don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Nel cuore di Beirut, davanti ai rappresentanti delle Chiese e delle comunità religiose del Libano, Leone XIV ha incontrato una società nella quale il dialogo non appartiene anzitutto ai convegni, perché costituisce una condizione concreta del vivere insieme. Le molte voci ascoltate in Piazza dei Martiri hanno riportato alla superficie le ferite della storia, le responsabilità delle comunità e il desiderio di una cittadinanza capace di custodire le differenze, mentre il Papa ha raccolto questa complessità riconducendola alla dignità dell’uomo, alla fede in Dio, alla donna siro-fenicia del Vangelo e all’immagine dell’ulivo, piantato al termine dell’incontro come segno di una pace che può vivere soltanto se qualcuno continua a coltivarla.

Piazza dei Martiri non poteva essere un luogo neutro per l’incontro ecumenico e interreligioso di Leone XIV. Il nome stesso porta dentro la memoria di una città che ha conosciuto guerre, attentati, divisioni e ricostruzioni, mentre a poca distanza il porto continua a ricordare, attraverso le proprie ferite, l’esplosione che ha segnato Beirut e l’intero Libano. È dentro questa geografia della memoria che nel pomeriggio del 1° dicembre il Papa ha incontrato i rappresentanti delle diverse comunità religiose del Paese, dopo avere attraversato, nelle ore precedenti, alcuni dei luoghi più significativi della vita spirituale libanese.

La scena era profondamente diversa da quella di Nicea e del Fanar. In Türkiye Leone XIV aveva incontrato Chiese cristiane che condividono la fede trinitaria, il battesimo e una parte decisiva della tradizione apostolica, chiamate ancora a cercare la piena comunione ecclesiale. A Beirut il quadro si allarga a comunità che non professano la stessa fede e che, proprio per questo, sono chiamate a trovare un’altra forma di relazione, fondata sul rispetto, sulla conoscenza reciproca, sulla libertà religiosa, sulla dignità della persona e sulla responsabilità di costruire insieme una società nella quale nessuno debba rinunciare alla propria identità per poter appartenere alla stessa patria.

Questa distinzione è necessaria perché il dialogo interreligioso perde la propria verità quando viene confuso con l’ecumenismo. Tra i cristiani, la divisione rimane una ferita interna al Corpo di Cristo e la meta è la piena comunione; tra religioni differenti, il compito riguarda la possibilità di abitare lo stesso spazio civile senza trasformare la fede in uno strumento di esclusione. Il Libano rende questa seconda forma di dialogo particolarmente concreta, perché le diverse comunità non vivono semplicemente una accanto all’altra: hanno condiviso per secoli le stesse città, le stesse crisi e spesso le stesse famiglie, attraversando stagioni nelle quali la vicinanza è diventata collaborazione e altre nelle quali le appartenenze sono state trasformate in confini di guerra.

Per questo l’incontro di Beirut non poteva ridursi alla fotografia di alcuni leader religiosi riuniti intorno al Papa. Le molte voci che si sono alternate hanno restituito qualcosa della complessità del Paese, facendo emergere memorie, convinzioni e attese che non potevano essere fuse dentro una formula comune. Cristiani appartenenti a Chiese differenti, musulmani sunniti e sciiti, drusi e rappresentanti di altre comunità hanno parlato da tradizioni diverse, lasciando percepire che la pluralità religiosa del Libano non è un elemento accessorio della sua identità, perché costituisce una delle questioni attraverso le quali il Paese continua a decidere ogni giorno la propria possibilità di futuro.

Il Libano non possiede una pace costruita sulla scomparsa delle differenze. Continua a vivere precisamente perché quelle differenze rimangono e devono imparare a non trasformarsi nuovamente in ostilità. Le testimonianze ascoltate insistevano molto sulla necessità di una purificazione della memoria, espressione che acquista qui un significato particolarmente serio perché la storia libanese offre a ciascuna comunità abbastanza ferite per costruire una narrazione nella quale la colpa appartenga sempre agli altri.

La memoria può custodire la verità di ciò che è accaduto e restituire dignità alle vittime, mentre può anche diventare un archivio dal quale ogni generazione estrae nuove ragioni per continuare a diffidare del vicino. Il dialogo diventa autentico quando permette di attraversare questa seconda possibilità e quando ciascuno trova il coraggio di riconoscere che la propria storia non coincide semplicemente con l’innocenza. Questo riconoscimento non richiede di distribuire artificialmente le responsabilità in modo uguale, perché domanda piuttosto di accettare che nessuna comunità possa costruire il futuro del Paese raccontandosi come se fosse stata soltanto vittima e mai parte di una storia condivisa, nella quale decisioni, paure e interessi hanno spesso alimentato le divisioni.

