don Mario Proietti, C.PP.S.

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CONTRO LA MEDIOCRITÀ SPIRITUALE: LEONE XIV E LA FORMAZIONE DEL CUORE SACERDOTALE

Nella lettera inviata al Seminario maggiore “San Carlos y San Marcelo” di Trujillo per il quarto centenario della fondazione, Leone XIV offre una riflessione che supera largamente l’occasione celebrativa e raggiunge il nucleo della formazione sacerdotale. Il Papa parla della libertà delle motivazioni, dell’unità tra preghiera e studio, della paternità spirituale e della necessità di fuggire da una mediocrità capace di insinuarsi anche dentro una vita esteriormente molto impegnata.

La lettera che Leone XIV ha indirizzato al Seminario maggiore “San Carlos y San Marcelo” di Trujillo possiede un tratto particolare fin dalle prime righe, perché il Papa non parla da lontano di una istituzione che conosce soltanto attraverso i documenti. Ricorda di avere lasciato in quella casa anche le proprie impronte, avendovi svolto il servizio di professore e direttore degli studi, e proprio questa familiarità rende il testo meno protocollare di quanto potrebbe suggerire l’occasione del quarto centenario.

Il punto di partenza è sorprendentemente semplice: il primo compito di chi si prepara al sacerdozio rimane «stare con il Signore», lasciarsi formare da Lui, conoscerlo e amarlo fino a somigliargli. Tutto il resto, comprese le strutture del seminario, lo studio e il discernimento vocazionale, riceve senso da questa relazione originaria.

Leone XIV non comincia quindi dalla funzione che il futuro sacerdote dovrà svolgere e nemmeno dalle competenze necessarie per affrontare una società complessa. Parte dalla qualità della relazione con Cristo, perché il ministero può essere compreso rettamente soltanto quando nasce da una vita progressivamente configurata a Lui.

Da qui deriva il primo passaggio decisivo della lettera, dedicato alle motivazioni. Il Papa chiede che il Signore possa chiarirle e purificare le intenzioni, ricordando che il sacerdozio non può essere cercato come una via di uscita da problemi personali, come una forma di promozione o come uno spazio nel quale trovare sicurezza.

È una indicazione molto esigente, perché riconosce che anche una vocazione autentica può essere accompagnata da motivazioni secondarie, fragilità e desideri che devono essere progressivamente portati alla luce. Il seminario diventa così luogo di verità prima ancora che di preparazione professionale, perché soltanto una libertà sufficientemente liberata da interessi e paure può consegnarsi realmente.

Il Papa utilizza a questo proposito una espressione che merita attenzione: ciò che conta non è semplicemente «ordinarsi», bensì diventare realmente sacerdoti. L’ordinazione rimane il momento sacramentale decisivo nel quale il presbitero viene configurato a Cristo, mentre la formazione non può essere pensata come una corsa verso una data finale dopo la quale tutto sarebbe acquisito.

La vita sacerdotale chiede infatti che ciò che è stato ricevuto sacramentalmente continui a prendere forma dentro la persona, raggiungendo il modo di pregare, pensare, scegliere e servire.

Questa maturazione passa inevitabilmente attraverso la sincerità. Leone XIV insiste sulla confessione frequente, sulla direzione spirituale e sull’obbedienza fiduciosa ai formatori, perché il discernimento diventa sterile quando il seminarista costruisce una immagine di sé destinata soprattutto a superare le verifiche previste dal percorso.

La formazione autentica domanda invece che una persona impari progressivamente a lasciarsi conoscere, anche nei propri limiti, e accetti che la verità su di sé possa diventare materia della grazia.

Lo stesso principio attraversa il rapporto tra preghiera e studio.

Il Papa afferma che chi non prega non conosce realmente il Maestro e, nello stesso tempo, ricorda che la Chiesa ha sempre voluto che l’incontro con Cristo mettesse radici anche nell’intelligenza. Lo studio teologico non viene presentato come ornamento accademico della vocazione e neppure come semplice requisito necessario per l’ordinazione, perché appartiene al modo con cui il futuro sacerdote impara a servire il popolo attraverso una fede solida, ragionata e capace di illuminare.

È significativo che Leone XIV arrivi a dire che senza studio serio non esiste una vera pastorale. Questa affermazione corregge una tentazione molto diffusa, nella quale la preparazione intellettuale viene talvolta percepita come qualcosa di secondario rispetto alla capacità relazionale o all’efficacia pratica.

