don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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IL SENSUS FIDELIUM: QUANDO IL POPOLO DI DIO DISCERNE NELLA FEDE

Ascoltare tutti significa cercare ciò che lo Spirito dice alla Chiesa

Cari amici, la fase attuativa del cammino sinodale ci sta consegnando una parola che ricorre sempre più frequentemente nel linguaggio ecclesiale: ascolto. Le comunità sono chiamate a rileggere ciò che hanno vissuto, a coinvolgere il popolo di Dio e a riconoscere ciò che lo Spirito sta facendo maturare nella Chiesa. È un’indicazione preziosa, perché il cristiano non appartiene a una comunità nella quale alcuni pensano e gli altri ricevono passivamente decisioni già prese. Il Battesimo inserisce realmente ogni fedele nel Corpo di Cristo e lo rende partecipe della funzione profetica del Signore.

Proprio per questo diventa importante comprendere che cosa la tradizione cattolica intenda quando parla di sensus fidei e di sensus fidelium. Sono espressioni che possono sembrare tecniche e che, in realtà, toccano una questione molto concreta: in quale modo il popolo cristiano riconosce ciò che appartiene veramente alla fede ricevuta?

Il Concilio Vaticano II offre il punto di partenza più autorevole. Nel numero 12 della Lumen gentium afferma che l’universalità dei fedeli, avendo ricevuto l’unzione dello Spirito Santo, «non può sbagliarsi nel credere» quando manifesta un consenso universale in materia di fede e di morale, «dai Vescovi fino agli ultimi fedeli laici». Questa capacità viene descritta come un «senso soprannaturale della fede» suscitato e sostenuto dallo Spirito di verità. Il popolo di Dio, sotto la guida del Magistero, aderisce alla fede trasmessa, vi penetra più profondamente e la applica alla vita.

La formulazione conciliare possiede un equilibrio che merita di essere custodito. Il soggetto è l’intero popolo cristiano e dentro quel popolo sono compresi i Pastori. La fede non viene generata dalla maggioranza e neppure viene semplicemente calata dall’alto su una comunità spiritualmente passiva. È la stessa Chiesa, nella comunione delle diverse vocazioni e dei differenti ministeri, che riceve la Parola e viene continuamente educata dallo Spirito a riconoscerla.

La Commissione Teologica Internazionale ha dedicato a questo tema un importante documento nel 2014, proprio per chiarire una nozione che negli ultimi decenni veniva utilizzata sempre più frequentemente. Il testo distingue il sensus fidei del singolo credente, cioè quella capacità soprannaturale che nasce dalla fede e permette di riconoscere una consonanza con il Vangelo, dal sensus fidei fidelium, che riguarda la convergenza ecclesiale del popolo credente.

Questa distinzione diventa decisiva nel tempo della sinodalità.

Una convinzione molto diffusa tra i fedeli merita sempre attenzione, soprattutto quando permane nel tempo, attraversa culture diverse e nasce dentro una reale vita ecclesiale. Non possiamo considerare il popolo di Dio come un destinatario privo di intelligenza spirituale, perché lo Spirito Santo opera realmente nei battezzati e può far emergere attraverso di loro una percezione della fede che precede perfino la formulazione teologica compiuta.

La storia della Chiesa conosce bene questa dinamica. Prima che alcune verità ricevessero una formulazione dogmatica definitiva, erano già profondamente presenti nella preghiera, nella devozione e nella coscienza credente del popolo cristiano. La fede vissuta può precedere la precisione con cui la teologia riuscirà successivamente a esprimerla.

Da questo dato non deriva però che ogni opinione religiosa diffusa sia manifestazione del sensus fidelium.

La Commissione Teologica Internazionale insiste proprio su questo punto. Il senso della fede cresce dentro una vita realmente ecclesiale, nutrita dalla Scrittura, dalla preghiera e dalla celebrazione dei sacramenti, aperta all’insegnamento della Chiesa e disponibile alla conversione. Un cristiano può essere sinceramente convinto di qualcosa e quella convinzione può derivare dalla cultura nella quale vive, da una sensibilità politica, da esperienze personali o dalla pressione dell’opinione pubblica. La sincerità non trasforma automaticamente quella percezione in voce dello Spirito.

Questo vale in tutte le direzioni.

Una posizione sostenuta da molti fedeli progressisti non diventa sensus fidelium perché raccoglie consenso nelle assemblee ecclesiali. Una convinzione molto diffusa negli ambienti tradizionalisti non acquista automaticamente questa qualità perché si presenta come custodia della Tradizione. In entrambi i casi la questione rimane la stessa: ciò che viene percepito è realmente in consonanza con la fede apostolica che la Chiesa ha ricevuto?

Il sensus fidelium possiede quindi una struttura profondamente ecclesiale.

Non è il diritto dei fedeli di correggere il Magistero quando la maggioranza pensa diversamente. Non è nemmeno una formula utilizzabile dai Pastori per attribuire al popolo ciò che essi stessi desiderano realizzare. È una realtà più esigente, perché chiede a tutti di lasciarsi giudicare dalla fede prima di utilizzare la fede per confermare le proprie posizioni.

Proprio qui la fase attuativa del Sinodo può diventare un laboratorio ecclesiale molto importante.

Ascoltare il popolo di Dio significa raccogliere seriamente ciò che le comunità vivono, le domande che emergono, le difficoltà nella ricezione dell’insegnamento ecclesiale e anche quelle intuizioni spirituali che possono indicare una via pastorale feconda. Questo ascolto perderebbe però il proprio carattere cristiano se si limitasse a registrare preferenze. Una consultazione ecclesiale e un sondaggio sociologico possono utilizzare strumenti simili; il loro criterio ultimo è completamente diverso.

