don Mario Proietti, C.PP.S.

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PORTA PIA: QUANDO LA FINE DEL POTERE TEMPORALE CAMBIÒ IL VOLTO DEL PAPATO

A 155 anni dal 20 settembre 1870, una ferita della Chiesa che la storia ha insegnato a leggere con maggiore profondità

Il 20 settembre 1870, dopo alcune ore di cannoneggiamento contro le mura di Roma, l’artiglieria italiana aprì una breccia nei pressi di Porta Pia e le truppe comandate dal generale Raffaele Cadorna entrarono nella città. Pio IX aveva disposto che la resistenza delle forze pontificie fosse soprattutto dimostrativa, sufficiente a rendere evidente che la Santa Sede non consegnava volontariamente il proprio territorio e non riconosceva come legittima l’occupazione; quando divenne chiaro che continuare a combattere avrebbe significato soltanto aumentare inutilmente le vittime, venne innalzata la bandiera bianca. Con quella mattina terminava di fatto lo Stato della Chiesa e si apriva una delle pagine più dolorose e insieme più decisive della storia moderna del Papato. (Treccani, Breccia di Porta Pia)

Per molti italiani quella breccia rappresentava il compimento dell’unità nazionale e la conquista di Roma come capitale del nuovo Regno. Per Pio IX e per gran parte del mondo cattolico la stessa scena appariva invece come una spoliazione compiuta contro la Santa Sede, perché il potere temporale veniva considerato allora uno strumento necessario a garantire l’indipendenza del Pontefice rispetto agli Stati. Le due percezioni appartengono entrambe alla storia e non abbiamo bisogno, centocinquantacinque anni dopo, di cancellarne una per rendere più convincente l’altra.

La vicenda diventa comprensibile anche quando viene collocata nel quadro internazionale del 1870. Roma era rimasta fino ad allora protetta dalla presenza francese e il tentativo garibaldino del 1867 era stato fermato proprio dall’intervento delle truppe di Napoleone III a Mentana. Lo scenario cambiò improvvisamente nell’estate del 1870, quando lo scoppio della guerra franco-prussiana costrinse l’imperatore a richiamare i soldati di stanza a Roma; la sconfitta francese a Sedan, il 2 settembre, privò definitivamente Pio IX del principale sostegno internazionale e offrì al governo italiano la possibilità politica e militare di affrontare la Questione romana rimasta irrisolta. (Treccani, contesto storico della Questione romana)

Questi fatti bastano già a mostrare perché eviterei la lettura dell’antico articolo che trasformava Porta Pia nel risultato di una grande congiura anticristiana coordinata da potenze protestanti e logge massoniche. La storia del Risorgimento contiene certamente anticlericalismo, conflitti ideologici e ambienti massonici molto attivi; contiene anche cattolici favorevoli all’unità d’Italia, liberali sinceramente interessati alla libertà religiosa, nazionalisti, monarchici, democratici e una rete di interessi internazionali che non può essere ridotta a un unico centro occulto. Quando una spiegazione storica riesce a far dipendere tutto da una regia nascosta, di solito ha smesso di spiegare la complessità e ha cominciato a sostituirla con un racconto.

Ciò non significa attenuare ciò che Porta Pia rappresentò per Pio IX. Poche settimane dopo, nell’enciclica Respicientes ea, il Papa descrisse l’occupazione come una violenza contro i diritti della Santa Sede e dichiarò di trovarsi in una condizione di prigionia che, a suo giudizio, comprometteva la libertà necessaria all’esercizio del ministero apostolico. Non accettò la soluzione unilaterale proposta dal Regno d’Italia attraverso la Legge delle Guarentigie e mantenne una posizione di protesta che avrebbe segnato la Questione romana fino ai Patti Lateranensi del 1929. (Pio IX, Respicientes ea, 1 novembre 1870)

Vista da quel settembre, quindi, la perdita del potere temporale non poteva apparire ai cattolici come una provvidenziale liberazione. Sarebbe ingiusto rileggere il dolore di quella generazione con la tranquillità che ci viene dalla conoscenza di ciò che sarebbe accaduto in seguito. Il Papato aveva esercitato per secoli una sovranità territoriale che veniva considerata garanzia concreta della propria indipendenza; perderla significava entrare in una condizione della quale nessuno conosceva ancora l’esito.

