Cari amici, questa mattina ho celebrato la Messa nella nostra abbazia con i soliti quattro fedeli, santi e perseveranti, che anche nei giorni feriali continuano a presentarsi davanti al Signore mentre intorno San Felice conserva quel silenzio che sembra fatto apposta per lasciare alla Parola il tempo di scendere un poco più in profondità.
Le letture mi hanno accompagnato per tutta la mattinata.
Nel libro dell’Esodo Mosè scende dal Sinai dopo essere rimasto alla presenza di Dio. Non si accorge che la pelle del suo volto è diventata raggiante. Aronne e gli Israeliti, vedendolo, hanno paura di avvicinarsi.
È un particolare sorprendente.
Mosè porta sul volto il riflesso dell’incontro con Dio e quella luce, invece di attirare immediatamente, suscita timore.
Il Salmo invita allora a superare la paura e a riconoscere Colui dal quale quella luce proviene: «Esaltate il Signore, nostro Dio, prostratevi davanti alla sua santa montagna, perché santo è il Signore, nostro Dio».
Il Vangelo conduce ancora più avanti. Gesù parla del tesoro nascosto nel campo e della perla di grande valore. Chi li trova vende tutto ciò che possiede.
C’è però una parola che rischiamo facilmente di perdere: la gioia.
L’uomo vende tutto «pieno di gioia».
Non è stato costretto. Ha incontrato qualcosa che vale più di ciò che lascia.
Mentre ascoltavo queste letture mi è tornata alla mente un’immagine di Dante che conosco da sempre e che questa mattina mi è sembrata improvvisamente nuova. All’inizio dell’Inferno, dopo essersi ritrovato nella selva oscura, Dante paragona la propria condizione a quella di un naufrago:
«E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata».
Il naufrago è salvo.
È arrivato sulla riva.
Eppure continua a voltarsi verso l’acqua.
La guarda perché sa ciò che quell’acqua è stata capace di fare.
Forse accade qualcosa di simile anche nella vita della Chiesa.
Quando si attraversano anni di confusione, parole ambigue, contrapposizioni ecclesiali, interpretazioni esasperate e battaglie nelle quali tutto diventa un segnale da decifrare, può nascere un’abitudine spirituale alla diffidenza. Anche quando si raggiunge una riva, continuiamo a guardare l’acqua.
E qualche volta, dopo avere rischiato di annegare, può fare paura perfino un bicchiere d’acqua.
Ho pensato a questo osservando il modo in cui, da quasi tre mesi, vengono accolte le parole di Papa Leone XIV.
Ogni frase viene esaminata. Ogni gesto confrontato. Ogni vocabolo misurato per capire che cosa nasconda, quale continuità annunci, quale rottura prepari, quale parte della Chiesa possa finalmente dichiararsi vincitrice.
Comprendo una parte di questa prudenza.
La storia recente ha lasciato ferite reali e sarebbe ingenuo chiedere alle persone di dimenticarle semplicemente perché è cambiato il Pontefice. Il discernimento rimane necessario. Un cattolico adulto ascolta, verifica, confronta ciò che sente con la fede della Chiesa e non consegna la propria coscienza alla prima impressione favorevole.
Il discernimento, però, può ammalarsi.
Accade quando non cerca più la verità e cerca soltanto la conferma del pericolo.
A quel punto qualsiasi parola viene interpretata attraverso ciò che abbiamo già deciso di temere. La prudenza smette di custodire la fede e comincia a impedirci di riconoscere il bene quando si presenta.
Forse anche gli Israeliti davanti al volto luminoso di Mosè hanno qualcosa da insegnarci.
La luce può impaurire quando arriva dopo un’esperienza che non siamo ancora riusciti a rileggere.
Ieri sera Leone XIV è entrato in Piazza San Pietro tra le migliaia di giovani arrivati per il loro Giubileo. Alla fine del giro in papamobile ha preso il microfono e ha parlato a braccio.
Lo ha fatto con quella semplicità che cominciamo a conoscere, passando dall’italiano all’inglese e allo spagnolo con la naturalezza di chi ha abitato mondi differenti e non sembra preoccuparsi troppo di costruire una frase destinata ai titoli del giorno dopo.
