don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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DESTRA E SINISTRA: QUANDO LA BIBBIA NON STA PARLANDO DI POLITICA

Dal simbolismo della Scrittura alle categorie nate nella Rivoluzione francese

Un amico mi ha scritto una domanda apparentemente leggera: «Perché nella Bibbia la sinistra sembra sempre dalla parte sbagliata? Anche nel giudizio finale i cattivi vengono messi a sinistra. Vuol dire che la Scrittura aveva già scelto il proprio schieramento politico?».

La battuta è evidente, eppure dietro di essa si nasconde una questione interessante, perché utilizziamo ogni giorno le parole “destra” e “sinistra” attribuendo loro un significato politico così immediato da dimenticare che per secoli hanno indicato tutt’altro. Quando incontriamo queste due direzioni nella Scrittura, rischiamo quindi di proiettare all’indietro categorie nate molti secoli dopo, trasformando un antico linguaggio simbolico nella caricatura di un comizio contemporaneo.

Nella Bibbia la destra possiede frequentemente un valore positivo. È il lato della forza, della protezione e dell’onore. Il salmista può dire che il Signore sta alla sua destra perché non vacilli, mentre il Nuovo Testamento utilizza l’immagine di Cristo seduto alla destra del Padre per esprimere la sua gloria e la sua signoria. Non si tratta naturalmente di una posizione geografica all’interno del mistero di Dio; il linguaggio corporeo permette di dire attraverso un’immagine ciò che riguarda la dignità e la potestà del Figlio.

Qoèlet porta questa simbologia dentro una delle sue sentenze sapienziali: «Il cuore del saggio si dirige a destra e quello dello stolto a sinistra». La nota esegetica della New American Bible, pubblicata dalla Conferenza episcopale statunitense, ricorda che la destra era associata alla forza, al favore e al bene, mentre la sinistra poteva evocare incapacità o cattivo auspicio. Il testo non sta stabilendo una geografia morale universale in cui tutto ciò che si trova materialmente a sinistra sarebbe cattivo; utilizza un codice simbolico comprensibile ai suoi lettori per distinguere il cammino della sapienza da quello della stoltezza. (Qoèlet 10)

La stessa immagine ritorna con una forza particolare nel capitolo venticinquesimo del Vangelo di Matteo. Nel grande affresco del giudizio finale il Figlio dell’uomo separa le pecore dai capri, collocando le prime alla propria destra e i secondi alla sinistra. Ancora una volta la posizione esprime il giudizio favorevole oppure la sua mancanza. Il contenuto della scena, però, impedisce qualsiasi appropriazione politica troppo disinvolta, perché Cristo non domanda a quale famiglia ideologica appartenessero coloro che stanno davanti a lui. Il criterio riguarda ciò che hanno fatto all’affamato, allo straniero, al malato, al povero e al prigioniero: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». (Matteo 25)

È proprio questo particolare a rendere quasi ironico il tentativo di utilizzare il Vangelo per consacrare la nostra moderna divisione politica.

Le parole “destra” e “sinistra”, nel significato con cui le utilizziamo oggi, nasceranno più di diciassette secoli dopo Gesù. Durante la Rivoluzione francese, nell’estate del 1789, i deputati dell’Assemblea nazionale si disposero fisicamente nell’aula secondo le proprie posizioni: coloro che sostenevano maggiormente la monarchia e l’ordine tradizionale sedevano alla destra del presidente, mentre i rappresentanti più favorevoli alla trasformazione rivoluzionaria si collocavano alla sua sinistra. Una sistemazione pratica dei seggi finì così per generare uno dei vocabolari politici più longevi della modernità. (History.com, origine delle denominazioni “destra” e “sinistra”)

Da allora le due parole hanno attraversato più di due secoli di storia e hanno cambiato contenuto molte volte. Ciò che veniva considerato “sinistra” nel 1790 non coincide con ciò che una formazione politica europea indica oggi con quello stesso termine, così come la “destra” monarchica della Rivoluzione francese non può essere sovrapposta automaticamente ai partiti che nel XXI secolo vengono collocati a destra dello spettro politico.

Questo dovrebbe già renderci prudenti quando qualcuno cerca di stabilire una parentela immediata tra un versetto biblico e una moderna appartenenza politica.

La questione diventa ancora più importante per un cristiano, perché la fede non nasce dentro quella divisione e non può essere contenuta interamente in nessuno dei due campi.

