• Cari amici, dopo aver preso atto che per la Fraternità San Pio X “nulla era cambiato”, mi ero riproposto di non perdere altro tempo dietro alle sue pretese, sostenute da una militanza partigiana molto attiva e ben organizzata. Ieri, la Casa generalizia ha però comunicato di avere presentato un ricorso preliminare contro il decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede del 2 luglio. La notizia richiede qualche considerazione.

    Il contenuto del ricorso non è stato pubblicato. Non sappiamo quali argomenti giuridici siano stati sviluppati, quali vizi del decreto siano stati contestati e quale richiesta precisa sia stata formulata. Sarebbe quindi scorretto entrare nel merito di un testo che non conosciamo. Sappiamo soltanto quanto riferisce il comunicato: il ricorso è stato presentato l’11 luglio allo stesso Dicastero, secondo i cann. 1734 e seguenti del Codice di diritto canonico. La Fraternità dichiara così di voler esercitare il diritto riconosciuto a chi ritenga di essere stato leso da un atto amministrativo.

    Il gesto merita attenzione. Nei giorni successivi alle consacrazioni episcopali, molti sostenitori della Fraternità hanno contestato violentemente il prefetto, ne hanno screditato l’autorevolezza e hanno rappresentato il Dicastero come un organismo ideologico privo della capacità di giudicare la vicenda. Ora la Casa generalizia si rivolge proprio a quel Dicastero e gli chiede di riesaminare il decreto.

    Non si tratta di una circostanza marginale. Chi presenta un ricorso riconosce che l’autorità alla quale si rivolge possiede una competenza giuridica reale sulla materia. Può ritenere ingiusta la decisione e chiederne la revoca. Non può continuare a rappresentare quell’autorità come totalmente irrilevante nei propri confronti.

    Questo dovrebbe far riflettere quanti, nel tentativo di giustificare una decisione gravissima, hanno cercato di spostare l’attenzione dalle consacrazioni compiute senza mandato pontificio alla presunta mancanza di autorevolezza di coloro che le hanno giudicate.

    La stessa considerazione vale per il Codice di diritto canonico del 1983. La Fraternità invoca i cann. 1734 e seguenti per ottenere il riesame del decreto e richiama il can. 1353 per affermare che il ricorso produce un effetto sospensivo. Il canone stabilisce effettivamente che l’appello o il ricorso contro una sentenza o un decreto che infligga o dichiari una pena ha effetto sospensivo.

    Il Codice, però, non è un catalogo dal quale prendere le norme favorevoli e ignorare quelle scomode. Invocarne le garanzie significa riconoscerlo come l’ordinamento vigente che disciplina questa controversia. Lo stesso Codice che tutela il diritto di ricorrere regola la missione canonica, l’esercizio del ministero e la liceità degli atti sacramentali.

    L’effetto sospensivo riguarda l’esecuzione della pena durante l’esame del ricorso. Non equivale alla dichiarazione di invalidità del decreto e non anticipa l’esito del procedimento. Non conferisce ai nuovi vescovi una missione canonica che non hanno ricevuto. Non rende lecito ciò che è stato compiuto contro la volontà espressa del Romano Pontefice.

    Nel comunicato, l’effetto sospensivo viene posto immediatamente in primo piano. La scelta è comprensibile dal punto di vista comunicativo. Dopo aver ripetuto ai fedeli che “nulla è cambiato”, occorre rassicurarli e impedire che il decreto produca domande serie nelle loro coscienze. La pendenza del ricorso permette di presentare la questione come ancora aperta.

    I tempi della burocrazia ecclesiastica potrebbero favorire questa narrazione. Un procedimento lungo consentirebbe di ripetere per mesi che la pena è sospesa e che Roma sta ancora esaminando il caso. La durata del procedimento non trasformerebbe la sospensione in assoluzione. Potrebbe però consolidare tra i fedeli l’impressione che il decreto sia privo di efficacia.

    Resta un aspetto che merita rispetto e che dovrebbe essere considerato soprattutto da quanti si sono precipitati a giudicare il Santo Padre: la forma assunta dal procedimento.

    La Fraternità aveva chiesto un incontro diretto con Leone XIV e attendeva una sua decisione personale. Se il Romano Pontefice avesse emanato personalmente un decreto definitivo, contro quell’atto non sarebbe stato possibile presentare appello o ricorso. Il can. 333 §3 stabilisce infatti che contro una sentenza o un decreto del Papa non si dà appello né ricorso.

    Il decreto è stato invece emanato dal Dicastero. Questo ha conservato agli interessati la possibilità di utilizzare i rimedi previsti dal diritto. Non possiamo affermare che il Papa abbia scelto consapevolmente questa forma proprio per ottenere tale risultato. Possiamo riconoscere un dato oggettivo: il procedimento seguito non ha chiuso ogni porta. L’autorità della Chiesa ha pronunciato un giudizio grave e ha lasciato agli interessati lo spazio giuridico per contestarlo.

    Anche questa può essere letta come una forma di paternità. Il padre non rinuncia alla propria autorità e non finge che la disobbedienza non sia avvenuta. Offre al figlio la possibilità di essere ascoltato secondo giustizia. La FSSPX ha scelto di utilizzare questa possibilità. È un suo diritto. Il ricorso non cancella la realtà: le consacrazioni sono state compiute senza mandato pontificio, i nuovi vescovi non possiedono missione canonica e l’esercizio del ministero resta segnato dall’illiceità.

    Rileggere la condotta del Papa in questa luce potrebbe essere salutare per molti fedeli disorientati dal mancato incontro. In quei giorni qualcuno aveva osservato con sarcasmo che Leone XIV aveva incontrato molte persone, perfino una donna presentata come “vescova”, senza ricevere la “povera Fraternità”.

    Il paragone era inconsistente. Un’udienza non avrebbe sostituito il giudizio canonico e una decisione personale del Pontefice avrebbe potuto chiudere la strada al ricorso che oggi la Fraternità considera tanto importante. Ciò che veniva rappresentato come mancanza di paternità ha lasciato aperto uno spazio giuridico che ora la stessa FSSPX utilizza.

    La Fraternità chiede dunque giustizia all’autorità della Chiesa, invocando il diritto della Chiesa. È un gesto più eloquente di molti proclami. Dimostra che non era vero che nulla è cambiato, che Roma non è irrilevante e che il Codice del 1983 viene riconosciuto come vincolante quando serve a tutelare la propria causa.

    Sarebbe auspicabile, ora, che questo riconoscimento non restasse limitato ai canoni favorevoli. La comunione ecclesiale non si costruisce scegliendo quali atti del Papa accettare e quali norme applicare. Essa richiede di riconoscere nell’autorità un elemento costitutivo dell’unità visibile della Chiesa.

