attraversare crisi gravissime e continuare a generare uomini e donne capaci di verità, amicizia, perdono e servizio. Può anche attraversare una stagione di relativa stabilità e consumarsi interiormente quando le nuove generazioni imparano soltanto a proteggere se stesse.
La rinascita di cui il Libano ha bisogno comincia quindi anche dalla qualità umana e spirituale delle persone che lo abiteranno.
Il rito della «promessa di pace e d’azione dei giovani», celebrato al termine dell’incontro, rende visibile proprio questo passaggio. La parola ascoltata viene trasformata in una responsabilità assunta davanti a Dio e alla comunità.
È un gesto che potrebbe facilmente ridursi a una formula cerimoniale. Dentro il contesto del viaggio assume invece una coerenza precisa.
Per tutta la giornata Leone XIV aveva incontrato un Libano che cerca di custodire pace e pluralità attraverso istituzioni, Chiese, comunità religiose e opere educative. A Bkerké la stessa responsabilità viene affidata a coloro che dovranno portarla oltre la generazione presente.
Il futuro del Paese smette così di essere un tema del quale gli adulti discutono parlando dei giovani e diventa qualcosa che i giovani stessi devono imparare a discernere.
Non si tratta di consegnare loro il peso di problemi prodotti da altri. Significa riconoscere che ogni generazione riceve una storia che non ha scelto e deve decidere che cosa farne.
I giovani libanesi ricevono un Paese segnato da ferite profonde e, nello stesso tempo, una straordinaria tradizione di convivenza, cultura, fede e apertura al mondo.
Possono ricevere questa eredità come una condanna o trasformarla in materiale per costruire qualcosa che ancora non esiste.
Leone XIV sembra affidarsi precisamente a questa possibilità.
Quando la sera scende su Bkerké, il cedro evocato dal Papa rimane forse l’immagine più adeguata per raccogliere tutto l’incontro. Le radici appartengono alla storia ricevuta e non possono essere inventate. I rami crescono verso una direzione che nessuna radice può determinare completamente.
Tra gli uni e le altre scorre la stessa vita.
Il Libano avrà futuro se riuscirà a permettere ai propri giovani di crescere senza costringerli a recidere ciò che li lega alla loro terra e se quei giovani sapranno riconoscere nelle proprie radici qualcosa di più profondo dei conflitti ereditati.
La fede cristiana può contribuire a questo futuro quando smette di essere semplicemente un elemento identitario e torna a generare uomini e donne capaci di riconciliazione.
Bkerké consegna così al viaggio una delle sue domande più esigenti: quale Paese nascerà dalle scelte di questa generazione?
Leone XIV non risponde al loro posto.
Ricorda però ai giovani che la pace non è un compito riservato a chi governa e che la speranza non coincide con l’attesa passiva che qualcuno sistemi finalmente la storia.
La pace comincia anche nel modo in cui si guarda l’altro, nel modo in cui si custodisce la memoria, nella disponibilità a perdonare senza dimenticare la giustizia e nella decisione di trasformare la propria fede in una responsabilità concreta.
Dentro un Libano che continua a domandarsi quanti dei suoi figli resteranno, il Papa affida ai giovani qualcosa di più impegnativo di un invito a rimanere.
Chiede loro di diventare persone per le quali valga la pena costruire un Paese nel quale rimanere.
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