Una domanda del 1966 al Cammino sinodale della Chiesa italiana
In questi giorni mi è accaduto di leggere quasi contemporaneamente due testi separati da circa sessant’anni. Da una parte ho ripreso in mano Il dialogo ecclesiale alla luce del Vaticano II, che don Ennio Innocenti scrisse nel 1966 e del quale mi è stato chiesto di preparare la prefazione per una nuova edizione. Dall’altra ho letto Lievito di pace e di speranza, il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, reso pubblico il 16 ottobre e destinato alla votazione dell’Assemblea sinodale del 25 ottobre.
La coincidenza mi ha costretto a fermarmi su una parola che attraversa entrambi i testi: dialogo.
È una di quelle parole ecclesiali che, proprio perché vengono utilizzate molto, rischiano di diventare progressivamente meno precise. La pronunciamo per indicare l’ascolto reciproco, il confronto dentro una comunità, il rapporto con la cultura, l’incontro ecumenico o interreligioso e perfino la modalità con cui affrontiamo un conflitto. Tutti questi significati hanno una loro legittimità. Rimane però una domanda precedente: che cosa rende propriamente cristiano il dialogo della Chiesa?
Leggendo don Ennio Innocenti ho ritrovato questa domanda con una forza che sorprende, considerando che quelle pagine furono scritte quando il Vaticano II si era concluso da pochissimi mesi.
La parola “dialogo” era allora entrata con grande intensità nel linguaggio ecclesiale. Paolo VI le aveva dedicato una parte decisiva dell’enciclica Ecclesiam suam, pubblicata nel 1964 mentre il Concilio era ancora in corso, riconducendo il dialogo alla storia stessa della salvezza. Dio prende l’iniziativa, parla all’uomo, lo cerca e gli offre la propria comunione; la Chiesa, raggiunta da questo movimento della grazia, impara da esso il modo di entrare in relazione con il mondo.
È questo il punto che Innocenti avvertiva come decisivo.
Il dialogo ecclesiale non nasce semplicemente dal fatto che persone differenti decidano di parlarsi. Prima ancora della nostra conversazione esiste una Parola ricevuta. Prima del nostro ascolto reciproco c’è un Popolo convocato dall’ascolto di Dio. Prima della ricerca di una sintesi c’è una verità che la Chiesa non produce e della quale rimane serva.
Questa consapevolezza non rende il dialogo più rigido. Gli restituisce una sorgente.
Ed è precisamente qui che il confronto con il documento del Cammino sinodale italiano diventa interessante.
La prima impressione che avevo avuto leggendo alcune parti del testo era che la frequenza di parole come ascolto, corresponsabilità, partecipazione e dialogo potesse lasciare sullo sfondo la domanda sul loro fondamento teologico. Tornando però sul documento con maggiore attenzione, questa lettura mi è sembrata ingenerosa.
Lievito di pace e di speranza chiede esplicitamente che il testo venga accolto in un clima di preghiera, rendendosi disponibili «all’ascolto dello Spirito sorgente di dialogo e di comunione». Quando affronta la conversione missionaria, richiama la necessità di «porre Gesù Cristo al centro», perché la missione della Chiesa rimane orientata ad aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui e a scoprire la gioia del Vangelo.
C’è persino un passaggio che considero particolarmente significativo: il documento afferma che la Chiesa non deve scegliere tra dialogo e annuncio, perché entrambi appartengono all’obbedienza al mandato missionario di Gesù.
Questa precisazione cambia il punto dal quale dobbiamo porre la questione.
Il problema non consiste nel contrapporre un vecchio sacerdote fedele alla dottrina a una Chiesa sinodale innamorata dei processi. Sarebbe una caricatura di entrambi. La domanda più seria riguarda ciò che accade quando principi teologicamente corretti entrano nella vita concreta delle nostre comunità.
È qui che don Ennio continua a provocarmi.