    Per buona pace di tutti, auspichiamo anche che non venga rinviato alle calende greche ciò che può essere chiarito e reso noto senza indugio. Ne va della salus animarum, che impone alla prudenza pastorale di indicare con chiarezza il bene e il male quando sono ormai evidenti, senza lasciare che il nemico delle anime continui a pescare nelle acque torbide dell’incertezza e della confusione.

  • Cari amici, ieri abbiamo lasciato gli Operai Evangelici davanti a una strada ormai aperta dalla Chiesa. Pio VII aveva affidato loro un mandato missionario. Il desiderio di predicare cresceva e chiedeva un luogo nel quale diventare vita quotidiana.

    Un’opera apostolica può nascere dal fuoco di una parola. Per durare ha bisogno di una casa. Servono un altare davanti al quale pregare e una mensa attorno alla quale ritrovarsi. Occorre una porta da cui partire e alla quale tornare dopo le missioni. Anche lo slancio più generoso domanda muri capaci di custodirlo.

    La ricerca aveva condotto don Gaspare nel cuore dell’Umbria. Il 30 ottobre 1814, insieme a mons. Bellisario Cristaldi, si recò a Giano. Durante l’incontro con l’avvocato Paolucci prese forma l’idea di destinare agli Operai Evangelici il ritiro e la chiesa di San Felice.

    Quel luogo sorgeva lontano dai clamori di Roma, circondato dalla campagna e raccolto in una solitudine che sembrava fatta per la preghiera. Da San Felice i sacerdoti avrebbero potuto raggiungere i paesi dell’Umbria e rientrare in una casa capace di formarli alla vita comune.

    La prima impressione offriva ben poco spazio ai sogni. L’antica abbazia portava addosso le ferite dell’abbandono. Era stata fondata dai Benedettini e ampliata dagli Agostiniani. Dopo la partenza di questi ultimi aveva conosciuto razzie e decadenza. Anche i Passionisti avevano tentato di stabilirvisi, lasciandola poi al proprio destino.

    Le mura attendevano riparazioni. Il tetto chiedeva mani e denaro. La povertà del luogo raccontava con molta chiarezza quale genere di fondazione stesse per cominciare. San Felice non offriva comodità. Offriva uno spazio da amare e ricostruire.

    All’abbazia era legata una rendita impiegata dal vescovo di Spoleto per sostenere le scuole cittadine. Cristaldi, tesoriere pontificio e conoscitore di Giano, comprese che proprio quella rendita avrebbe potuto assicurare un primo sostegno agli Operai Evangelici. Si adoperò presso il Papa affinché San Felice venisse destinata alla nuova opera.

    La concessione pontificia giunse il 30 novembre 1814. Sulla carta gli Operai possedevano ormai una casa. Nella vita concreta restavano molte difficoltà da affrontare.

    Bonanni le vedeva tutte. Conosceva la possibile contrarietà del vescovo di Spoleto e sapeva quanto fossero pochi i sacerdoti disposti a trasferirsi. La distanza da Roma rendeva più pesante ogni decisione. Don Gaetano era ancora legato agli obblighi del canonicato e alla presenza in coro. Accettare San Felice significava lasciare una vita conosciuta per entrare in una fondazione dall’avvenire incerto.

    La sua esitazione nasceva dal senso di responsabilità. Qualcuno doveva chiedersi come nutrire i sacerdoti e riparare le stanze. La Provvidenza ama la fiducia e si serve volentieri della prudenza di chi controlla se il tetto reggerà all’inverno.

    La strada si aprì lentamente. Il 5 luglio 1815 il priore Luparini, munito della procura dello stesso don Gaetano, prese possesso canonico di San Felice a nome dell’Istituto nascente. Fu un atto giuridico compiuto quasi in silenzio. In quel momento gli Operai Evangelici misero piede dentro una storia e dentro una casa reale.

    Pochi giorni dopo Gaspare compì una scelta destinata a imprimere una direzione nuova alla sua vita. Il 20 luglio rinunciò al canonicato per dedicarsi pienamente alle missioni popolari. Lasciava gli obblighi del coro e accoglieva la libertà necessaria per percorrere le strade. La missione non sarebbe più entrata negli spazi rimasti liberi dai suoi incarichi. Sarebbe diventata la forma della sua esistenza sacerdotale.

    Il 26 luglio Gaspare e Bonanni furono ricevuti da Pio VII. Si presentarono davanti al Papa portando la povertà di un’opera ancora fragile e la speranza di una casa appena ricevuta. San Felice aveva bisogno di restauri. I compagni erano pochi. Il popolo attendeva sacerdoti capaci di annunciare nuovamente il Vangelo dopo gli anni della tempesta.

    La benedizione del Pontefice raccolse tutto questo e lo pose nel cuore della Chiesa. I due sacerdoti non partivano come uomini affidati al proprio entusiasmo. Ricevevano conferma dal successore di Pietro e imparavano che la missione sarebbe stata feconda finché fosse rimasta dentro l’obbedienza.

    Il 1° agosto Gaspare arrivò a San Felice e diede inizio ai lavori più urgenti. Prima delle grandi predicazioni vennero le stanze da rendere abitabili e gli spazi da liberare dalle tracce dell’abbandono. Il futuro apostolo del Preziosissimo Sangue cominciò la propria avventura umbra tra polvere e calcinacci. Anche questa è storia sacra: Dio prepara le strade del Vangelo attraverso mani che sanno rimboccarsi le maniche.

    Il 15 agosto 1815, nella solennità dell’Assunta, la Casa di Missione venne finalmente aperta. Accanto a Bonanni e Gaspare erano presenti don Adriano Giampedi e il marchese don Vincenzo Tani. Quattro sacerdoti legavano il proprio nome alla pietra iniziale di una storia che nessuno poteva ancora misurare.

    Don Giovanni Merlini avrebbe ricordato quel giorno come una festa grande. La gente accorse verso l’abbazia e le campane di Giano risposero a quelle di San Felice. Nella chiesa venne cantato il Te Deum. Dopo mesi di incertezze, le antiche mura tornavano a custodire la preghiera e si aprivano alla missione.

    Bonanni divenne il primo superiore della Casa. Rimase stabilmente a San Felice e si occupò della struttura. Accoglieva le persone che cercavano una parola e teneva insieme la fragile vita comune. Gaspare sentiva già il richiamo delle strade e partiva per predicare, cercare sacerdoti e preparare nuove fondazioni.

    Anni dopo Bonanni avrebbe ricordato con semplicità quella distinzione: Gaspare usciva per le missioni e per l’apertura di altre case; lui rimaneva a Giano per sistemare San Felice e coltivare le anime. La missione aveva bisogno del passo di chi partiva e della fedeltà di chi restava.