Il ministero sacerdotale incontra persone reali e situazioni complesse, e proprio per questo ha bisogno di una intelligenza formata che sappia distinguere, comprendere e offrire ragioni della speranza cristiana senza affidarsi soltanto all’improvvisazione.

La lettera tiene insieme queste dimensioni attraverso una formula particolarmente felice: «La preghiera e la ricerca della verità non sono cammini paralleli, ma un unico sentiero che porta al Maestro».

La pietà può diventare fragile quando rinuncia alla dottrina e si affida quasi esclusivamente al sentimento religioso; la dottrina può diventare sterile quando si separa dalla preghiera e perde il rapporto con Colui che pretende di conoscere. Nella formazione sacerdotale entrambe hanno bisogno di crescere insieme, perché il prete è chiamato ad annunciare ciò che vive e a vivere con coerenza ciò che annuncia.

Da questa unità il Papa conduce naturalmente verso l’Eucaristia, descritta come il luogo nel quale l’identità sacerdotale trova il proprio centro. Lo studio e la vita spirituale convergono verso l’altare, dove il sacerdote impara che il ministero non consiste soltanto nel compiere azioni sacre per gli altri, ma nel lasciare che la propria esistenza venga progressivamente coinvolta nella logica del dono di Cristo.

Questa dimensione oblativa introduce uno dei passaggi più belli della lettera, quello dedicato alla paternità sacerdotale. Leone XIV afferma che essere padre non è semplicemente qualcosa che si fa, perché riguarda ciò che il sacerdote è chiamato a diventare nella relazione con il popolo affidato alla sua cura.

La paternità spirituale non coincide con una forma di autorità paternalistica e non nasce dal bisogno di sentirsi indispensabili. Il Papa la descrive attraverso il dono di sé, l’intercessione, la capacità di accompagnare le fatiche e la disponibilità a gioire per la crescita degli altri anche quando questa crescita rende il sacerdote meno centrale.

In questa prospettiva acquistano senso anche il celibato, l’obbedienza e la povertà evangelica, che vengono collegati alla libertà di appartenenza a Cristo e alla disponibilità verso il popolo.

Non sono elementi collocati accanto al ministero come obblighi disciplinari esterni, perché contribuiscono alla forma concreta con cui il sacerdote impara a non possedere né se stesso né coloro che gli sono affidati.

È dentro questo percorso che Leone XIV introduce il tema della mediocrità, e forse proprio qui la lettera assume una particolare attualità.

Ai candidati al sacerdozio chiede esplicitamente di «fuggire dalla mediocrità» e indica alcuni pericoli molto concreti: la mondanità che dissolve lo sguardo soprannaturale, l’attivismo che consuma le energie, la dispersione digitale che impoverisce l’interiorità, le ideologie che allontanano dal Vangelo e la solitudine di chi pretende di vivere il ministero separandosi dal presbiterio e dal proprio vescovo.

Il Papa non presenta queste realtà come problemi astratti della società contemporanea. Le colloca dentro la vita concreta del prete, perché ciascuna di esse può modificare lentamente il modo di percepire il ministero.

La mondanità non si manifesta soltanto attraverso comportamenti vistosamente incompatibili con lo stato sacerdotale. Può insinuarsi nel bisogno di consenso, nel desiderio di riconoscimento, nell’uso del ministero per costruire una immagine personale o nella progressiva perdita di quello sguardo soprannaturale che permette di leggere persone e situazioni dentro la relazione con Dio.

Anche l’attivismo possiede una forma più sottile di quanto spesso immaginiamo. Un sacerdote può lavorare moltissimo, riempire ogni spazio della giornata e dedicarsi generosamente alle necessità della comunità, arrivando però a vivere una attività pastorale che non nasce più dalla preghiera e che progressivamente lo allontana dal luogo interiore nel quale dovrebbe ritrovare la sorgente del proprio servizio.

La dispersione digitale aggiunge una fragilità nuova, perché rende possibile abitare continuamente dentro un flusso di immagini, messaggi e informazioni che frammenta l’attenzione e può rendere sempre più difficile il silenzio. Per un sacerdote questa perdita di interiorità non è un problema semplicemente psicologico, perché tocca la capacità di ascoltare Dio, di abitare la Parola e di rimanere realmente presente davanti alle persone.

Le ideologie rappresentano un rischio simile quando offrono schemi sufficientemente forti da sostituire lentamente il Vangelo come criterio di giudizio. Possono assumere forme ecclesiali molto diverse e persino opposte tra loro, perché ogni volta che una appartenenza culturale o politica diventa la lente attraverso la quale viene interpretato tutto, il ministero rischia di essere utilizzato per confermare ciò che si era già deciso prima di ascoltare la Parola.