Esistono questioni nelle quali un cattolico può trovare maggiore consonanza con posizioni normalmente definite conservatrici, soprattutto quando sono in gioco la tutela della vita nascente, la famiglia fondata sul matrimonio, la libertà educativa o la critica a determinate concezioni antropologiche. In altri ambiti la dottrina sociale della Chiesa può porre domande severe proprio a sensibilità considerate di destra, quando la dignità del migrante viene dimenticata, quando l’economia viene trattata come un sistema autonomo rispetto alla persona o quando la sicurezza finisce per cancellare la responsabilità verso chi vive ai margini.

Lo stesso accade nell’altro campo. Una sensibilità politica progressista può riconoscere con particolare forza la questione della povertà, l’ingiustizia sociale e la responsabilità verso i più deboli, mentre può entrare in un contrasto profondo con la visione cristiana quando considera disponibile la vita nascente o terminale, oppure quando interpreta la libertà personale come capacità di determinare autonomamente il significato del corpo e della differenza sessuale.

Non occorre cercare una perfetta simmetria tra gli schieramenti, perché non sempre esiste. Occorre qualcosa di più impegnativo: permettere al Vangelo e alla dottrina della Chiesa di giudicare anche il campo politico nel quale ci sentiamo maggiormente a casa.

Qui diventa chiaro quanto sia pericoloso trasformare la propria appartenenza politica in una sorta di seconda confessione religiosa.

Quando un cattolico comincia a modificare la propria lettura della fede per non entrare mai in conflitto con il partito che sostiene, il problema non riguarda più semplicemente la politica. È avvenuto un trasferimento di autorità: non è più il Vangelo a giudicare le nostre scelte, perché sono le nostre scelte a stabilire quali parti del Vangelo debbano essere enfatizzate e quali possano essere lasciate discretamente sullo sfondo.

La scena di Matteo 25 diventa allora molto più scomoda di qualsiasi gioco sulle parole “destra” e “sinistra”.

Cristo non domanda a coloro che gli stanno davanti se abbiano utilizzato correttamente le categorie politiche del proprio tempo. Li conduce verso persone concrete che avevano incontrato e che forse avevano considerato troppo insignificanti per avere un peso nella loro vita. Il giudizio attraversa così le appartenenze e raggiunge la qualità reale dell’amore.

Questo non significa che tutte le opzioni politiche siano equivalenti o che il cristiano debba rifugiarsi in un’impossibile neutralità. Esistono leggi ingiuste, concezioni dell’uomo incompatibili con il Vangelo e decisioni politiche sulle quali la coscienza cristiana non può semplicemente sospendere il giudizio. La stessa dottrina sociale della Chiesa esiste perché la fede possiede conseguenze concrete nella vita pubblica.

Ciò che la Scrittura impedisce è qualcosa di diverso: attribuire al nostro schieramento una specie di innocenza preventiva.

Possiamo sedere politicamente a destra ed essere posti evangelicamente davanti alla domanda su ciò che abbiamo fatto del povero. Possiamo identificarci con la sinistra e scoprire che la difesa degli ultimi non autorizza a escludere dalla categoria degli ultimi il bambino ancora nel grembo materno. In entrambi i casi la Parola di Dio conserva la propria libertà precisamente perché non è stata scritta per confermare le coordinate di un’assemblea parlamentare nata nel 1789.

Forse è questo il punto più interessante della domanda del mio amico.

La Bibbia utilizza realmente un simbolismo della destra e della sinistra, e non abbiamo alcun bisogno di cancellarlo per paura delle associazioni contemporanee. Possiamo comprenderlo dentro il suo linguaggio e la sua cultura, lasciando che dica ciò che intende dire. La destra diventa così immagine del favore, dell’onore e della direzione sapiente; la sinistra, in alcuni testi, serve a esprimere il termine opposto della comparazione. (Qoèlet 10,2)

La politica moderna ha preso quelle stesse parole e ha dato loro un’altra storia.

Confondere i due livelli non rende più cristiana la politica e non rende più politica la Scrittura. Produce soltanto un anacronismo abbastanza divertente, almeno finché qualcuno non comincia a utilizzarlo seriamente.

Per noi rimane invece una domanda molto più concreta. Quando Cristo separa coloro che stanno davanti a lui, la distinzione decisiva non coincide con la posizione che occupavano nell’emiciclo politico. Riguarda il modo nel quale hanno riconosciuto la sua presenza nell’uomo che aveva fame, nel malato, nel forestiero e in chi era rimasto senza difese.

Alla fine, quindi, la Bibbia ci parla davvero di una destra alla quale vale la pena desiderare di appartenere.

È quella del Figlio dell’uomo.

E per arrivarci la tessera di partito, qualunque sia, non costituisce un titolo d’ingresso.

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