    Tra quelle mura avrebbe preso forza anche la questione del nome. Gli Operai Evangelici stavano ricevendo una fisionomia più chiaramente legata al Preziosissimo Sangue. Gaspare vi riconosceva il cuore della predicazione. Bonanni custodiva la natura sacerdotale dell’opera nata a Roma. Ne parleremo domani, seguendo un discernimento che avrebbe dato alla nuova famiglia il nome consegnato alla storia.

    Oggi San Felice ci appare per ciò che divenne in quel 15 agosto: il primo grembo della missione. L’intuizione romana trovò una casa tra gli ulivi dell’Umbria. La parola ricevuta dal Papa si fece vita comune e partenza apostolica.

    Al centro di quella nascita troviamo Gaetano Bonanni. Aveva raccolto gli Operai Evangelici e ne aveva preparato la prima forma. Ora accettava di abitare una casa povera e di servire un’opera che cominciava già ad aprirsi oltre le sue previsioni.

    Il prossimo 22 luglio, dopo più di due secoli, Bonanni tornerà a San Felice. Le sue ossa ricomposte riposeranno per una notte nella cripta della casa che lo vide primo superiore. Le pietre davanti alle quali aveva pregato accoglieranno ancora la sua presenza. I confratelli veglieranno colui che aveva custodito il loro primo inizio.

    Sarà il ritorno di un padre nella casa alla quale aveva consegnato una parte decisiva della propria vita. Nel silenzio della cripta, la memoria diventerà preghiera. San Felice riconoscerà finalmente uno dei suoi fondatori e potrà stringerlo ancora una volta tra le proprie mura.

  • Sangue di Cristo, sostegno dei confessori

    Cari amici, buongiorno. Un appellativo litanico stupendo che troviamo nella invocazione al Preziosissimo Sangue è affermare che il Sangue di Cristo è il sostegno dei confessori.

    Nella tradizione della Chiesa, i confessori sono coloro che hanno testimoniato la fede con la vita, senza arrivare necessariamente al martirio cruento. Hanno confessato Cristo nella perseveranza, nella dottrina, nella carità, nella fedeltà quotidiana. Vescovi, sacerdoti, monaci, religiose, laici, uomini e donne che hanno attraversato il tempo senza separare la fede dalla vita. Non sempre hanno avuto una morte drammatica. Hanno avuto qualcosa di altrettanto esigente: una fedeltà lunga.

    Questa invocazione è preziosa perché ci ricorda che la santità non è fatta soltanto di gesti eroici concentrati in un momento. Vi è un eroismo disteso negli anni, nascosto dentro la ripetizione dei giorni. Continuare a credere. Continuare a pregare. Continuare a servire. Continuare a rialzarsi. Continuare ad amare la Chiesa anche quando le sue ferite fanno soffrire. Il cristiano maturo non vive di slanci occasionali. Vive di fedeltà sostenuta dalla grazia.

    Il Sangue di Cristo sostiene i confessori perché ogni testimonianza cristiana ha bisogno di essere nutrita dal sacrificio del Signore. Senza questo sostegno, anche le migliori intenzioni si consumano. All’inizio si può partire con entusiasmo, poi arrivano le fatiche, le delusioni, le incomprensioni, i peccati propri e altrui, l’aridità della preghiera, la monotonia del servizio. Lì si vede se la fede poggia sul sentimento del momento o sul Sangue di Cristo.

    I confessori ci insegnano una cosa semplice e dimenticata: la vita cristiana ha bisogno di durata. Non basta una commozione, non basta una conversione iniziale, non basta una stagione intensa. Occorre lasciarsi formare nel tempo. La grazia lavora spesso con lentezza, come l’acqua che scava la pietra. Noi vorremmo risultati rapidi, conversioni immediate, santità con consegna espressa, possibilmente tracciabile. Dio preferisce far maturare il cuore. Che lentezza scandalosa, vero? Peccato che funzioni meglio delle nostre accelerazioni nevrotiche.

    Il Sangue di Cristo sostiene anche la confessione pubblica della fede. Non sempre in modo clamoroso. A volte basta vivere cristianamente in un ambiente che considera la fede irrilevante, superata, ingombrante. Basta non vergognarsi di pregare, di parlare con rispetto della Chiesa, di difendere la vita, di custodire la verità sul bene e sul male, di scegliere il Vangelo quando il mondo suggerisce scorciatoie più comode. Il confessore della fede non ha bisogno di urlare. Ha bisogno di essere integro.

    Questa invocazione riguarda molto da vicino anche la nostra vita ordinaria. Quante volte siamo tentati di stancarci del bene. Si comincia con generosità e poi ci si accorge che il bene chiede ripetizione, pazienza, umiltà. Una persona da assistere, una comunità da servire, una promessa da mantenere, una preghiera da custodire, un dovere da compiere senza gratificazioni immediate. Il Sangue di Cristo sostiene proprio lì, quando la fedeltà perde il suo fascino iniziale e diventa amore concreto.

    La pratica spirituale può essere un piccolo atto di perseveranza. Riprendere una preghiera trascurata. Portare a termine un dovere lasciato in sospeso. Restare fedeli a un impegno assunto. Fare bene qualcosa che nessuno noterà. Offrire tutto al Signore con una formula semplice: “Sangue di Cristo, sostieni la mia fedeltà”. Non serve trasformare la giornata in un’impresa epica. Basta non scappare dal bene possibile.

    I confessori della fede ci ricordano che la santità non è improvvisazione. È una vita consegnata, giorno dopo giorno, al Signore. Il Sangue di Cristo li ha sostenuti nelle prove visibili e in quelle nascoste. Lo stesso Sangue sostiene anche noi, quando la fede chiede continuità, quando la carità chiede pazienza, quando la speranza chiede di resistere alla stanchezza.

    Chi si lascia sostenere dal Sangue di Cristo diventa affidabile. Non perfetto nel senso freddo e irraggiungibile del termine. Affidabile perché torna sempre alla sorgente. Affidabile perché non fonda tutto su se stesso. Affidabile perché sa che la propria forza viene dal Redentore. E questa, per una creatura umana, è già una notevole guarigione.

    Alla scuola del beato Giovanni Merlini

    Il beato Giovanni Merlini insegna la fedeltà lunga, sobria, ordinata. La sua sapienza spirituale cerca perseveranza nel bene, obbedienza alla volontà di Dio e pace nel cuore. Proprio questo è il sostegno dei confessori: durare nella grazia. (cfr. G. Merlini, Lettere a Maria De Mattias I, Edizioni Sanguis, Roma 1974, pp. 40 e 63.)

    Preghiera

    Signore Gesù, sostegno dei confessori, donami la grazia della fedeltà lunga. Aiutami a non vivere di slanci momentanei e di entusiasmi che evaporano alla prima fatica, come certi propositi del lunedì mattina. Il tuo Sangue sostenga la mia perseveranza, rinnovi il mio amore alla Chiesa e mi renda affidabile nel bene quotidiano.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, sostegno dei confessori, salvaci.

