Date ragione della speranza che è in voi · Prima tappa
Mons. Renato Boccardo · 4 novembre 2025
Il cammino diocesano Date ragione della speranza che è in voi cominciò da una domanda che precede tutte le altre: chi è l’uomo? Prima di interrogarsi sulla Chiesa, sulla missione o sulle forme attraverso le quali la fede può essere annunciata nel nostro tempo, l’Arcivescovo Renato Boccardo riportò lo sguardo alla pagina antica della Genesi, là dove l’essere umano appare per la prima volta come una creatura plasmata dalla terra e posta davanti al suo Creatore.
La scelta aveva una sua precisa forza. Ogni discorso sulla speranza rischia infatti di rimanere sospeso se non raggiunge l’uomo nella condizione concreta nella quale vive, con il desiderio di una vita piena e l’esperienza quotidiana del limite. La Scrittura non comincia presentandoci un essere umano idealizzato. Racconta che «il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo» e, proprio attraverso questa immagine così elementare, riconduce l’uomo alla verità della propria origine.
La terra dice appartenenza. È la stessa che viene coltivata, che sostiene il nostro cammino e che un giorno accoglierà nuovamente il corpo. Essere fatti di terra significa riconoscere che la vita non nasce da noi e che il limite appartiene alla nostra condizione creaturale. Il corpo ne reca continuamente la memoria attraverso la stanchezza, l’invecchiamento, la malattia e quella vulnerabilità che nessun progresso riesce completamente a cancellare. La polvere biblica non ha nulla di umiliante: ricorda all’uomo che la propria grandezza è ricevuta e che mentire sulla propria condizione finisce per deformare il rapporto con se stessi, con gli altri e con il creato.
Proprio qui emerge uno dei passaggi più fecondi della riflessione. La creaturalità, percepita facilmente dall’uomo contemporaneo come una diminuzione della libertà, nella visione cristiana diventa il luogo nel quale la libertà trova il proprio fondamento. Non essere origine di se stessi significa poter ricevere la vita come dono, senza essere costretti a costruire continuamente la propria dignità attraverso il successo, l’efficienza o il riconoscimento degli altri.
La cultura contemporanea conosce una curiosa oscillazione. Talvolta riduce l’uomo alla sua dimensione materiale, biologica o funzionale; in altri momenti gli attribuisce quasi il compito di diventare autore assoluto di se stesso, come se ogni limite ricevuto dovesse necessariamente essere superato o ridefinito. La pagina della Genesi permette di uscire da questa tensione perché restituisce all’uomo una misura che non lo impoverisce. Egli è creatura e proprio dentro questa dipendenza originaria scopre una dignità che nessuna condizione successiva può concedergli o sottrargli. Il Salmo 8 esprimerà lo stesso stupore quando, davanti all’immensità del cielo, si domanderà che cosa sia l’uomo perché Dio si ricordi di lui e se ne prenda cura. La grandezza umana nasce da questo sguardo ricevuto.
La catechesi iniziale portava così il percorso diocesano su un terreno molto concreto. Parlare dell’uomo fatto di terra significava anche fare pace con il limite, riconoscendo che esso attraversa la vita personale e quella delle comunità. Una Chiesa composta da uomini reali conosce la fatica, l’invecchiamento, le attese che sembrano non trovare risposta. Anche la vita ecclesiale può essere tentata di misurare la propria vitalità attraverso ciò che riesce a conservare o organizzare. La Scrittura conduce più in profondità: prima di ogni opera c’è una vita ricevuta, e prima della nostra capacità di costruire il futuro c’è l’iniziativa di Dio.
La terra, infatti, non è lasciata sola. Il racconto biblico prosegue con il gesto del Creatore che si avvicina alla creatura e le comunica il respiro. Qui la polvere rivela il suo mistero: ciò che appare povero e fragile è stato toccato dalle mani di Dio ed è destinato a diventare interlocutore del suo amore. Il percorso avrebbe dedicato l’incontro successivo precisamente al soffio divino; già nella prima catechesi, però, si intravedeva il legame inseparabile tra il limite dell’uomo e la prossimità di Dio. La fragilità non è abbandono, perché la creatura porta dentro di sé il segno di una relazione originaria.
È anche per questo che il tema della terra conduce naturalmente alla speranza. Il Qoelet conosce bene la precarietà dell’esistenza e la Scrittura non nasconde la realtà della morte. Il libro della Sapienza può nello stesso tempo affermare che Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità. Le mani che hanno plasmato la polvere continuano a custodire la persona oltre ciò che essa può vedere e dominare. Il limite resta reale e viene inserito dentro una promessa più grande.
L’intero cammino diocesano cominciava dunque da questa confessione molto semplice: siamo creature. Una parola che può sembrare elementare, mentre contiene già una parte considerevole della risposta cristiana alla domanda sull’uomo. Se la vita è ricevuta, allora può essere accolta; se l’uomo viene dalle mani di Dio, la sua dignità precede ogni giudizio umano; se la polvere è stata visitata dal Creatore, anche la fragilità può diventare luogo nel quale attendere la sua opera.
Da qui avrebbe preso forma tutto ciò che sarebbe seguito. L’uomo plasmato dalla terra avrebbe dovuto riscoprire il soffio che lo rende vivente, la relazione per la quale è stato creato e la ferita che attraversa la sua libertà. Il percorso avrebbe poi condotto a Cristo e alla Chiesa. L’intuizione posta dall’Arcivescovo all’inizio rimaneva come fondamento dell’intero itinerario: per dare ragione della speranza occorre prima ricordare chi è colui al quale quella speranza è stata donata.
Questo articolo fa parte del percorso diocesano 2025-2026 «Date ragione della speranza che è in voi», raccolto nella sezione dedicata alla vita della Chiesa di Spoleto-Norcia.