Una parola può conservare nel documento il proprio fondamento cristologico e progressivamente perderlo nella prassi. Può accadere con “dialogo”, come può accadere con “ascolto”, “partecipazione” e perfino con “sinodalità”. Nessuna di queste parole è problematica in se stessa. La loro fecondità dipende dalla realtà ecclesiale nella quale vengono collocate e dal fine verso il quale conducono.
Il dialogo cristiano, infatti, non coincide con l’indeterminatezza.
Paolo VI lo aveva spiegato con una finezza che meriterebbe di essere nuovamente meditata. Il dialogo della salvezza nasce dall’amore di Dio e rispetta radicalmente la libertà dell’uomo; proprio perché possiede una verità da offrire, rifiuta ogni coercizione e cerca le vie della persuasione, della pazienza e dell’incontro. La verità non ha bisogno della violenza per essere vera.
Nello stesso tempo, quel dialogo rimane orientato.
Dio parla all’uomo perché lo ama e desidera la sua comunione. La Chiesa entra nel dialogo con il mondo perché ha ricevuto qualcosa da offrire. Se perdesse la coscienza di essere depositaria di un dono, il dialogo diventerebbe inevitabilmente uno scambio tra opinioni equivalenti e smetterebbe di essere una forma della missione.
Mi pare che proprio questo equilibrio attraversi le pagine di Innocenti.
Nel 1966 egli percepiva il rischio che l’entusiasmo suscitato dal nuovo linguaggio conciliare potesse portare alcuni a separare il metodo dal contenuto, quasi che bastasse assumere una forma dialogica perché un processo diventasse automaticamente ecclesiale. La sua preoccupazione non nasceva dal rifiuto dell’apertura voluta dal Concilio. Cercava piuttosto di custodirne il fondamento, affinché il dialogo non venisse progressivamente ridotto a categoria psicologica o sociologica.
Sessant’anni dopo, questa domanda rimane aperta.
Anche il documento italiano riconosce, del resto, che il metodo sinodale non può essere ridotto a una tecnica di gestione degli incontri. La conversazione nello Spirito acquista senso perché implica la disponibilità a lasciarsi trasformare dallo Spirito di Cristo. Questo significa che il risultato di un processo ecclesiale non dipende soltanto dalla quantità delle voci ascoltate o dalla qualità degli strumenti partecipativi. Dipende anche dalla capacità di discernere ciò che quelle voci portano davanti alla Parola ricevuta dalla Chiesa.
Ascoltare tutti non significa che tutto possieda lo stesso valore.
Significa riconoscere che lo Spirito può servirsi anche di una voce inattesa per costringere la comunità a vedere ciò che aveva trascurato. Il discernimento comincia proprio dopo l’ascolto, quando ciò che abbiamo raccolto viene posto davanti al Vangelo, alla fede della Chiesa e alla responsabilità dei Pastori.
La sinodalità perde qualcosa di essenziale se l’ascolto diventa il punto di arrivo.
Lo acquista nuovamente quando l’ascolto apre alla conversione.
Credo che questo sia uno dei contributi più attuali che possiamo raccogliere da don Ennio Innocenti. La sua insistenza sulla verità non deve essere trasformata in un’arma contro il dialogo contemporaneo. Può diventare piuttosto una domanda rivolta al dialogo stesso: verso che cosa stiamo camminando insieme?
Non ogni accordo genera comunione e non ogni dissenso la distrugge. La comunione ecclesiale possiede una profondità che precede entrambi, perché nasce dalla partecipazione alla vita di Cristo e dal dono dello Spirito.
Questo permette anche di guardare in modo più sereno alle tensioni che inevitabilmente accompagnano ogni processo sinodale.
Ci sono persone che temono che l’insistenza sull’ascolto finisca per indebolire la funzione del Magistero; altre temono che il richiamo alla dottrina venga utilizzato per rendere inutile ogni consultazione. Entrambe le paure possono diventare ideologiche quando vengono assolutizzate.