  • Cari amici, dopo aver visto ieri come la Provvidenza intrecciò le vicende di don Gaetano Bonanni, mons. Francesco Albertini e don Gaspare del Bufalo, oggi compiamo un altro passo decisivo. Il 1814 non è soltanto l’anno del ritorno dall’esilio. È l’anno in cui un’intuizione sacerdotale comincia ad assumere la forma di una vera missione ecclesiale.

    A metà febbraio don Gaspare rientra a Roma quasi inosservato, con il volto segnato dalla prova e una fede resa ancora più salda dall’esilio. Ritrova una città ferita e impoverita. Le invasioni napoleoniche hanno lasciato disordine nelle istituzioni, miseria tra il popolo e smarrimento nelle anime. Anche la Chiesa porta addosso i segni di quella lunga stagione.

    Il 24 maggio torna a Roma anche Pio VII. Le cronache descrivono un giorno di grande commozione, con le strade gremite, le campane a festa e un popolo che accoglie il Pontefice con gratitudine. Quel ritorno non rappresenta soltanto la restaurazione dell’autorità papale. Segna la conclusione di una prova e l’inizio di una difficile opera di ricostruzione.

    Pio VII sa che riprendere il governo dello Stato Pontificio non è sufficiente. Occorre ridare ordine alla vita civile, ravvivare la fede e raggiungere un popolo provato da anni di sconvolgimenti. Dentro questo scenario si comprende meglio il ruolo degli Operai Evangelici.

    Don Gaetano Bonanni aveva radunato attorno a sé alcuni tra i sacerdoti più preparati e generosi del giovane clero romano, desiderosi di servire la Chiesa con una dedizione piena. Don Gaspare era ormai uno di loro.

    Nel settembre del 1814 avviene un fatto di grande rilievo. Durante un’udienza particolare, il Papa convoca gli Operai Evangelici e affida loro l’incarico di predicare le Sante Missioni al popolo, conferendo il mandato di Missionari Apostolici.

    Il passaggio è decisivo. Quello che fino a quel momento poteva apparire come un sodalizio di sacerdoti zelanti riceve dalla Chiesa una responsabilità precisa. L’intuizione maturata da Bonanni negli anni della prova viene riconosciuta come uno strumento utile per la rinascita spirituale del popolo cristiano.

    In quel momento don Gaetano raccoglie il frutto della sua pazienza. Il gruppo formato negli anni difficili non rimane chiuso nella cerchia romana. Il mandato pontificio lo espone alla missione e lo chiama a misurarsi con i bisogni reali delle popolazioni.

    Le richieste aumentano. Gli Operai cominciano a predicare anche lontano da Roma e l’opera incontra favore. Proprio la sua crescita rende sempre più evidente una fragilità di fondo.

    Molti di quei sacerdoti sono ancora legati ai loro incarichi di canonici o ad altri obblighi ecclesiastici. Il servizio del coro, la residenza e i doveri connessi ai benefici rendono difficile una disponibilità stabile. Possono partire per una missione, purché l’assenza non si prolunghi troppo. Possono predicare, restando però dentro una forma di impegno ancora occasionale.

    Don Gaspare comprende subito il problema. Colpisce che, entrato da pochi mesi negli Operai Evangelici, il 22 settembre 1814 scriva a Bonanni richiamandolo per la scelta prudenziale che aveva condotto a rifiutare la missione di Ronciglione.

    A prima vista può sembrare un’audacia eccessiva: il nuovo arrivato che ammonisce il fondatore. La storia della Chiesa conserva con particolare cura anche queste situazioni, forse per impedire agli storici di vivere troppo tranquilli.

    Quel richiamo rivela due sensibilità diverse. Bonanni considera i vincoli concreti e teme di esporre l’opera a passi prematuri. Gaspare avverte soprattutto l’urgenza della missione, la forza del mandato ricevuto e il bisogno di raggiungere il popolo.

    Il loro confronto nasce dal medesimo desiderio di servire la Chiesa. Dentro l’opera sta già maturando una tensione feconda. Bonanni custodisce il terreno su cui la fondazione deve crescere. Gaspare sente che quel terreno non può diventare un recinto.

    La lettera del 22 settembre mette così a fuoco il problema reale. Per rispondere pienamente alla chiamata ricevuta, gli Operai devono diventare più liberi. Occorre superare i limiti di una disponibilità affidata alle circostanze e trovare una forma capace di assicurare continuità alla predicazione.

    Servono sacerdoti preparati a vivere insieme e disponibili a partire quando la missione lo richiede. Serve una sede stabile.

    Comincia allora la ricerca di una casa. Vengono considerate diverse possibilità tra Rimini, Todi e Terni. Si valuta anche la proposta della chiesa di San Pietro in Toscanella, vicino a Ronciglione. Nessun tentativo giunge a compimento. Mancano i mezzi e le condizioni favorevoli. Le soluzioni sembrano aprirsi per poi richiudersi.

    Quelle difficoltà aiutano gli Operai a comprendere meglio ciò che stanno cercando. Una semplice abitazione non basta. Occorre una casa di fondazione, un luogo nel quale costruire la vita comune, curare la preparazione sacerdotale e garantire una disponibilità permanente alle missioni.

    È questo il punto decisivo del 1814. L’Opera degli Operai Evangelici esce dai confini di un’esperienza romana e diventa una realtà missionaria in cerca di una forma stabile. Il mandato del Papa ha indicato la strada. Le richieste del popolo hanno mostrato l’ampiezza del compito. Ora occorre trovare il luogo nel quale tutto questo possa mettere radici.

    A don Gaetano tocca accompagnare l’opera in questo passaggio delicato. La sua statura emerge proprio qui. Bonanni non è soltanto l’uomo dell’intuizione iniziale. È colui che deve reggere il momento in cui una fraternità sacerdotale è chiamata a diventare una presenza missionaria duratura nella Chiesa.

    Accanto a lui Gaspare fa già sentire la forza del proprio temperamento apostolico. Non prende il posto del fondatore. Lo sollecita e spinge l’opera verso le strade, ricordando che il mandato ricevuto dal Papa esige una disponibilità più piena.

    La storia che sta nascendo porta già l’impronta di entrambi. La prudenza di Bonanni offre all’opera le fondamenta. L’ardore di Gaspare impedisce che quella prudenza si trasformi in attesa. La casa ancora manca. La Provvidenza ha però già preparato il luogo. Domani entreremo nell’Abbazia di San Felice di Giano dell’Umbria.

  • Sangue di Cristo, fortezza dei martiri

    Cari amici, buongiorno e buon inizio di settimana. La Litania di oggi ci fa pregare: Sangue di Cristo, fortezza dei martiri, salvaci.