Eppure la storia successiva avrebbe mostrato qualcosa che nel 1870 era difficile vedere.

Quando Paolo VI, nel 1978, ricordò Pio IX nel centenario della morte, riuscì a tenere insieme due giudizi senza appiattirne nessuno. Parlò del Pontefice sconfitto sotto il crollo del potere temporale e riconobbe che quella perdita aveva posto problemi reali all’indipendenza e alla libertà della Santa Sede; nello stesso tempo vide emergere proprio allora con maggiore chiarezza il Papa nella sua identità propria di Pastore. Il potere politico si ritirava e la missione universale del Pontefice appariva progressivamente più distinta da quella di un sovrano territoriale. (Paolo VI, Omelia nel centenario della morte di Pio IX)

Questa lettura mi sembra molto più cristiana della tentazione di stabilire semplicemente chi avesse avuto ragione. Paolo VI non trasformò Porta Pia in un bene in sé e non benedisse retroattivamente la violenza attraverso la quale era stata realizzata l’annessione. Riconobbe però che la forma storica dello Stato pontificio era entrata in una crisi difficilmente reversibile dentro l’Europa dell’Ottocento e che il Papato, perdendo quella struttura, avrebbe scoperto con maggiore evidenza la natura spirituale e universale della propria missione. Lo stesso Paolo VI osservava che lo sviluppo politico e costituzionale dei popoli non consentiva più allo Stato pontificio di esercitare il ruolo temporale che aveva posseduto nei secoli precedenti. (Paolo VI, Omelia del 5 marzo 1978)

Qui si apre una questione che riguarda il significato cristiano della Provvidenza. Dire che Dio governa la storia non significa attribuirgli direttamente ogni decisione politica o trasformare ogni vittoria e ogni sconfitta in un verdetto divino. La Provvidenza cristiana è qualcosa di più profondo: significa credere che Dio rimanga capace di condurre la sua Chiesa anche attraverso eventi che essa non ha scelto e che, nel momento in cui accadono, possono apparire soltanto come una perdita. Non rende buona la violenza subita e non rende infallibili coloro che la compiono; afferma che nessun avvenimento storico possiede un potere tale da impedire a Dio di continuare a guidare il suo popolo.

È proprio ciò che accadde dopo Porta Pia. Pio IX si considerava privato della libertà necessaria alla propria missione, mentre nei decenni successivi il Papato avrebbe progressivamente assunto un’autorevolezza internazionale che non dipendeva più dalla grandezza di un territorio. Leone XIII avrebbe parlato alle società moderne attraverso le encicliche sociali; Benedetto XV sarebbe intervenuto davanti alla tragedia della Prima guerra mondiale senza comandare un esercito; Pio XI avrebbe infine raggiunto con lo Stato italiano una soluzione della Questione romana che non restaurava gli antichi territori pontifici, ma garantiva alla Santa Sede quella sovranità minima necessaria alla sua indipendenza.

I Patti Lateranensi del 1929 crearono infatti lo Stato della Città del Vaticano secondo una logica molto diversa da quella dello Stato pontificio. Non si cercava più un dominio territoriale sul Lazio o sull’Italia centrale, perché la sovranità temporale veniva ridotta a una forma essenzialmente funzionale: uno spazio sufficiente a garantire che il Papa non dipendesse politicamente da alcuna potenza e potesse esercitare liberamente la propria missione universale. Ancora oggi la Santa Sede descrive quella sovranità come strumentale alla libertà del ministero petrino. (Santa Sede, sulla sovranità funzionale all’indipendenza della missione)

Guardando questo sviluppo si comprende quanto sarebbe povero leggere Porta Pia soltanto come la vittoria del bene sul male o, specularmente, come la vittoria del male sulla Chiesa. Fu la conclusione violenta di una forma storica del rapporto tra Papato e potere politico che aveva avuto ragioni profonde nella storia europea e che, arrivata all’Ottocento, mostrava ormai tensioni difficilmente componibili. La Chiesa ne uscì ferita, attraversò quasi sessant’anni di conflitto con lo Stato italiano e dovette ripensare concretamente le condizioni della propria libertà; proprio dentro quel lungo processo il ministero del Papa si liberò progressivamente dall’identificazione con la sovranità territoriale e divenne più riconoscibile nella propria dimensione universale.