La struttura cattolica della Chiesa permette di custodire insieme il sensus fidei del Popolo di Dio e il ministero di discernimento affidato ai Pastori. Proprio perché nessuno possiede da solo la totalità dei doni dello Spirito, abbiamo bisogno di ascoltarci. Proprio perché la Chiesa ha ricevuto una fede che la precede, l’ascolto non si svolge in uno spazio vuoto.
Benedetto XVI, nel celebre discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, offrì un criterio che considero ancora decisivo quando parlò dell’«ermeneutica della riforma», cioè del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa.
Quella prospettiva evita due semplificazioni opposte.
Da una parte impedisce di immaginare la Tradizione come immobilità, perché la Chiesa cresce nella storia e deve continuamente trovare forme capaci di rendere udibile il Vangelo. Dall’altra impedisce di trasformare ogni novità pastorale in una nuova identità ecclesiale, perché il soggetto che cresce rimane la stessa Chiesa ricevuta dal Signore.
Rileggendo Innocenti alla luce di questo criterio, comprendo meglio il senso della sua preoccupazione.
Egli non chiedeva una Chiesa muta davanti al mondo. Chiedeva che la Chiesa sapesse chi fosse mentre gli parlava.
Forse anche il nostro Cammino sinodale si giocherà in buona parte su questo punto.
I documenti possono indicare con precisione che Gesù Cristo rimane al centro e che lo Spirito è la sorgente del dialogo. Il passaggio più difficile arriva quando queste affermazioni devono diventare stile pastorale concreto. Una riunione ecclesiale può iniziare con una preghiera e svolgersi poi secondo logiche completamente mondane. Un organismo di partecipazione può essere formalmente sinodale e diventare il luogo nel quale prevalgono le personalità più forti. Un pastore può invocare il discernimento e aver già deciso che cosa vuole sentirsi dire.
Anche l’opposto rimane possibile. Si può richiamare continuamente l’autorità e avere semplicemente paura di ascoltare.
La questione, quindi, non riguarda una parola.
Riguarda la conversione.
Il dialogo ecclesiale diventa autentico quando modifica tutti coloro che vi partecipano, perché nessuno entra nell’ascolto dello Spirito con il diritto di uscirne esattamente come era entrato. I laici possono scoprire che una richiesta molto sentita necessita di essere purificata dal Vangelo; i sacerdoti possono accorgersi che alcune consuetudini pastorali difese per anni non appartengono affatto all’essenza del ministero; un vescovo può ricevere dal proprio popolo una luce che non aveva ancora visto.
Tutto questo può accadere perché il protagonista ultimo non è il processo.
È lo Spirito.
Qui ritrovo la vera contemporaneità delle pagine scritte da Innocenti nel 1966. A sessant’anni di distanza, esse non ci offrono una ragione per diffidare del dialogo. Ci chiedono di prenderlo più sul serio.
Se il dialogo viene da Dio, non possiamo ridurlo a una tecnica per evitare i conflitti. Se nasce dalla Parola, non possiamo confonderlo con l’indefinita moltiplicazione delle opinioni. Se appartiene alla missione, deve prima o poi aprire la domanda sull’incontro dell’uomo con Cristo.
Anche il documento della Chiesa italiana, letto nella sua interezza, sembra consapevole di questa esigenza. Per questo il confronto con Innocenti non mi conduce a mettere i due testi l’uno contro l’altro. Mi aiuta piuttosto a leggere il documento sinodale con una domanda più esigente.
Abbiamo scritto che lo Spirito è sorgente di dialogo e di comunione.
Ora dovremo permettergli di esserlo davvero.
È molto più difficile che organizzare un’assemblea, predisporre tavoli di ascolto o approvare un documento. Significa accettare che il dialogo ecclesiale non appartenga a noi e che nessuno possa usarlo per ottenere semplicemente conferma delle proprie posizioni.
Forse è questo il punto nel quale il libro del 1966 incontra davvero il Cammino sinodale del 2025.
Don Ennio Innocenti ci ricorda che la Chiesa può parlare con tutti perché, prima ancora, ha imparato ad ascoltare.
E ciò che ha ascoltato ha un nome.
Il Verbo fatto carne.
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