    La parola “martire” significa testimone. Nella Chiesa, però, essa ha assunto un significato altissimo: il martire è colui che rende testimonianza a Cristo fino all’effusione del sangue. Non difende un’idea, non muore per orgoglio, non cerca la sofferenza come prova di grandezza. Resta fedele al Signore quando la fedeltà costa tutto. Il martire non mostra la forza dell’uomo, mostra la forza di Cristo nell’uomo.

    La Chiesa è nata sotto il segno del Sangue. Dal costato trafitto del Signore sgorgano sangue e acqua, e da quel mistero nasce il popolo nuovo. Poi, lungo i secoli, il sangue dei martiri ha continuato a fecondare la vita cristiana. Da Stefano, primo martire, fino ai testimoni più recenti, la Chiesa ha sempre visto nei martiri una partecipazione particolare al sacrificio di Cristo. Essi non aggiungono nulla alla redenzione, che è piena e perfetta nel Sangue del Signore. La rendono visibile nella loro carne, nella loro fedeltà, nella loro offerta.

    Il Sangue di Cristo è fortezza dei martiri perché nessuno può affrontare la prova suprema contando solo sulle proprie energie. La fedeltà fino alla morte non nasce dal temperamento, dal carattere, dalla rigidità morale. Nasce dalla grazia. Il martire è un uomo fragile reso saldo da Cristo. Un uomo che, dinanzi alla minaccia, scopre che il Sangue del Signore è più forte della paura.

    Questo vale anche per noi, pur nella vita ordinaria. Non tutti sono chiamati al martirio cruento. Tutti sono chiamati al martirio della fedeltà quotidiana. Vi è un martirio nascosto nel rimanere cristiani quando sarebbe più facile adattarsi, nel custodire la verità quando conviene tacere per quieto vivere, nel perdonare quando il risentimento sembra più giusto, nel servire senza essere riconosciuti, nel restare fedeli alla preghiera quando l’anima è arida. Sono forme meno appariscenti, e proprio per questo difficili da esibire, con grande dispiacere dell’ego umano che ama sempre un po’ di palcoscenico.

    La fortezza cristiana non è durezza. Non è ostinazione. Non è il gusto di resistere per sentirsi migliori degli altri. È una virtù che rende l’anima stabile nel bene, anche quando il bene diventa faticoso. Il Sangue di Cristo dà questa fortezza perché ci unisce al Crocifisso. Chi contempla il Signore trafitto impara che l’amore vero non arretra davanti al costo della fedeltà.

    Ci sono momenti in cui la vita cristiana richiede una decisione silenziosa: non cedere alla menzogna, non partecipare a una cattiveria, non tradire la coscienza, non rinunciare alla preghiera, non vergognarsi del Vangelo. Spesso queste scelte non fanno rumore. Nessuno le applaude. Nessuno le vede. Eppure lì si forma il cristiano. La santità non nasce soltanto nei grandi atti. Si prepara nelle piccole fedeltà che educano il cuore a non fuggire.

    La pratica spirituale può essere questa: chiedere al Signore la forza in un punto preciso della nostra vita. Non in generale, come si fa quando si prega in modo elegante e innocuo. Un punto concreto: una paura, una tentazione, una relazione difficile, una fedeltà che pesa, una verità da custodire. Possiamo dire: “Sangue di Cristo, rendimi saldo dove sono fragile”. Questa preghiera mette la nostra debolezza sotto la forza del Redentore.

    I martiri non appartengono al passato come figure da museo ecclesiastico. Sono la memoria viva di ciò che la grazia può compiere in un cuore consegnato. Il loro coraggio nasce dal Sangue di Cristo. La loro pace nasce dalla comunione con Lui. La loro vittoria non consiste nell’essere risparmiati dalla morte, ma nell’aver lasciato che Cristo fosse più grande della paura.

    Il Sangue di Cristo, fortezza dei martiri, ci liberi da una fede comoda, fragile, continuamente negoziata. Ci doni una fedeltà semplice e robusta. Non spettacolare, non rumorosa, non piena di dichiarazioni solenni. Una fedeltà vera, capace di restare con Cristo quando seguirlo costa qualcosa.

    Alla scuola di san Gaspare

    San Gaspare sapeva che il bene non si compie senza patire. La fortezza dei martiri nasce da questa comunione con Cristo: viene dal Sangue del Signore, che rende l’anima capace di restare fedele quando la fedeltà costa. (cfr. S. Gaspare del Bufalo, Lettera 893, Epistolario III.)

    Preghiera

    Gesù, Sangue che sostiene i martiri, rendimi forte nel bene che oggi mi costa. Non permettere che io fugga davanti alla verità, alla fedeltà, alla preghiera, al perdono o al servizio nascosto. Il tuo Sangue renda saldo ciò che in me è fragile e mi doni una fedeltà semplice, robusta e libera dal bisogno di applausi.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, fortezza dei martiri, salvaci.

  • XV Domenica del Tempo Ordinario

    Cari amici, l’evangelista Matteo continua a formarci come discepoli alla scuola di Gesù. Dopo averci condotti al ristoro dei piccoli, la liturgia oggi ci mette davanti al mistero della Parola seminata. Dio parla, la sua Parola scende nella storia come pioggia sulla terra, raggiunge il cuore dell’uomo, cerca spazio, attende frutto. Il discepolo non è formato solo dalle prove che attraversa o dai pesi che impara a portare con Cristo. È formato anzitutto dall’ascolto. Dove la Parola entra, la vita comincia a germogliare secondo Dio.

    La prima lettura ci offre una delle immagini più brillanti della Scrittura. Il Signore paragona la sua Parola alla pioggia e alla neve che scendono dal cielo, irrigano la terra, la fecondano, la fanno germogliare. La Parola di Dio è una forza viva, mandata da Dio per compiere ciò che Egli desidera. Quando Dio parla, la sua Parola porta dentro di sé una fecondità. Entra nella terra della nostra vita per far nascere ciò che da soli non potremmo produrre.

    Questa immagine ci libera da un’idea debole dell’ascolto. Spesso ascoltiamo la Parola come si ascolta una frase bella, un consiglio utile o una riflessione edificante. La Scrittura ci dice qualcosa di più profondo: la Parola opera. Lavora nel cuore, smuove ciò che si è indurito, raggiunge zone che noi stessi non sappiamo più abitare. Per questo la prima istruzione di questa domenica è semplice e seria: imparare a trattare la Parola come una presenza che entra nella vita per trasformarla. Prima ancora di chiederci che cosa dobbiamo fare, occorre chiederci se stiamo lasciando spazio a Dio perché possa parlare davvero.

