Quando una parola imprecisa rischia di rendere più difficile proprio l’incontro che vorrebbe favorire
Cari amici, il 19 agosto porta con sé una memoria che merita di essere riletta con attenzione. Esattamente quarant’anni fa, il 19 agosto 1985, san Giovanni Paolo II incontrava nello stadio di Casablanca migliaia di giovani musulmani. Fu un avvenimento straordinario anche per la sua novità: il Papa stesso ricordò che era la prima volta che si trovava davanti a un’assemblea composta da giovani musulmani.
Quel discorso viene ancora citato soprattutto per una frase nella quale Giovanni Paolo II affermava che cristiani e musulmani credono nell’unico Dio. Isolata dal resto, l’espressione può facilmente diventare il punto di partenza di letture molto diverse. Inserita nel discorso intero, acquista una fisionomia assai più precisa.
Il Papa parlava dentro l’orizzonte già tracciato dal Concilio Vaticano II. Nostra aetate aveva riconosciuto che i musulmani adorano l’unico Dio, creatore del cielo e della terra, richiamando anche la loro venerazione per Abramo e il posto che occupano nella loro esperienza religiosa la preghiera, il digiuno e l’elemosina. Il Concilio aveva nello stesso tempo ricordato che la Chiesa continua ad annunciare Cristo, nel quale riconosce la pienezza della vita religiosa.
Casablanca rimase dentro questa prospettiva. Giovanni Paolo II riconobbe ciò che cristiani e musulmani possono realmente condividere davanti a Dio e, nello stesso discorso, chiese una lealtà capace di riconoscere anche le differenze. Il dialogo che proponeva non chiedeva di mettere tra parentesi ciò che distingue la fede cristiana dall’Islam. Presupponeva persone abbastanza sicure della propria identità da potersi incontrare senza falsificare quella dell’altro.
È una distinzione importante, perché riconoscere che cristiani e musulmani si riferiscono all’unico Creatore non equivale ad affermare che cristianesimo e Islam possiedano la stessa comprensione di Dio. Per la fede cristiana Dio ha rivelato il proprio mistero nel Figlio e ci ha introdotti, nello Spirito Santo, nella comunione con il Padre. Gesù Cristo non occupa quindi un dettaglio secondario della nostra confessione di fede. Da Lui riceve forma il modo cristiano di conoscere Dio.
Quarant’anni dopo Casablanca, quella pagina conserva una sorprendente attualità proprio perché ci mostra che la chiarezza dell’identità e il dialogo possono abitare lo stesso spazio.
La questione diventa più delicata quando arriviamo al Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar il 4 febbraio 2019. Il testo nasceva da un’intenzione comprensibile e urgente: opporsi all’uso della religione per giustificare violenza e odio, promuovendo una convivenza nella quale la libertà religiosa venisse realmente rispettata.
Dentro quel documento compare una formulazione che ha suscitato molte discussioni. Il pluralismo e la diversità delle religioni vengono collocati insieme ad altre differenze umane e ricondotti a una «sapiente volontà divina».
Qui la precisione diventa decisiva.
La differenza tra uomo e donna appartiene positivamente all’opera creatrice di Dio. La molteplicità delle religioni si presenta sul piano teologico in modo diverso. Il cristiano crede che Dio abbia pienamente rivelato se stesso in Gesù Cristo e che gli uomini siano chiamati a conoscere questa verità. Le religioni sorte nella storia contengono elementi che possono esprimere una ricerca autentica di Dio e possono custodire valori reali; contengono anche concezioni incompatibili tra loro, e alcune affermazioni risultano incompatibili con la Rivelazione cristiana.
Attribuire allo stesso modo tutte queste differenze alla volontà positiva di Dio produrrebbe quindi un problema serio.
Papa Francesco tornò pubblicamente sulla questione poche settimane dopo. Nell’udienza generale del 3 aprile 2019, parlando delle molte religioni, richiamò esplicitamente una distinzione della teologia scolastica e utilizzò l’espressione voluntas permissiva. Dio permette nella storia l’esistenza della pluralità religiosa. Questa precisazione offre la chiave necessaria per leggere la formula di Abu Dhabi dentro la fede cattolica.
Ed è proprio qui che nasce la domanda che mi interessa.
Se una frase ha bisogno di una successiva spiegazione così importante per essere compresa nel senso corretto, quella spiegazione non rivela forse che la formulazione originaria avrebbe potuto essere più precisa?
La domanda non serve a costruire un processo alle intenzioni di chi ha scritto il documento. Serve piuttosto a ricordare una responsabilità che diventa particolarmente seria quando si parla di fede. Le parole ecclesiali non vivono soltanto nel momento in cui vengono pronunciate. Vengono citate, tradotte, utilizzate nella catechesi e possono diventare categorie attraverso le quali una generazione di cristiani comprende il proprio rapporto con le altre religioni.
Per questo la precisione teologica è anche una forma di carità.
Una parola chiara protegge il credente dalla confusione e rende più libero l’interlocutore, perché gli evita di essere accolto attraverso una rappresentazione addomesticata della sua stessa religione. Un musulmano non ha bisogno che il cristiano riduca la propria fede per incontrarlo. Ha diritto di conoscere ciò che il cristiano realmente crede, così come il cristiano deve avere la serietà di ascoltare ciò che il musulmano realmente professa.
Il dialogo perde consistenza quando diventa una rappresentazione nella quale ciascuno pronuncia soltanto le parole che l’altro potrebbe trovare rassicuranti.
Casablanca ci consegna un metodo molto più esigente. Giovanni Paolo II poteva dire ai giovani musulmani che cristiani e musulmani si rivolgono all’unico Dio e, nello stesso incontro, ricordare che la lealtà esige il riconoscimento delle differenze. Proprio perché desiderava incontrare quelle persone, non aveva bisogno di immaginare un’identità religiosa comune più ampia di quella realmente esistente.
Anche Nostra aetate segue questa strada. Riconosce con rispetto ciò che di vero e santo è presente nelle altre religioni e conserva al centro la confessione di Cristo. Il dialogo nasce così dentro la verità, senza trasformare la verità in un’arma.
Abu Dhabi possiede un’intuizione che vale la pena custodire: le differenze religiose non possono diventare motivo per negare la dignità dell’altro, costringerne la coscienza o giustificare la violenza. La successiva precisazione di Papa Francesco sulla volontà permissiva permette di collocare questa intuizione dentro una cornice teologica più sicura.
Forse proprio il confronto tra Casablanca e Abu Dhabi ci aiuta a comprendere ciò di cui il dialogo religioso ha maggiormente bisogno.
Non occorrono formule abbastanza elastiche da poter essere comprese in molti modi. Occorrono parole capaci di rispettare l’altro proprio perché hanno il coraggio di dire con chiarezza chi siamo.
Quando la fede cristiana rimane pienamente se stessa, l’incontro non diventa più povero.
Diventa più vero.
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