don Mario Proietti, C.PP.S.

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DON ENNIO INNOCENTI E IL DIALOGO ECCLESIALE: PARLARSI NON BASTA

Rileggendo una riflessione nata negli anni del Vaticano II emerge una domanda ancora attuale: il dialogo nella Chiesa è soltanto un metodo per ascoltarsi oppure nasce da una verità già ricevuta che permette alla comunione di crescere senza dissolversi nel consenso?

In questi giorni mi è capitato di tornare sulle pagine di don Ennio Innocenti dedicate al dialogo ecclesiale alla luce del Concilio Vaticano II, un testo che mi è stato affidato anche in vista di una prefazione. La lettura è avvenuta mentre avevo ancora davanti agli occhi il Documento di sintesi del Cammino sinodale italiano e, inevitabilmente, le due cose hanno cominciato a interrogarsi a vicenda, perché il tema del dialogo attraversa ormai in profondità il linguaggio ecclesiale e rischia proprio per questo di diventare così abituale da non essere più realmente pensato.

Oggi parliamo continuamente di ascolto, partecipazione, corresponsabilità e discernimento, e sarebbe difficile immaginare una Chiesa capace di vivere seriamente la propria missione senza luoghi nei quali le persone possano esprimersi, essere ascoltate e contribuire alla lettura delle situazioni pastorali. Il problema nasce quando il dialogo viene considerato quasi autosufficiente, come se il semplice fatto di mettere molte voci attorno allo stesso tavolo garantisse già la qualità ecclesiale del processo. In realtà una comunità cristiana non comincia dal momento in cui i suoi membri prendono la parola, perché prima di ogni confronto esiste una Parola ricevuta, una fede che nessuna assemblea ha inventato e una comunione che precede le decisioni con le quali cerchiamo di organizzare la vita concreta della Chiesa.

Questa precedenza cambia radicalmente il significato del dialogo. Quando due parti negoziano, ciascuna porta una posizione e cerca un punto nel quale gli interessi possano incontrarsi; nella Chiesa esistono certamente sensibilità differenti, valutazioni pastorali diverse e persino conflitti reali, ma nessuna di queste posizioni costituisce il fondamento ultimo della comunione. Ciò che tiene insieme la Chiesa è una appartenenza ricevuta in Cristo, e proprio questa appartenenza impedisce di ridurre il dialogo alla ricerca di un compromesso capace di soddisfare il maggior numero possibile di persone.

Rileggere Innocenti dentro questa prospettiva è interessante perché il suo pensiero si colloca in una stagione nella quale il Vaticano II aveva restituito una forte centralità al rapporto tra Chiesa e mondo, tra verità annunciata e capacità di ascoltare la storia. Paolo VI, già nell’Ecclesiam suam, aveva presentato il dialogo come una forma propria della missione ecclesiale, inserendolo dentro il movimento stesso della rivelazione, nel quale Dio prende l’iniziativa, entra nella storia dell’uomo e lo chiama alla comunione. Il dialogo cristiano nasce dunque da una verità già ricevuta e proprio per questo può diventare apertura, perché la Chiesa non ha bisogno di difendere la fede come se fosse una proprietà privata continuamente minacciata dal confronto.

Quando questa consapevolezza è chiara, anche l’ascolto acquista una profondità diversa. Ascoltare qualcuno non significa mettere tra parentesi ciò che crediamo e nemmeno fingere che tutte le posizioni abbiano lo stesso valore. Significa riconoscere che l’altro può mostrarci qualcosa che non avevamo visto, può far emergere una sofferenza che il nostro linguaggio non aveva raggiunto e può persino costringerci a comprendere meglio ciò che abbiamo sempre professato. Una Chiesa che non ascolta rischia di parlare a persone immaginate, costruite secondo categorie interne, mentre una Chiesa che ascolta senza possedere più un criterio di discernimento rischia di trasformare ogni esperienza nella misura della verità.

Il Concilio Vaticano II ha chiesto alla Chiesa di abitare precisamente questo spazio, senza consegnarla né alla chiusura né all’indeterminatezza. Leggere i segni dei tempi non significava considerare la storia come una nuova rivelazione capace di sostituire quella ricevuta in Cristo, ma riconoscere che il Vangelo deve essere annunciato dentro una storia reale e a uomini concreti, i quali portano domande, linguaggi e sensibilità che non possono essere ignorati. La missione non consiste nel ripetere formule corrette in modo indifferente ai destinatari, perché una verità che non riesce più a raggiungere l’uomo rischia di rimanere formalmente intatta e pastoralmente muta.