    Il salmo raccoglie questa promessa e la trasforma in canto. Dio visita la terra, la disseta, benedice i suoi germogli. L’immagine della terra irrigata ci aiuta a comprendere che il frutto nasce da una visita accolta e da una pazienza custodita. La terra produce perché riceve l’acqua, la trattiene, le permette di scendere in profondità. Spesso pensiamo che la vita spirituale cresca attraverso lo sforzo di apparire già fertile. Il salmo ci educa a un’altra sapienza: il frutto nasce dalla pazienza di ricevere, trattenere e lasciar scendere in profondità. Anche il cuore umano ha bisogno di questa pazienza.

    Se desideriamo una vera vita spirituale, dobbiamo lavorare pazientemente sull’ascolto, affinché diventi fedele, e sulla preghiera, affinché diventi una dimora per il cuore. Quando si cerca un risultato immediato, tutto evapora in fretta, come tanti propositi nati durante la Messa e abbandonati alla porta della chiesa appena si esce. La vita spirituale non sopporta la pressione del subito. San Filippo Neri lo diceva con sapienza semplice: non si diventa santi in tre dì. E, purtroppo per noi, nemmeno in tre belle emozioni religiose ben confezionate.

    San Paolo allarga lo sguardo e ci chiede di contemplare tutta la creazione che geme e soffre le doglie del parto. Essa diventa immagine della nostra anima. Anche noi gemiamo interiormente, attendendo la redenzione del nostro corpo. È una pagina che dà profondità alla parabola del Vangelo. La Parola viene seminata dentro una storia che porta ancora ferite, attese, incompiutezze. Il cuore dell’uomo non sarà mai un campo neutro, perché è attraversato da fatiche, paure, desideri confusi, speranze ancora in travaglio. La Parola scende proprio lì, dentro una creazione che attende di essere liberata. E noi attendiamo di essere liberati. Questa attesa educa la pazienza.

    Dio non semina in un mondo ideale e non aspetta che la nostra vita sia ordinata per cominciare a lavorare. Il suo seminare è reale e ha come campo la nostra vita reale, dove ci sono gioie e stanchezze, slanci e resistenze, desiderio di bene e pesi che rallentano il cammino, cadute e desiderio di rialzarsi. Questo è consolante, perché il Signore non aspetta di trovare un terreno da manuale. Semina nella nostra storia concreta, anche quando la nostra storia assomiglia più a un cantiere aperto che a un giardino monastico. Dettaglio spiacevole per il nostro orgoglio, utilissimo per la salvezza.

    Così riceviamo l’insegnamento dalla pagina del Vangelo. Gesù esce di casa, si siede in riva al mare, sale su una barca e parla alla folla. Il seminatore esce a seminare. È un’immagine di grande larghezza. Il seminatore non calcola in modo avaro dove gettare il seme. La Parola viene seminata con abbondanza. Raggiunge la strada, il terreno sassoso, i rovi, la terra buona. Dio parla con generosità, anche quando il cuore dell’uomo sembra distratto, superficiale, ingombro o disponibile solo a tratti. La parabola ci mostra la fedeltà di Dio e, nello stesso tempo, ci invita a guardare con sincerità il terreno che siamo senza spaventarci. Ogni terreno è una diagnosi e non una condanna. Nell’esempio è presente anche la soluzione.

    Davanti a questa parabola dobbiamo liberarci da un pregiudizio: pensare che essa serva a classificare gli altri. Quando parliamo degli “altri”, rischiamo sempre di dimenticare che anche noi siamo “gli altri” per qualcuno. Per questo la parabola va ascoltata in prima persona. Gesù non la racconta per farci distribuire patenti agricole ai cuori altrui, sentendoci magari terreni fertili di prima qualità. Il Vangelo ci chiede un lavoro più onesto. Ogni cuore conosce tratti di strada battuta, zone dure, parti ingombre, spazi buoni. La domanda decisiva è questa: quale parte del mio cuore oggi impedisce alla Parola di scendere, crescere e portare frutto?

    La strada battuta è il cuore che ascolta senza lasciarsi raggiungere. La Parola passa, resta in superficie, viene portata via. Questo accade quando arriviamo alla Messa già pieni di rumore, quando ascoltiamo senza attenzione, quando la Scrittura viene ricevuta come sottofondo. L’istruzione è concreta: preparare l’ascolto. Bastano pochi minuti prima della Messa, un invito interiore, una domanda semplice: “Signore, quale parola vuoi seminare oggi nella mia vita?”. Senza questa disponibilità, anche il seme più buono resta esposto.

    Il terreno sassoso è il cuore che accoglie con entusiasmo e perde profondità appena arriva la fatica. La Parola emoziona, consola, accende un desiderio. Poi la prova chiede perseveranza e il germoglio si secca. Qui il Vangelo ci educa alla profondità. Non basta commuoversi. Occorre radicarsi. Una Parola ascoltata la domenica può diventare radice se viene ripresa durante la settimana, meditata, custodita in una scelta concreta. Una frase del Vangelo, portata nella giornata, può diventare più efficace di molte intenzioni rimaste in sospeso, quel museo di promesse spirituali che tutti amministriamo con notevole creatività.

    I rovi sono il cuore ingombro. Gesù nomina le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza. La Parola entra, trova spazio per un momento, poi viene soffocata da ciò che occupa il cuore. Qui il lavoro diventa liberante: riconoscere cosa ci sta soffocando. Una preoccupazione che assorbe tutto, un attaccamento che consuma libertà, una ricerca di sicurezza che non lascia più respirare la fede. Il discepolo impara a fare ordine, così le responsabilità restano al loro posto e non diventano padrone del cuore.

    Il terreno buono è il cuore che ascolta e comprende. Comprendere, nel Vangelo, non significa soltanto capire con la testa. Significa lasciarsi prendere interiormente, permettere alla Parola di orientare la vita. Il frutto nasce quando l’ascolto diventa obbedienza, quando una parola ricevuta si traduce in un gesto, in una decisione, in un modo nuovo di stare davanti a Dio e agli altri. Il cento, il sessanta, il trenta per uno ci ricordano che il frutto non è identico per tutti. Dio non lavora con la contabilità ansiosa delle prestazioni. Chiede a ciascuno una fecondità vera, secondo la misura della grazia ricevuta e della disponibilità offerta.

    Cari amici, questa domenica è un passo importante nel nostro crescere nel discepolato di Gesù, perché ci consegna un’istruzione molto concreta: custodire il terreno del cuore. Come fare? Possiamo cominciare scegliendo una Parola del Vangelo e portandola con noi per tutta la settimana. Non una frase generica. Una parola precisa, da ripetere nella preghiera e da verificare nelle scelte. Possiamo anche individuare un punto in cui il cuore è diventato duro, superficiale o ingombro, chiedendo al Signore di lavorare proprio lì. La Parola non chiede un cuore perfetto. Chiede un cuore disposto a lasciarsi arare.