Nel sondaggio interessa ciò che la maggioranza desidera. Nel discernimento ecclesiale interessa ciò che lo Spirito sta facendo comprendere alla Chiesa.

Questa differenza chiede un lavoro molto più paziente.

Supponiamo che in una comunità una larga maggioranza chieda un cambiamento su una questione morale o sacramentale. Quel dato non può essere semplicemente ignorato, perché rivela qualcosa della vita reale delle persone e forse anche una difficoltà nella trasmissione della fede. La risposta ecclesiale deve però cercare di comprendere che cosa si trovi dietro quella richiesta: una maturazione della coscienza credente, una domanda pastorale legittima, una catechesi insufficiente, oppure l’assimilazione di criteri culturali diventati nel frattempo dominanti.

Qui il Magistero e il sensus fidelium non sono concorrenti.

I Pastori hanno il compito di custodire il deposito apostolico e di insegnarlo autenticamente; il popolo cristiano riceve quello stesso deposito e, vivendo nella fede, contribuisce alla sua comprensione e alla sua fecondità storica. Quando questa relazione funziona, l’ascolto dei fedeli può aiutare il Magistero a comprendere meglio il modo in cui una verità viene recepita, quali difficoltà incontra e quali aspetti richiedono una formulazione pastorale più adeguata.

Anche la mancata ricezione di un insegnamento deve essere interpretata con attenzione.

Non basta constatare che molti fedeli non accettano una determinata indicazione per concludere che essa debba essere modificata. Sarebbe altrettanto insufficiente rispondere che il problema appartiene esclusivamente ai fedeli e che basterebbe una maggiore obbedienza. Quando un insegnamento incontra una difficoltà diffusa e persistente, la Chiesa è chiamata a interrogarsi sulla formazione, sul linguaggio utilizzato e sul contesto nel quale quella verità viene proposta. La verità rimane tale e la pastorale deve trovare la strada perché possa essere realmente compresa e vissuta.

Il sensus fidelium protegge quindi anche da una concezione povera dell’autorità.

Un Pastore che ascolta il popolo non abdica al proprio ministero. Lo esercita più pienamente, perché conosce la comunità affidatagli e permette che la vita concreta del popolo entri nel discernimento pastorale. L’autorità ecclesiale non nasce dall’isolamento e non viene esercitata come se il Corpo al quale si serve fosse un semplice destinatario esterno.

La stessa responsabilità appartiene ai fedeli.

Essere ascoltati nella Chiesa non significa ricevere una quota di sovranità. Significa portare davanti alla comunità ciò che la propria esperienza credente ha maturato e accettare che anche quella percezione venga sottoposta a discernimento. Il fedele che invoca il sensus fidelium per sottrarre la propria posizione al giudizio della Chiesa contraddice proprio la natura ecclesiale del principio al quale si appella.

Forse una delle difficoltà del nostro tempo nasce dal fatto che abbiamo imparato a pensare soprattutto attraverso categorie di rappresentanza.

Nella vita civile è naturale domandarsi chi rappresenti meglio una maggioranza e come quella maggioranza possa tradurre la propria volontà in decisioni. La Chiesa vive un’altra logica. Tutti apparteniamo realmente allo stesso Corpo, mentre la verità che ci costituisce precede ciascuno di noi. Non siamo noi a stabilire attraverso il consenso che cosa debba essere creduto; siamo insieme chiamati a riconoscere ciò che abbiamo ricevuto e a comprenderne sempre più profondamente le implicazioni.

È qui che il sensus fidelium diventa una vera risorsa per la sinodalità.

Permette di evitare una Chiesa nella quale pochi parlano e gli altri ascoltano passivamente, e impedisce allo stesso tempo che il discernimento venga ridotto alla conta delle opinioni. Ricorda ai Pastori che lo Spirito opera nell’intero popolo cristiano e ricorda ai fedeli che quello stesso Spirito conduce la Chiesa dentro la comunione della fede apostolica.

La fase attuativa del Sinodo sarà feconda nella misura in cui saprà abitare questa tensione con serenità.

Avremo bisogno di ascoltare anche parole scomode, perché qualche volta proprio una voce periferica costringe a vedere qualcosa che il centro non aveva percepito. Avremo bisogno anche della libertà di riconoscere che una richiesta molto popolare può non corrispondere alla direzione del Vangelo. Il discernimento cristiano non promette che ogni voce avrà ragione; promette che nessuna voce viene semplicemente ignorata prima di essere ascoltata e giudicata nella fede.

Per questo chiamerei il sensus fidelium un istinto ecclesiale prima ancora che una bussola.

Una bussola può essere impugnata da un individuo e indicargli autonomamente una direzione. Il senso della fede vive invece dentro il Corpo. Matura nella comunione, cresce con la santità della vita e diventa più limpido quando la persona si lascia formare dalla Parola che pretende di discernere.

Alla fine il criterio rimane Cristo.

Il popolo di Dio possiede il sensus fidei perché ha ricevuto lo Spirito di Cristo e perché vive della fede apostolica. I Pastori insegnano autenticamente quando custodiscono quella stessa fede e servono il popolo nel quale lo Spirito continua ad agire. La sinodalità trova qui una delle sue forme più belle: una Chiesa nella quale tutti possono parlare perché tutti sono prima chiamati ad ascoltare.

Ascoltare la Parola. Ascoltare lo Spirito. E, proprio per questo, ascoltarsi reciprocamente senza trasformare la propria voce nella misura ultima della verità.

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