Dentro questo orizzonte il dialogo possiede anche una dimensione di conversione per la Chiesa stessa, perché l’incontro con l’altro può rivelare la povertà di alcune nostre modalità pastorali, la distanza tra il contenuto che desideriamo trasmettere e il linguaggio con cui lo proponiamo, oppure la presenza di abitudini ecclesiastiche che nel tempo abbiamo identificato con la Tradizione senza domandarci se appartenessero davvero alla sostanza della fede. La Tradizione vive dentro la storia e proprio per questo richiede continuamente la capacità di distinguere ciò che appartiene alla sua essenza da ciò che ne rappresenta una forma contingente.

Benedetto XVI ha espresso con grande precisione questa esigenza quando ha parlato dell’ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa. Il Concilio non può essere interpretato come la nascita di una Chiesa diversa da quella precedente, e non può nemmeno essere ridotto a un evento che avrebbe lasciato tutto semplicemente immutato. La riforma è reale proprio perché avviene dentro una identità che permane, e questo criterio aiuta anche a comprendere il dialogo ecclesiale: nuove forme di partecipazione, organismi di corresponsabilità e processi di ascolto possono svilupparsi autenticamente quando rimangono riconoscibili dentro la fede che li precede e che impedisce alla Chiesa di trasformarsi in una assemblea nella quale la verità nasce dalla somma delle opinioni.

Il Cammino sinodale italiano ha insistito molto sull’ascolto e sulla partecipazione, e sarebbe ingiusto non riconoscere quanto questo possa aiutare comunità nelle quali per lungo tempo molte decisioni sono state concentrate in poche persone. La corresponsabilità può diventare una forma concreta della comunione ecclesiale quando permette ai carismi, alle competenze e alle esperienze di entrare realmente nel discernimento pastorale. Sarebbe però ingenuo pensare che la moltiplicazione degli spazi di parola produca automaticamente comunione, perché una comunità può discutere molto e rimanere profondamente divisa, così come può raggiungere un consenso molto ampio su una scelta che, con il tempo, si rivela povera sul piano pastorale o insufficiente su quello teologico.

Il consenso possiede certamente un valore, perché può indicare una convergenza significativa del corpo ecclesiale e aiutare i pastori a comprendere meglio ciò che sta maturando nella comunità, mentre non può diventare da solo il criterio della verità. Proprio questa distinzione permette al dialogo di diventare più serio, perché libera dalla necessità di trasformare ogni dissenso in un fallimento e consente alla Chiesa di attraversare tensioni reali senza perdere la propria unità. La comunione ecclesiale è più profonda dell’uniformità delle opinioni e proprio per questo può sopportare anche differenze forti quando rimangono dentro una appartenenza condivisa.

Gli Atti degli Apostoli mostrano che questa dinamica appartiene alla Chiesa fin dalle origini. Le prime comunità conobbero questioni difficili, conflitti e divergenze anche rilevanti, e il discernimento non avvenne eliminando le differenze o riducendo l’autorità apostolica a semplice ratifica del consenso. Le esperienze vennero ascoltate, la Scrittura venne interpretata e la comunità cercò di riconoscere l’azione di Dio dentro una responsabilità che rimaneva ecclesiale. La sinodalità contemporanea può imparare molto da questa memoria, perché il camminare insieme non consiste nel mettere in concorrenza autorità e partecipazione, ma nel permettere che ciascuna responsabilità trovi il proprio posto dentro l’unico Corpo.

Perché questo accada, il dialogo ha bisogno anche di una disciplina spirituale. Ascoltare davvero qualcuno richiede una libertà interiore che permetta di non identificare continuamente la propria posizione con la verità stessa e di non percepire ogni critica come una minaccia personale. Talvolta una parola scomoda può rivelare una parte di verità che avevamo trascurato, e la capacità di riconoscerla non impoverisce la fedeltà alla Chiesa, perché la verità non dipende dalla vittoria delle nostre opinioni. Una comunità nella quale ciascuno entra nel confronto soltanto per dimostrare che la propria parte ha ragione può moltiplicare gli incontri e rimanere incapace di dialogare.

È per questo che la vita sinodale non può essere separata dalla preghiera e dalla liturgia. Prima di essere una comunità che discute, la Chiesa è una comunità convocata dalla Parola e radunata attorno all’Eucaristia. In quella esperienza nessuno produce da sé ciò che tiene insieme il corpo ecclesiale, perché tutti ricevono qualcosa che li precede e li supera. Questo dato, apparentemente elementare, diventa decisivo quando la partecipazione ecclesiale rischia di assumere inconsapevolmente le forme della dinamica politica, nella quale le sensibilità si organizzano in schieramenti, le appartenenze diventano blocchi e il discernimento viene letto attraverso rapporti di forza.