Leone XIV entra in questa complessità senza pretendere di arbitrarla. Non gli compete stabilire quale lettura politica del passato debba essere considerata definitiva e non utilizza l’autorità spirituale per sostituirsi alle istituzioni o agli storici. Porta invece il dialogo verso il livello nel quale una guida religiosa può realmente esercitare la propria responsabilità, interrogando la coscienza dell’uomo e il modo con cui la fede viene utilizzata dentro la storia.

Il richiamo a Nostra aetate, nel sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare, permette al Papa di collocare il dialogo interreligioso dentro la fede in un Dio di amore e misericordia, sottraendolo così alla semplice convenienza sociale. Cristiani e musulmani non sono invitati a rispettarsi perché il conflitto sarebbe economicamente dannoso o politicamente pericoloso, perché il rispetto nasce anzitutto dal riconoscimento della dignità dell’uomo e dalla convinzione che nessuna fede autenticamente vissuta possa trasformare l’altro in qualcuno la cui esistenza debba essere cancellata.

Questa prospettiva, letta dentro un manuale, potrebbe sembrare astratta. In Libano acquista una concretezza immediata, perché il rapporto tra le religioni incide direttamente sulla possibilità della vita nazionale. Quando la fede viene piegata a giustificazione della violenza, il Paese si spezza; quando viene relegata completamente nella sfera privata, si perde una componente fondamentale dell’identità delle comunità. La sfida consiste allora nel permettere alle convinzioni religiose di entrare nella vita pubblica senza trasformarsi in strumenti di dominio.

Leone XIV riconosce nel Libano una esperienza che dimostra quanto questa possibilità rimanga fragile e, nello stesso tempo, reale. Campanili e minareti non costituiscono da soli una prova di armonia, perché possono stare vicini anche dentro una società profondamente divisa; diventano però il segno di una storia nella quale comunità differenti hanno continuato, nonostante tutto, a riconoscere che la scomparsa dell’altro impoverirebbe anche la propria identità.

In questo quadro acquista particolare significato il riferimento evangelico alla donna siro-fenicia. Gesù entra nella regione di Tiro e Sidone e incontra una donna che gli chiede la guarigione della figlia, una persona che non appartiene al popolo d’Israele e che tuttavia manifesta una fede capace di attraversare il confine. La scena non cancella la differenza e non rende irrilevanti le identità, perché mostra come l’incontro diventi possibile quando l’altro viene riconosciuto nella verità della sua domanda e quando la relazione riesce a superare la logica della semplice estraneità.

Questa lettura è più esigente di un generico invito alla tolleranza. Tollerare può significare accettare che l’altro esista purché rimanga abbastanza lontano da non disturbare, mentre il Vangelo della donna siro-fenicia racconta un incontro nel quale una vita entra nello spazio dell’altra e produce una risposta. Il dialogo religioso, quando rimane fedele a questa logica, non domanda di rinunciare alla propria fede, perché chiede piuttosto di essere abbastanza radicati da poter ascoltare senza paura.

È dentro questa prospettiva che anche il cedro e l’ulivo, richiamati dal Papa, acquistano il loro significato più profondo. Il cedro parla di radici, memoria e identità; l’ulivo introduce la dimensione della resistenza, della guarigione e della pace. Leone XIV ricorda che l’ulivo appartiene alla tradizione religiosa e culturale di cristiani, ebrei e musulmani e che dal suo frutto nasce l’olio che cura le ferite e alimenta la luce.

L’immagine sarebbe facilmente consumabile come simbolo pacifista se il Papa non la collocasse dentro la responsabilità concreta della convivenza. Un ulivo non cresce perché qualcuno lo ha piantato durante una cerimonia. Ha bisogno di terra, acqua, tempo e cura, e proprio per questo diventa un’immagine molto più adeguata della pace di quanto possa sembrare. Anche la pace può essere piantata attraverso un gesto pubblico, mentre il suo futuro dipende da ciò che avverrà dopo, quando l’attenzione si sarà spostata altrove e resteranno soltanto le comunità, le famiglie, le scuole, le istituzioni e le guide religiose chiamate a continuare il lavoro.

La piantumazione finale dell’ulivo acquista così un significato che supera la cerimonia. L’albero rimane nella terra dopo la fine delle parole e diventa quasi una verifica permanente della distanza tra ciò che le guide religiose dichiarano e ciò che le rispettive comunità saranno capaci di costruire. La pace può essere trascurata, può ammalarsi e può morire quando viene utilizzata soltanto come linguaggio pubblico e non diventa criterio delle relazioni; può anche continuare a produrre frutto dentro terreni difficili quando qualcuno accetta di prendersene cura senza attendere risultati immediati.