Forse uno dei segni più belli di questa maturazione si vide esattamente cento anni dopo la breccia. Nel settembre 1970 Paolo VI non celebrò il centenario riaprendo la contrapposizione tra il Vaticano e lo Stato italiano. Alla vigilia della ricorrenza decise persino di sciogliere la maggior parte dei corpi militari pontifici, conservando essenzialmente la Guardia Svizzera. Il 20 settembre il suo Vicario per Roma celebrò una Messa in suffragio dei caduti alla presenza di artiglieri e bersaglieri; il giorno successivo Paolo VI ricevette una loro rappresentanza e parlò della raggiunta armonia tra le esigenze patriottiche italiane e quelle religiose. Una ferita che per decenni aveva separato coscienza cattolica e appartenenza nazionale poteva ormai essere ricordata senza bisogno di riaprire la guerra delle memorie. (L’Osservatore Romano, il centenario di Porta Pia)

Anche questo appartiene alla storia della Chiesa e dice qualcosa sul modo in cui essa custodisce la memoria. La fedeltà non consiste nel congelare per sempre il giudizio nel momento della ferita. Pio IX aveva il dovere di difendere ciò che riteneva necessario alla libertà della Sede Apostolica e la sua protesta appartiene alla verità di quei fatti; Paolo VI, un secolo più tardi, poteva riconoscere che la storia aveva aperto possibilità che il Pontefice del 1870 non poteva ancora vedere. Le due posizioni non hanno bisogno di essere messe l’una contro l’altra, perché appartengono a due momenti diversi di uno stesso cammino ecclesiale.

È precisamente questo che rende Porta Pia interessante anche per noi. La Chiesa incontra continuamente trasformazioni storiche che inizialmente possono apparire soltanto come una diminuzione. Perde forme di influenza, privilegi, consuetudini e strumenti che per molto tempo erano sembrati inseparabili dalla sua missione. Alcune di queste perdite possono essere realmente ingiuste e devono essere denunciate; altre rivelano che avevamo finito per identificare troppo facilmente il Vangelo con una determinata configurazione storica. Il discernimento cristiano comincia quando impariamo a distinguere ciò che appartiene alla sostanza della missione da ciò che, pur avendola servita per secoli, rimane uno strumento contingente.

La fine dello Stato pontificio offre un esempio straordinariamente concreto di questa distinzione. La Chiesa non aveva bisogno di possedere l’Umbria, le Marche o il Lazio per essere la Chiesa di Cristo; aveva però bisogno che il Successore di Pietro fosse realmente libero da ogni subordinazione politica nell’esercizio della propria missione. La storia avrebbe impiegato quasi sessant’anni per trovare una soluzione capace di separare le due esigenze, riconoscendo l’indipendenza della Santa Sede senza ricostruire il vecchio potere territoriale.

A centocinquantacinque anni da Porta Pia, quindi, non sento il bisogno di scegliere tra una celebrazione risorgimentale senza ombre e una controstoria cattolica costruita attraverso congiure e nemici occulti. Entrambe rischiano di semplificare una vicenda che diventa molto più interessante quando viene lasciata nella sua complessità.

Il 20 settembre 1870 fu una ferita reale per Pio IX e per molti cattolici, segnò la conclusione dello Stato pontificio e pose seriamente il problema della libertà della Santa Sede. Fu anche un passaggio dal quale il Papato uscì, nel lungo periodo, più chiaramente orientato alla propria missione spirituale e universale.

Forse proprio qui possiamo intravedere la Provvidenza senza trasformarla in uno slogan storico. Dio non ebbe bisogno di approvare i cannoni di Porta Pia per continuare a guidare la sua Chiesa attraverso la breccia che essi avevano aperto.

La storia avrebbe mostrato lentamente che Pietro poteva perdere un regno senza perdere la propria missione e che, quando il potere temporale cessò di definirne il volto, diventò ancora più evidente ciò che nessun esercito avrebbe potuto sottrargli: il compito ricevuto da Cristo di confermare i fratelli e servire l’unità della Chiesa.

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