La liturgia ricorda continuamente alla Chiesa che il centro non coincide con nessuna delle sue componenti e che la comunione nasce da Cristo prima di essere costruita dalle nostre capacità. Dentro questa consapevolezza anche l’altro smette di essere percepito come un avversario da neutralizzare o come qualcuno al quale dobbiamo adattarci per ottenere consenso, e può tornare a essere un fratello con il quale cerchiamo di comprendere più profondamente ciò che abbiamo ricevuto insieme.

Questo vale anche quando il dialogo attraversa differenze teologiche reali. Giovanni Paolo II, parlando dell’ecumenismo in Ut unum sint, ha legato la ricerca dell’unità alla verità e ha mostrato che la riconciliazione cristiana non nasce dal rendere irrilevanti le divergenze. Una comunione autentica cresce quando le differenze possono essere affrontate senza trasformarsi in condanna reciproca, nella convinzione che nessuno possiede la verità come proprietà privata e che tutti sono chiamati a lasciarsi giudicare da essa.

Lo stesso criterio può aiutare il dialogo interno alla Chiesa. Non discutiamo perché nessuno sappia più che cosa credere e non ascoltiamo perché la fede debba essere continuamente riscritta a partire dalle sensibilità del momento. Dialoghiamo perché nessuna persona e nessun gruppo esauriscono da soli la ricchezza di ciò che la Chiesa ha ricevuto, mentre il magistero conserva la responsabilità di custodire autenticamente il deposito della fede e di discernere ciò che, dentro la vita concreta del popolo di Dio, può rappresentare una crescita, una correzione pastorale o semplicemente una opinione destinata a rimanere tale.

La lettura di don Ennio Innocenti mi sembra preziosa soprattutto per questa ragione, perché riporta il dialogo dentro la domanda più ampia sull’identità della Chiesa. Anche quando alcune formulazioni appartengono chiaramente al contesto nel quale scriveva, rimane attuale la preoccupazione che il dialogo non venga separato dalla verità che gli permette di avere una direzione. Questa preoccupazione non deve diventare sospetto verso ogni processo sinodale e può invece offrire un criterio per renderlo più ecclesiale, ricordando che ascoltare le opinioni presenti nella comunità è un passaggio necessario, mentre il discernimento comincia realmente quando ciò che è emerso viene confrontato con la Parola di Dio, la Tradizione e la fede che la Chiesa ha ricevuto.

Anche il verbo dialogare ritrova così una profondità che il nostro tempo rischia di perdere. Viviamo dentro una cultura che produce una quantità enorme di parole e nella quale il semplice fatto di parlare molto non garantisce affatto la capacità di comprendere. Il dialogo cristiano chiede una parola capace di nascere dall’ascolto, attraversare la differenza e cercare una comunione che nessuno può costruire soltanto attraverso una tecnica. Quando questa dimensione viene meno, anche i migliori strumenti partecipativi rischiano di rimanere procedure ben organizzate e spiritualmente povere.

La Chiesa avrà bisogno sempre di più di questo tipo di dialogo, soprattutto mentre affronta questioni culturali e pastorali sulle quali emergono differenze interne profonde. Proprio allora sarà necessario ricordare che la franchezza può convivere con la carità e che la comunione non domanda di attenuare ogni questione difficile fino a renderla innocua. Si può dire ciò che realmente si pensa e riconoscere nello stesso tempo che l’altro appartiene a una comunione che non dipende dalla nostra capacità di trovarci immediatamente d’accordo.

Rileggere oggi un testo nato negli anni successivi al Vaticano II può quindi aiutare a recuperare una distinzione che rimane preziosa. Esiste un dialogo che funziona come tecnica di comunicazione e può essere praticato in qualsiasi contesto umano; esiste poi un dialogo ecclesiale che nasce da una fede condivisa, da una Parola ricevuta e dalla consapevolezza che la verità non viene prodotta nel momento in cui cominciamo a discuterne.

Quando questa consapevolezza rimane viva, la Chiesa può ascoltare senza paura, cambiare alcune proprie prassi senza perdere la propria identità e attraversare anche conflitti reali senza trasformarli necessariamente in rotture. Il dialogo smette allora di essere una parola d’ordine e torna a essere una forma della comunione, perché permette a persone differenti di cercare insieme una fedeltà più profonda a ciò che nessuna di loro ha inventato e che tutte hanno ricevuto.

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