don Mario Proietti, C.PP.S.

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VATICANO II E LA «PRIMAVERA MANCATA»: DISCERNERE CON ONESTÀ

Cari amici, ho letto con attenzione la riflessione di mons. Marian Eleganti sul Vaticano II e su quella «primavera della Chiesa» che, secondo il suo giudizio, non si sarebbe mai realizzata. È una testimonianza severa, nata anche da un’esperienza personale che merita rispetto. Eleganti racconta di essere cresciuto negli anni della riforma, di avere visto da bambino trasformare profondamente lo spazio liturgico della propria chiesa, di avere attraversato da giovane le tensioni tra sensibilità differenti e di avere assistito negli anni successivi al calo delle vocazioni, alla rarefazione della pratica religiosa e a una diffusa libertà nell’ambito liturgico.

Sarebbe troppo facile rispondere che si tratta soltanto di nostalgia. Chi ha vissuto quegli anni possiede una memoria che nessuna ricostruzione successiva può cancellare. Altari rimossi, chiese trasformate rapidamente, forme di celebrazione improvvisate, comunità religiose attraversate da crisi profonde appartengono alla storia reale del postconcilio. Una lettura serena del Vaticano II non ha bisogno di negare queste ferite.

Proprio perché la testimonianza è seria, occorre però distinguere ciò che essa documenta da ciò che interpreta.

Eleganti può dire con piena autorità che cosa vide e come visse determinati cambiamenti. Quando da quell’esperienza passa a giudicare l’intera riforma postconciliare, il rapporto tra Concilio e crisi della Chiesa o le intenzioni complessive di coloro che lavorarono alla riforma liturgica, entriamo in un altro campo. Qui la memoria personale deve confrontarsi con i documenti, con la storia e con la pluralità dei processi che attraversarono la Chiesa e la società occidentale negli stessi anni.

La domanda sulla «primavera mancata» rimane comunque legittima.

Negli anni del Concilio esistevano attese molto alte. Si respirava la convinzione che un rinnovato rapporto con il mondo contemporaneo, una liturgia maggiormente partecipata, una più profonda coscienza ecclesiale e il ritorno alle sorgenti bibliche e patristiche potessero aprire una stagione feconda per la vita cristiana.

Guardando a ciò che è accaduto in molte Chiese occidentali, sarebbe difficile parlare semplicemente di una primavera.

La pratica religiosa è diminuita. Le vocazioni sacerdotali e religiose hanno conosciuto un crollo impressionante. Molte famiglie hanno smesso di trasmettere la fede con la naturalezza delle generazioni precedenti. In diversi luoghi si è affievolito anche il senso di appartenenza ecclesiale.

Questi fatti devono poter essere pronunciati senza che chi li ricorda venga immediatamente collocato tra i nemici del Concilio.

Una Chiesa adulta non teme l’esame dei propri risultati.

Il problema comincia quando dal fatto si passa troppo rapidamente alla causa.

Dire che la crisi è avvenuta dopo il Vaticano II è storicamente evidente. Stabilire che sia avvenuta a causa del Vaticano II richiede una dimostrazione molto più complessa.

Il cattolicesimo occidentale degli anni Sessanta stava entrando contemporaneamente in una trasformazione culturale enorme. Cambiavano la famiglia, la sessualità, l’autorità, il rapporto tra generazioni, l’università e i mezzi di comunicazione. La secolarizzazione cresceva rapidamente. Una cultura che per secoli aveva dato quasi per scontato un riferimento cristiano cominciava a considerarne possibile l’assenza.

Il Concilio si trovò dentro questa trasformazione. Cercò di affrontarla. La sua ricezione avvenne mentre essa accelerava.

Questo rende molto difficile separare con un coltello ciò che appartiene al Concilio, ciò che appartiene alle sue applicazioni e ciò che deriva da un cambiamento più vasto della società occidentale.

Anche sul terreno liturgico la distinzione è necessaria.

Quando Eleganti ricorda che l’altare rivolto verso il popolo non è un’invenzione del Vaticano II, tocca un punto importante. Sacrosanctum Concilium non prescrive infatti una trasformazione generalizzata delle chiese secondo molte delle forme che si diffusero successivamente.

Lo stesso vale per numerose sperimentazioni che segnarono gli anni del postconcilio. Il Concilio chiese una riforma liturgica e una partecipazione più piena dei fedeli; questo non significa che abbia chiesto ogni scelta realizzata successivamente in suo nome.

Distinguere il testo conciliare dalla sua ricezione non serve a sottrarre il Concilio alla storia. Serve a collocare correttamente le responsabilità.

Esiste poi un passaggio della riflessione di Eleganti che richiede maggiore cautela: l’idea secondo cui forze protestanti sarebbero state direttamente coinvolte nella riforma della Messa con lo scopo di avvicinare la liturgia cattolica all’Eucaristia protestante.

Che durante il processo di riforma vi siano stati osservatori cristiani non cattolici e che il clima ecumenico abbia influito sul contesto storico è noto. Da questo dato non consegue automaticamente l’esistenza di un progetto volto a protestantizzare la liturgia romana. Un’affermazione di questa portata richiede documentazione storica precisa e non può essere ricavata dalla percezione delle somiglianze o dalle successive conseguenze pastorali.

È proprio qui che la critica al postconcilio acquista credibilità quando sa rinunciare alle spiegazioni più facili.

Abbiamo materiale sufficiente per riconoscere errori reali senza doverne costruire altri.