Ha ricordato ai giovani le parole di Gesù: «Voi siete il sale della terra» e «voi siete la luce del mondo».
Poi ha guardato quella piazza e ha detto loro che le loro voci, il loro entusiasmo e le loro grida per Gesù Cristo sarebbero state ascoltate «fino ai confini del mondo».
È una frase missionaria nel senso più semplice e più cristiano della parola.
Il mondo ha bisogno di speranza e il Papa non ha detto ai giovani soltanto di portare un messaggio di speranza.
Ha detto: «Voi siete questo messaggio».
La missione torna così ad avere un volto.
Non nasce anzitutto da una strategia pastorale. Nasce da persone raggiunte da Cristo che permettono alla sua luce di attraversare la loro vita.
Poi Leone ha alzato ancora il tono e ha invitato tutta la piazza a gridare:
«Vogliamo la pace nel mondo!».
La piazza ha risposto.
Per un momento quelle migliaia di voci sono diventate una sola voce.
Non era una dichiarazione geopolitica elaborata. Era qualcosa di più elementare e forse proprio per questo più potente: giovani provenienti da popoli differenti riuniti nel nome di Cristo che chiedevano insieme la pace.
Poco prima, parlando agli influencer e ai missionari digitali, il Papa aveva ricordato che questa è la missione della Chiesa: portare nel mondo la pace del Risorto e raggiungere «dovunque ci sia un cuore che aspetta, un cuore che cerca, un cuore che ha bisogno». Aveva chiesto di andare a «riparare le reti», trasformando anche gli spazi digitali in luoghi nei quali ciò che si è spezzato possa essere ricucito e la solitudine possa trovare una relazione autentica.
Mentre ascoltavo queste parole, questa mattina il Vangelo del tesoro nascosto mi è sembrato quasi continuare.
Chi ha trovato il tesoro non trascorre la vita a controllare se il campo nasconda una trappola.
Ha riconosciuto qualcosa che vale.
E per la gioia compie una scelta.
Forse una delle povertà spirituali del nostro tempo ecclesiale è proprio la difficoltà di lasciarci sorprendere nuovamente dalla gioia.
Abbiamo imparato molto bene a individuare i problemi. Conosciamo gli errori liturgici, le ambiguità teologiche, le contraddizioni pastorali. Sappiamo riconoscere rapidamente una parola che ci mette in allarme.
È una capacità che può essere utile.
Diventa povera quando perdiamo la capacità complementare di riconoscere una parola buona.
Il cristiano non è chiamato all’ingenuità.
È chiamato alla speranza.
E la speranza non consiste nel fingere che il naufragio non sia avvenuto. Il naufrago di Dante porta ancora negli occhi l’acqua che avrebbe potuto inghiottirlo. Proprio perché è sulla riva, però, può riprendere il cammino.
Continuare a vivere rivolti verso il mare dal quale siamo usciti significherebbe lasciare che il naufragio decidesse anche il nostro futuro.
Forse questo è il piccolo invito che porto con me dalla Messa di questa mattina.
Ascoltiamo Leone XIV.
Ascoltiamolo davvero, senza anticipare ciò che dovrebbe dire e senza attribuirgli ciò che temiamo possa dire.
Discerniamo ogni cosa nella fede della Chiesa e conserviamo ciò che è buono.
Quando parla di Cristo, ascoltiamo Cristo.
Quando richiama la missione, lasciamoci interrogare sulla nostra missione.
Quando chiede ai giovani di diventare speranza per il mondo, domandiamoci se la nostra presenza ecclesiale genera ancora speranza oppure soltanto sospetto.
Il tesoro rimane nel campo.
La perla conserva il proprio valore.
Il volto di Mosè continua a riflettere una luce che non gli appartiene.
E il naufrago, prima o poi, deve smettere di fissare l’acqua e tornare a camminare.
Dopo il naufragio c’è ancora una riva.
E sulla riva, finalmente, possiamo imparare di nuovo a bere anche un bicchiere d’acqua.
Papa Leone XIV, Saluto ai giovani all’inizio del Giubileo, 29 luglio 2025
Papa Leone XIV, Discorso ai missionari digitali e influencer cattolici, 29 luglio 2025
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