Il Libano conosce bene questa sproporzione tra fragilità e resistenza. Ha attraversato crisi che avrebbero potuto cancellarlo e ha continuato a ricominciare, mentre questa capacità non deve essere idealizzata fino al punto da trasformare la resilienza in una giustificazione per chiedere indefinitamente a un popolo di sopportare ciò che dovrebbe essere corretto. La capacità di resistere possiede valore quando apre un futuro e quando permette alla sofferenza di essere attraversata senza renderla una condizione normale della vita.

La guarigione evocata dall’olio dell’ulivo riguarda quindi anche le ferite che devono essere riconosciute. Nessuna pace seria può crescere sopra una memoria semplicemente sepolta, perché le ferite ignorate tendono a ritornare quando una nuova crisi offre loro l’occasione di riaprirsi. Il contributo delle religioni si colloca precisamente in questo spazio, perché le comunità possono alimentare la memoria come risentimento oppure possono aiutare le persone a custodirla dentro una prospettiva nella quale il male subito non determini definitivamente l’identità del vicino.

Da questo dipende anche la responsabilità delle guide religiose. Le parole pronunciate durante l’incontro hanno mostrato la consapevolezza che il popolo attende da esse qualcosa di più della difesa delle rispettive appartenenze. Una guida religiosa serve realmente la propria comunità quando la aiuta a vivere la fede senza trasformarla in una fortezza e quando impedisce che l’identità venga utilizzata come strumento per alimentare paura e consenso.

Questa responsabilità diventa ancora più evidente nel rapporto tra religione e cittadinanza. Nei diversi interventi è emersa la necessità di uno Stato nel quale la dignità e i diritti della persona non dipendano dall’appartenenza confessionale. Il sistema libanese è nato riconoscendo il peso storico delle comunità religiose e ha cercato di tradurlo dentro un equilibrio istituzionale molto particolare, capace di custodire la pluralità e, nello stesso tempo, esposto a rigidità che continuano a interrogare il futuro del Paese.

Il dialogo interreligioso non può risolvere da solo questa questione politica, mentre può contribuire a creare un clima nel quale nessuna comunità percepisca l’uguaglianza dei cittadini come una minaccia alla propria identità. La cittadinanza condivisa diventa possibile quando appartenere alla stessa patria non richiede di smettere di essere cristiani, musulmani o drusi e quando la differenza religiosa non viene utilizzata per stabilire differenti gradi di appartenenza alla nazione.

Questa ricerca possiede un significato molto più ampio dei confini libanesi. In molte parti del mondo la risposta alla pluralità oscilla tra il tentativo di confinare la religione fuori dallo spazio pubblico e la tentazione di permettere a una identità religiosa maggioritaria di occupare lo Stato fino a rendere gli altri cittadini meno uguali. La storia libanese mostra quanto sia difficile cercare una strada diversa e quanto questa ricerca continui a essere necessaria.

Leone XIV collega tutto questo alla comune umanità senza cadere nell’idea che le religioni siano equivalenti o intercambiabili. Il dialogo nasce dal fatto che uomini e donne portatori di convinzioni differenti possiedono la stessa dignità e condividono la responsabilità della stessa terra, mentre il cristiano può riconoscere questa dignità senza attenuare la propria confessione di fede.

Proprio il riferimento alla donna siro-fenicia mostra che Gesù rimane il centro del discorso del Papa. Leone XIV parla a un’assemblea interreligiosa come Vescovo di Roma e lo fa attingendo al Vangelo, senza trasformare Cristo in un elemento da nascondere per rendere l’incontro più semplice. Questa chiarezza non diventa aggressività, perché mostra che è possibile testimoniare ciò che si crede e nello stesso tempo riconoscere nell’altro una persona con la quale costruire qualcosa di comune.

Una identità debole non produce necessariamente maggiore apertura e può perfino generare paura, perché chi non sa più che cosa custodisce tende facilmente a percepire ogni differenza come una minaccia. Un’identità evangelicamente vissuta può invece diventare ospitale proprio perché non ha bisogno di imporsi per continuare a esistere.

Dentro questa stessa dinamica trova posto anche il riferimento a Maria. Leone XIV ricorda che il 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, è celebrato in Libano come festa nazionale e che Nostra Signora del Libano è una figura profondamente amata dai cristiani e rispettata anche da molti musulmani. Maria non viene utilizzata come una figura neutra sulla quale le religioni potrebbero costruire una sintesi artificiale, perché per il cristiano rimane la Madre di Gesù, la donna che ha accolto il Verbo fatto carne. Proprio questa identità precisa permette alla sua figura di diventare un luogo di incontro senza bisogno di essere svuotata.