Benedetto XVI offrì nel 2005 una chiave che continua a sembrarmi decisiva. Parlando delle difficoltà della ricezione del Vaticano II, osservò che due ermeneutiche si erano contrapposte: quella della discontinuità e della rottura e quella della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa.

L’ermeneutica della rottura ha avuto una storia curiosa, perché è stata utilizzata da fronti ecclesiali opposti.

Per alcuni il Concilio avrebbe inaugurato una Chiesa finalmente liberata da categorie precedenti, e i suoi testi sarebbero stati soltanto un punto di partenza da superare facendo riferimento al suo «spirito».

Per altri quella stessa presunta rottura dimostrerebbe l’errore del Concilio, colpevole di avere spezzato la continuità con la Tradizione.

Le conclusioni sono opposte. Il presupposto è quasi identico: prima e dopo il Vaticano II esisterebbero, in qualche modo, due forme di Chiesa.

Benedetto XVI rifiutò proprio questo presupposto.

La Chiesa che celebra il Vaticano II è la stessa Chiesa che lo precede e che lo segue. Può riformare forme storiche, riconoscere che alcune decisioni contingenti richiedono un nuovo giudizio e sviluppare la propria comprensione senza cessare di essere se stessa.

Questo criterio permette anche di affrontare la questione della «primavera» senza trasformarla in propaganda.

Forse una parte del problema nasce precisamente dall’immagine.

La Chiesa non ha mai ricevuto la promessa che un Concilio avrebbe prodotto automaticamente un’epoca di espansione, vocazioni numerose e consenso sociale. I Concili ecumenici sono stati spesso celebrati in periodi di tensione e le loro decisioni hanno richiesto decenni, talvolta secoli, per essere pienamente recepite.

Misurare la verità del Vaticano II attraverso l’aumento o la diminuzione statistica della pratica religiosa sarebbe quindi un criterio insufficiente.

Questo non significa che i frutti siano irrilevanti.

Quando una riforma viene applicata per decenni è legittimo interrogarsi sui suoi risultati. È possibile chiedersi se alcune scelte siano state opportune, se abbiano prodotto conseguenze inattese, se determinati orientamenti pastorali abbiano bisogno di correzione. La Chiesa ha sempre fatto questo nella propria storia.

La fedeltà non richiede di chiamare successo ciò che ha mostrato limiti.

Richiede però anche di distinguere tra il Concilio e tutto ciò che è stato compiuto usando il Concilio come giustificazione.

Questa distinzione diventa particolarmente urgente oggi.

Abbiamo ormai una distanza storica sufficiente per riconoscere che nel postconcilio convivevano realtà molto diverse. Vi furono un autentico ritorno alla Scrittura e ai Padri, una rinnovata coscienza della vocazione dei laici e un forte impulso missionario. Vi furono anche semplificazioni, arbitrii liturgici, interpretazioni ideologiche e un diffuso sospetto verso quanto apparteneva alla tradizione precedente.

Le une non cancellano gli altri.

Il discernimento comincia precisamente quando smettiamo di costruire una storia nella quale tutto debba essere luminoso oppure tutto debba essere fallimentare.

Da questo punto di vista la provocazione di mons. Eleganti è utile.

Costringe chi difende il Vaticano II a non accontentarsi di formule celebrative. Sessant’anni sono sufficienti per interrogarsi con libertà sulle applicazioni che hanno funzionato e su quelle che hanno prodotto impoverimento.

La stessa provocazione deve però poter tornare verso chi legge la crisi come prova definitiva contro il Concilio.

Se la «primavera» annunciata non è arrivata nella forma immaginata, da questo non consegue che il Vaticano II costituisca la radice della crisi. Potrebbe anche significare che il Concilio abbia incontrato una trasformazione della civiltà occidentale assai più profonda delle attese dell’epoca e che la sua ricezione sia stata attraversata da interpretazioni molto differenti.

Forse la domanda più feconda non riguarda più il successo o il fallimento del Vaticano II.

Riguarda ciò che abbiamo imparato.

Abbiamo imparato che il rapporto con il mondo non può diventare assimilazione al mondo. Abbiamo imparato che una riforma liturgica ha bisogno di formazione e di obbedienza alla forma ricevuta. Abbiamo imparato che la partecipazione ecclesiale perde il proprio significato quando viene tradotta nelle sole categorie del potere. Abbiamo anche imparato che la Tradizione non può essere custodita trasformandola in nostalgia di una stagione storica irrepetibile.

A sessant’anni di distanza possiamo forse permetterci di guardare il Concilio con meno paura.

Non abbiamo bisogno di salvarlo da ogni critica. Non abbiamo neppure bisogno di usarlo come imputato per spiegare ogni ferita della Chiesa contemporanea.

Possiamo tornare ai suoi testi, distinguere ciò che essi hanno realmente insegnato dalle interpretazioni successive e sottoporre queste ultime al giudizio dei frutti e della Tradizione viva della Chiesa.

Se la primavera immaginata negli anni Sessanta non è arrivata, questo non ci autorizza a inventarne una nei libri di storia.

Ci invita piuttosto a cercare ciò che il Signore ha realmente fatto in questi decenni, insieme alle potature che ancora domanda alla sua Chiesa.

Forse il tempo delle celebrazioni entusiaste e quello delle condanne sommarie stanno entrambi terminando.

Potrebbe finalmente cominciare il tempo del discernimento.

Mons. Marian Eleganti, intervento sul Vaticano II e la “primavera mancata”
Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana, 22 dicembre 2005

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