Leone XIV conclude questo elenco con la solitudine sacerdotale, e la sua scelta è significativa. Il problema non riguarda il silenzio necessario alla preghiera e neppure quella solitudine che permette di maturare interiormente, ma l’isolamento nel quale il sacerdote si separa progressivamente dalla comunione presbiterale e dal rapporto con il proprio vescovo.

La lettera afferma con chiarezza che un sacerdote isolato diventa vulnerabile e che fraternità e comunione appartengono alla vocazione stessa. Il presbitero non è chiamato a costruire una missione individuale parallela alla Chiesa, perché il ministero ricevuto lo inserisce dentro un presbiterio e lo lega sacramentalmente alla Chiesa particolare nella quale serve.

Questa sottolineatura appare particolarmente necessaria in un tempo nel quale la personalizzazione della comunicazione può trasformare anche il sacerdote in una figura pubblica autonoma, con un proprio pubblico e una propria narrazione ecclesiale. La capacità di raggiungere molte persone può essere un bene autentico, ma diventa problematica quando il rapporto diretto con un seguito finisce per sostituire lentamente la comunione concreta con la Chiesa e con i confratelli.

La risposta di Leone XIV alla mediocrità non consiste quindi in una richiesta di prestazioni spirituali più elevate e neppure in una forma di perfezionismo sacerdotale. Il Papa riporta continuamente il seminarista e il sacerdote a Cristo, alla preghiera, allo studio, all’Eucaristia, alla paternità e alla comunione.

La santità sacerdotale prende forma dentro questa unità e diventa molto meno spettacolare di quanto talvolta immaginiamo. Si riconosce nella fedeltà quotidiana, nella capacità di lasciarsi correggere, nel tempo consegnato alla preghiera e nello studio continuato anche quando nessuno lo vede, insieme alla disponibilità a condividere il ministero senza bisogno di diventare il centro della vita ecclesiale.

La frase con cui Leone XIV sintetizza il rapporto tra comunione e ministero raccoglie bene tutta la lettera: «La Chiesa ha bisogno di pastori santi che si donino insieme, non di funzionari solitari».

Essere pastori santi significa allora accettare che il sacerdozio non venga costruito come una impresa personale, perché persino la generosità può diventare ambigua quando rafforza l’idea che tutto dipenda dal singolo sacerdote. La comunione preserva da questa illusione e ricorda che la fecondità del ministero nasce dalla partecipazione all’opera di Cristo dentro un Corpo più grande di ciascuno.

Anche il richiamo finale a san Toribio de Mogrovejo conduce nella stessa direzione. Il tempo è breve e verrà chiesto conto del modo in cui è stato utilizzato, e questa prospettiva escatologica restituisce serietà alla vita sacerdotale senza renderla ansiosa.

Il tempo del prete non è semplicemente una risorsa da riempire con il maggior numero possibile di attività. È il luogo concreto nel quale una vocazione viene consegnata giorno dopo giorno e nel quale ciò che è stato promesso nell’ordinazione prende progressivamente carne.

La lettera al Seminario di Trujillo non propone quindi un nuovo modello sacerdotale da contrapporre a quelli precedenti. Riporta la formazione a ciò che la Chiesa ha sempre riconosciuto come essenziale e lo fa dentro le fragilità specifiche del nostro tempo, ricordando che una vocazione può impoverirsi anche mentre rimane esteriormente attiva e apparentemente feconda.

Fuggire dalla mediocrità significa allora custodire l’unità della vita. La preghiera non può diventare ciò che rimane quando tutte le attività sono finite, lo studio non può arrestarsi dopo gli anni del seminario, la fraternità non può dipendere dalla simpatia personale e l’Eucaristia non può essere celebrata quotidianamente senza permettere alla sua forma oblativa di raggiungere la vita.

Il sacerdote che continua a lasciarsi formare da Cristo rimane così capace di servire senza possedere, di guidare senza costruire attorno a sé una dipendenza e di stare dentro la Chiesa senza trasformare la propria sensibilità in misura dell’intero Vangelo.

È probabilmente questa la forma più concreta della santità sacerdotale evocata da Leone XIV: una vita nella quale ciò che appare frammentato viene progressivamente ricondotto a Cristo, fino a rendere il ministero meno preoccupato di apparire riuscito e più libero di diventare realmente un dono per il popolo di Dio.

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