Quando il Papa affida il Libano all’abbraccio materno di Maria, collega la riconciliazione a una presenza che per la fede cristiana conduce sempre a Cristo e che, nella storia concreta del Paese, ha acquisito una singolare capacità di essere riconosciuta oltre i confini ecclesiali. La piazza rimane così attraversata da linguaggi differenti che non vengono fusi: il Vangelo conserva il proprio nome, il Corano conserva il proprio, le Chiese parlano secondo le loro tradizioni, le comunità musulmane esprimono la propria comprensione della fede e il Papa rimane Vescovo di Roma.

Questa pluralità potrebbe sembrare una debolezza quando viene confrontata con il desiderio umano di trovare formule semplici, mentre costituisce precisamente la condizione reale nella quale il Libano deve vivere. La pace non consisterà nel trovare una parola religiosa sufficientemente vaga da essere pronunciata da tutti nello stesso modo, perché nascerà dalla capacità di permettere a parole differenti di convivere senza diventare armi.

L’incontro di Piazza dei Martiri non risolve questa sfida e sarebbe ingenuo attribuire a una cerimonia la capacità di guarire decenni di conflitti, tensioni politiche e interessi regionali. Leone XIV sembra evitare proprio questa illusione quando non presenta il Libano come un modello già riuscito e lo indica piuttosto come una possibilità continuamente esposta al fallimento e, proprio per questo, preziosa.

Se persone appartenenti a tradizioni tanto differenti possono continuare a vivere nello stesso Paese, significa che la divisione non rappresenta l’unico destino possibile. Questa consapevolezza non basta a produrre la pace, mentre impedisce di considerarla una utopia.

La piantumazione dell’ulivo raccoglie bene tutto il senso dell’incontro perché l’albero è stato messo nella terra davanti a molti testimoni e, da quel momento, il gesto solenne lascia spazio alla cura ordinaria. È ciò che accade anche al dialogo: le grandi dichiarazioni possiedono un valore quando aprono processi che continuano nei quartieri, nelle scuole, nelle famiglie, nelle istituzioni e nelle comunità religiose.

Il vero incontro interreligioso comincia spesso dopo la fine dell’incontro ufficiale, quando il cristiano e il musulmano devono decidere se fidarsi l’uno dell’altro, quando un insegnante sceglie come raccontare la storia dell’altra comunità e quando una guida religiosa decide se usare il dolore del proprio popolo per costruire riconciliazione oppure consenso attraverso la paura.

L’ulivo rimane dentro questa responsabilità e le sue radici scendono nella terra rendendo impossibile separare la speranza dalla concretezza del luogo. Leone XIV aveva parlato del popolo libanese sparso nel mondo e, nello stesso tempo, profondamente legato alla propria terra. L’immagine dell’albero permette di comprendere anche questa diaspora, perché si può vivere lontano e continuare ad avere radici, mentre un Paese si impoverisce quando perde progressivamente la capacità di offrire ai propri figli una ragione per considerare quelle radici una benedizione e non soltanto una nostalgia.

Per questo l’incontro di Beirut si collega direttamente alla serata di Bkerké che seguirà poche ore dopo. La pace costruita dalle guide religiose deve diventare una possibilità reale per i giovani. Se rimane un linguaggio pronunciato dalle generazioni adulte mentre i ragazzi continuano a partire perché non vedono futuro, qualcosa del processo rimane incompiuto.

Il viaggio di Leone XIV mostra così una continuità sempre più chiara. A Nicea il Papa aveva ricordato che l’unità dei cristiani possiede una radice nella verità ricevuta; al Fanar aveva mostrato che quella fede domanda comunione; ad Annaya aveva indicato la santità come sorgente interiore della pace; ad Harissa aveva incontrato una Chiesa che serve concretamente un popolo ferito. In Piazza dei Martiri lo sguardo si allarga e le religioni vengono chiamate ad assumersi insieme una responsabilità verso la società senza perdere la propria identità.

La fede cristiana non viene abbandonata quando il Papa entra nel dialogo interreligioso. Diventa il luogo dal quale egli guarda l’uomo e riconosce nell’altro una dignità che nessuna differenza religiosa può cancellare.

L’ulivo piantato a Beirut rimane allora più di un ricordo della visita pontificia, perché lascia nella terra una domanda rivolta alle comunità religiose, alle loro guide e all’intera società libanese: se sapranno continuare a riconoscersi senza ridurre le differenze e senza trasformarle nuovamente in linee di battaglia, la pace potrà crescere come qualcosa di vivo; se torneranno a utilizzare le ferite per alimentare paura e appartenenze contrapposte, l’albero resterà soltanto il ricordo di una giornata importante.

Il Papa ripartirà e l’ulivo resterà, affidato alla cura di chi continuerà ad abitare quella terra. È forse questa l’immagine più fedele della responsabilità consegnata al Libano: la pace non è un simbolo da contemplare, perché è una vita che chiede continuamente di essere custodita.

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