    Poi può aiutarci un esercizio semplice: alla fine di ogni giornata, domandarci quale seme Dio ha deposto oggi e che cosa lo ha favorito o soffocato. Una conversazione, una fatica, una correzione ricevuta, un momento di silenzio, una scelta fatta con fede. La vita quotidiana è il campo dove la Parola continua il suo lavoro. Se la lasciamo entrare solo per il tempo di una celebrazione, la riduciamo a emozione religiosa. Se la custodiamo nei giorni, diventa principio di vita nuova.

    In questo modo Gesù ci sta formando domenica dopo domenica. Dopo aver imparato a portare il peso con Cristo, appaiati a Lui nel suo giogo, oggi impariamo a lasciarci fecondare dalla sua Parola. Dio semina con larghezza nella nostra vita. La sua Parola non torna a Lui vuota. Il nostro compito è preparargli il terreno, lasciando che la Parola scenda dove il cuore è duro, faccia spazio dove tutto è ingombro e maturi nel tempo fino a portare frutto. Allora anche la nostra vita, visitata dal Signore, potrà germogliare e diventare pane per il cammino di altri.

  • Sangue di Cristo, vincitore dei demòni

    Cari amici, buongiorno e buona domenica. La preghiera litanica di questa mattina usa un linguaggio che può sembrare distante dalla sensibilità moderna: il Sangue di Cristo è vincitore dei demòni.

    Eppure questa invocazione è profondamente evangelica. Gesù è venuto per distruggere le opere del Maligno. Nei Vangeli lo vediamo liberare gli indemoniati, smascherare la menzogna, vincere la tentazione nel deserto, affrontare l’ora delle tenebre nella Passione. La redenzione non è soltanto guarigione interiore o consolazione morale. È vittoria reale di Cristo sul peccato, sulla morte e sul potere delle tenebre.

    Parlare dei demòni oggi provoca spesso due reazioni sbagliate. Alcuni ridono, come se il male personale fosse un residuo di immaginazione medievale, mentre intanto credono a qualsiasi superstizione moderna purché abbia un nome inglese e una grafica elegante. Altri vedono il demonio ovunque, perdono il senso della responsabilità personale e trasformano la vita cristiana in una caccia continua ai segni oscuri. La fede cattolica non cade né nel razionalismo che nega, né nella paura che ingigantisce. Cristo è il centro. Il suo Sangue è la vittoria.

    Il demonio agisce anzitutto come menzognero e accusatore. Menzognero, perché presenta il peccato come libertà, il sospetto come prudenza, la superbia come dignità, l’egoismo come cura di sé. Accusatore, perché dopo aver attirato l’uomo nel male, gli sussurra che non c’è più speranza. Prima seduce, poi schiaccia. Strategia antica, e purtroppo ancora molto efficace, segno che l’uomo ha una memoria spirituale piuttosto corta.

    Il Sangue di Cristo vince questa doppia menzogna. Contro la seduzione del peccato, rivela il prezzo dell’amore vero. Contro l’accusa disperante, proclama che la misericordia è più forte della colpa. Il Maligno vuole separarci dal Padre. Il Sangue del Figlio ci riconduce al Padre. Il Maligno vuole farci credere che siamo soli. Il Sangue di Cristo ci inserisce nella comunione della Chiesa. Il Maligno vuole trasformare la ferita in identità. Cristo la trasforma in luogo di redenzione.

    Questa invocazione ha anche un valore molto concreto nella vita quotidiana. Non dobbiamo immaginare la lotta spirituale soltanto in forme straordinarie. Molto spesso essa passa attraverso pensieri insistenti, scoraggiamenti, divisioni, tentazioni ripetute, rancori custoditi, compromessi accettati, curiosità spiritualmente pericolose, abitudini che lentamente indeboliscono l’anima. Il male non entra sempre facendo rumore. Spesso preferisce la discrezione, perché conosce bene il nostro amore per le piccole concessioni.

    Invocare il Sangue di Cristo significa mettersi sotto la signoria del Crocifisso risorto. Non è una formula magica. È un atto di fede. È riconoscere che la nostra forza non basta, che la vigilanza è necessaria, che la grazia è più potente della tentazione. La tradizione spirituale della Chiesa ha sempre dato grande importanza all’invocazione del Nome di Gesù, alla preghiera, ai sacramenti, alla confessione frequente, all’Eucaristia, alla custodia dei sensi, alla fuga dalle occasioni prossime di peccato. Sono cose semplici. Proprio per questo l’uomo moderno spesso le trascura, preferendo soluzioni complicate e meno efficaci, come da manuale.

    La pratica spirituale può essere un atto di rinuncia. Non generico. Uno concreto. Rinunciare a un pensiero che alimenta il male, a un’abitudine che sporca il cuore, a una curiosità che indebolisce la fede, a una parola che crea divisione. E accompagnare questa rinuncia con l’invocazione: “Sangue di Cristo, custodiscimi”. La libertà cristiana cresce attraverso atti piccoli e reali, non attraverso dichiarazioni solenni lasciate poi a morire nella solita aria tiepida dei buoni propositi.

    Il Sangue di Cristo, vincitore dei demòni, ci dona anche pace. La lotta spirituale esiste, e non va presa alla leggera. Eppure il cristiano non vive sotto il dominio della paura. Cristo ha già vinto. La croce, che sembrava il trionfo delle tenebre, è diventata il luogo della vittoria. Il Sangue dell’Agnello è più forte di ogni potenza nemica. Chi resta unito a Cristo nella fede, nei sacramenti e nella vita di grazia non cammina disarmato.

    La vittoria di Cristo chiede di essere accolta ogni giorno. Non basta sapere che il Sangue del Signore ha vinto il male. Occorre lasciarsi segnare da quel Sangue, come Israele nella notte della Pasqua fu custodito dal sangue dell’agnello. Anche noi siamo chiamati a vivere sotto questo segno: con una coscienza vigilante, una preghiera perseverante, una fiducia più grande della paura. Dove arriva il Sangue di Cristo, le tenebre non hanno l’ultima parola.

    Alla scuola di san Gaspare

    Nelle prove dell’opera apostolica, san Gaspare ripeteva che il Divin Sangue incoraggia. Anche la lotta spirituale va vissuta da questa certezza: il male esiste, la tentazione ferisce, e il Sangue dell’Agnello è più forte di ogni potenza nemica. (cfr. S. Gaspare del Bufalo, Lettera 926, Epistolario III.)

    Preghiera

    Signore Gesù, il tuo Sangue ha vinto il peccato, la morte e le potenze delle tenebre. Custodiscimi oggi nelle tentazioni, nei pensieri che confondono, nelle abitudini che indeboliscono l’anima. Rendimi vigilante senza paura, umile senza scoraggiamento, saldo nella fede e unito a te nei sacramenti e nella preghiera.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, vincitore dei demòni, salvaci.

