don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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QUANDO L’INTELLIGENZA ALLUCINA: L’ERRORE TEOLOGICO E LA TENTAZIONE DI POSSEDERE LA VERITÀ

L’intelligenza artificiale ci ha familiarizzato con una parola curiosa: «allucinazione». Accade quando un sistema costruisce una risposta linguisticamente credibile, ordinata e persino convincente, mentre ciò che afferma è falso. Il problema diventa insidioso proprio perché l’errore può avere una forma impeccabile. Le parole stanno bene insieme, il ragionamento sembra procedere con naturalezza e soltanto una verifica attenta permette di accorgersi che qualcosa, alla radice, non regge.

Questa caratteristica della tecnologia contemporanea offre un’immagine sorprendentemente utile per comprendere un fenomeno molto più antico. Anche l’intelligenza umana può costruire sistemi coerenti partendo da frammenti veri e arrivare a conclusioni che tradiscono l’insieme da cui quei frammenti erano stati estratti. Nella storia della fede è accaduto molte volte. L’errore teologico raramente nasce dal nulla. Più spesso prende una verità, la isola, la ingrandisce fino a farle occupare tutto l’orizzonte e finisce così per deformarla.

È uno dei motivi per cui l’eresia può risultare affascinante. Se fosse soltanto assurdità manifesta, avrebbe vita breve. La sua forza deriva dalla presenza di qualcosa di vero che viene sottratto alla comunione con il resto della fede. Un elemento autentico diventa misura dell’intero mistero. Da quel momento il sistema può apparire rigoroso, coerente e persino più limpido della fede cattolica, proprio perché ha eliminato la fatica di custodire insieme realtà che chiedono equilibrio, profondità e docilità.

Questo meccanismo attraversa sensibilità ecclesiali molto diverse. Può apparire quando la Tradizione viene concepita come un punto immobile del passato e ogni sviluppo viene immediatamente sospettato di infedeltà. Può comparire anche quando lo sviluppo diventa criterio autonomo e ciò che precede viene trattato come materiale da superare. In entrambi i casi il problema nasce quando una parte pretende di giudicare il tutto.

La fede cattolica vive dentro una unità ricevuta. La Scrittura viene accolta nella Tradizione viva della Chiesa e la sua interpretazione appartiene a una comunione che attraversa i secoli. La ragione teologica lavora dentro questa realtà, la interroga, cerca connessioni, approfondisce ciò che è stato ricevuto e riconosce di non esserne proprietaria. Quando questo rapporto si spezza, anche una grande intelligenza può cominciare a costruire magnificamente nel vuoto.

Qui appare una differenza decisiva rispetto all’intelligenza artificiale. Una macchina che produce una risposta falsa non pecca di superbia. Elabora dati secondo il proprio funzionamento. L’uomo possiede invece libertà, responsabilità e coscienza. Può riconoscere il limite della propria comprensione oppure trasformare il proprio giudizio nella misura della verità. L’errore teologico acquista così anche una dimensione spirituale.

La tradizione cristiana ha sempre visto nella superbia una delle radici più profonde della separazione da Dio. Il «non serviam» attribuito alla ribellione di Lucifero esprime precisamente questa pretesa: ricevere l’essere da Dio e volerne stabilire autonomamente il significato. La stessa tentazione può attraversare il lavoro dell’intelligenza quando essa smette di cercare la verità come qualcosa da accogliere e comincia a trattarla come un possesso.

La teologia richiede perciò una virtù che oggi appare poco spettacolare: l’umiltà. Essa permette al pensiero di essere realmente grande, perché lo libera dall’obbligo di avere sempre l’ultima parola. Il teologo può porre domande difficili, investigare problemi ancora aperti e riconoscere tensioni reali. La sua libertà cresce quanto più rimane dentro quella comunione della fede che gli impedisce di trasformare una intuizione personale in un nuovo assoluto.

Questo vale anche per ogni fedele che oggi incontra una quantità immensa di contenuti religiosi. Internet permette di costruire con sorprendente facilità un cattolicesimo personale scegliendo citazioni, documenti, rivelazioni private, interventi pontifici e testi teologici secondo la propria sensibilità. Ogni elemento può essere autentico. La selezione può produrre un insieme che non corrisponde più alla fede della Chiesa.

È una forma molto umana di allucinazione: le fonti sono vere, alcune frasi sono corrette, il sistema sembra perfettamente coerente e intanto è scomparso quel principio di comunione che permette alla verità cattolica di essere ricevuta nella sua interezza.

Forse l’intelligenza artificiale, proprio attraverso i suoi limiti, ci sta ricordando qualcosa di prezioso sul nostro stesso modo di pensare. La plausibilità non coincide con la verità. La coerenza interna di un sistema non garantisce che esso corrisponda alla realtà. Anche l’intelligenza più raffinata ha bisogno di essere educata alla misura.

Per il cristiano questa misura non è una costruzione individuale. È la fede ricevuta nella Chiesa, custodita attraverso i secoli e continuamente approfondita senza cessare di essere la stessa fede. Qui l’intelligenza trova uno spazio molto più grande della propria autosufficienza: può cercare, comprendere sempre meglio e lasciarsi correggere dalla verità che la precede.

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