  • Cari amici, ieri abbiamo visto Gaetano Bonanni giovane sacerdote nella bufera rivoluzionaria e napoleonica. Lo abbiamo visto in piedi, mentre Roma e la Chiesa attraversavano anni di confusione, di paura e di ferite profonde. Ci sono persone che, davanti alla crisi, si limitano a sopravvivere; altre si abituano a lamentarsi, con quella triste vocazione umana a trasformare ogni disgrazia in commento permanente. Bonanni fece altro: guardò la crisi della Chiesa e comprese che non bastava aspettare tempi migliori.

    Bisognava preparare uomini migliori, e oggi incontriamo uno dei passaggi più importanti della sua vita: la nascita dell’Opera degli Operai Evangelici.

    Per comprendere questa fondazione bisogna tornare agli anni difficili che seguirono la grande bufera rivoluzionaria e napoleonica. Roma era ferita e la vita ecclesiale era stata scossa in profondità; molte istituzioni religiose erano state indebolite, il popolo aveva bisogno di essere nuovamente istruito nella fede e il clero sentiva la necessità di ritrovare zelo, ordine e unità interiore.

    Bonanni vide tutto questo con lucidità, capendo che la Chiesa non poteva rialzarsi soltanto riparando edifici o riaprendo uffici. Doveva tornare a formare sacerdoti capaci di annunciare il Vangelo, di predicare al popolo, di confessare, di istruire e di vivere il ministero con disciplina e ardore.

    Già a partire dal 1800, don Gaetano aveva cominciato a radunare nella sua abitazione, nei pressi di piazza Navona, alcuni tra i sacerdoti più zelanti della città. Quel primo gruppo prese il nome di Santa Lega, un titolo semplice e forte, nato dal desiderio di unire le energie migliori del clero romano per coordinare la predicazione e le missioni popolari. Non si trattava di un salotto spirituale, né di una compagnia di ecclesiastici devoti alle buone intenzioni; era un tentativo concreto di rispondere alla crisi con la forza del sacerdozio vissuto seriamente.

    A pensarci bene, quella casa nei pressi di piazza Navona aveva qualcosa di sorprendente. Mentre Roma era ferita, il Papa viveva lontano dalla sua sede e la Chiesa sembrava stretta nella morsa della politica napoleonica, in quelle stanze non si preparava una rivolta, ma una risposta evangelica. Non era un covo di carbonari, anche se dall’esterno avrebbe potuto sembrarlo a qualche funzionario imperiale particolarmente ansioso. Era qualcosa di più serio e, per questo, più pericoloso per il mondo nuovo che avanzava: una casa dove alcuni sacerdoti cominciavano a pensare che la Chiesa si ricostruisce formando uomini di Dio.

    Nel 1808 l’iniziativa si allargò. Bonanni promosse un oratorio notturno destinato all’istruzione dei lavoratori al termine della giornata, un particolare bellissimo che rivela il suo realismo pastorale. Egli non immaginava una fede riservata a chi aveva tempo, cultura o comodità; cercava il popolo là dove poteva essere raggiunto, anche quando la giornata era ormai consumata dalla fatica.

    Poi arrivò la svolta. Nella primavera del 1813, quell’esperienza maturata lentamente nelle stanze romane di Bonanni prese una forma più precisa; il piccolo nucleo di sacerdoti non sarebbe rimasto una semplice unione informale, ma sarebbe diventato una vera opera strutturata: l’Opera degli Operai Evangelici.

    Il nome era già un programma: “Operai”, perché il Vangelo non si serve da lontano come spettatori ben educati, ma lavorando nel campo del Signore con pazienza, fatica e perseveranza; “Evangelici”, perché il loro compito consisteva nell’annunciare Cristo, ravvivare la fede e ricondurre le anime alla vita cristiana, rifiutando di difendere una semplice nostalgia.

    Per dare una sede a questa nuova realtà, mons. Francesco Albertini concesse l’uso della chiesa di Santa Maria in Vincis, in piazza Montanara, ai piedi della Rupe Tarpea. Anche il luogo possiede una sua forza simbolica: una piccola chiesa romana, nel cuore di una città segnata da rovine antiche e ferite moderne, diventava il punto di partenza di una nuova stagione missionaria.

    La prima adunanza ufficiale dell’Opera si tenne proprio lì, nella sera della festa del Corpus Domini del 1813, il 17 giugno. È bello pensare che questa fondazione sia nata nel giorno in cui la Chiesa contempla il dono dell’Eucaristia; lì dove Cristo dona il suo Corpo, un gruppo di sacerdoti si riunisce per donare nuovamente la propria vita alla missione. Non si tratta di una coincidenza marginale, ma di una luce sul senso dell’opera: il sacerdote nasce dall’altare e all’altare deve ricondurre il popolo.

    Da quella sera cominciò un’esperienza destinata a incidere profondamente sulla stagione missionaria romana. L’Opera degli Operai Evangelici avrebbe preparato il terreno alla grande fioritura successiva; Don Gaspare del Bufalo entrerà in questa storia, ne assumerà lo slancio e lo porterà verso una forma nuova, ardente e missionaria.

    Ma prima c’è don Gaetano Bonanni con la sua casa, ci sono quei sacerdoti raccolti attorno a lui, c’è Santa Maria in Vincis, la sera del Corpus Domini del 1813 e un’intuizione semplice e potente: per ricostruire la Chiesa bisogna ricominciare da sacerdoti formati, uniti e consegnati alla predicazione e alla cura delle anime.

    Questa è una lezione che non appartiene solo al passato. Anche oggi, quando la Chiesa attraversa fatiche, smarrimenti e stanchezze, la tentazione è inventare parole nuove per evitare conversioni antiche; Bonanni ci ricorda una via più seria, fatta di formazione del clero, annuncio del Vangelo, ritorno al popolo e ricostruzione dal basso, senza spettacolo.

    L’Opera degli Operai Evangelici nacque così: come risposta alla crisi, non come monumento personale. Don Gaetano non cercava di fondare qualcosa che parlasse di lui, cercava uomini che parlassero di Cristo.

    La Chiesa, quando attraversa le grandi crisi, viene sempre tentata da due scorciatoie: maledire il tempo presente senza convertirsi, oppure inseguirlo fino a perdere la propria anima. Bonanni non scelse né l’una né l’altra via. Non si limitò a rimpiangere un mondo che stava crollando, e non pensò di salvare la Chiesa facendola ragionare secondo le categorie di chi la stava ferendo. Scelse una via più cattolica, dunque più esigente: formare sacerdoti. Perché quando il clero si indebolisce, il popolo resta esposto; quando il sacerdote perde forma interiore, la Chiesa diventa fragile anche se conserva ancora edifici, uffici e parole solenni.

    Per questo gli Operai Evangelici non furono una fuga dalla storia. Furono una risposta dentro la storia. Mentre la Chiesa usciva ferita dalla rivoluzione e dalla pressione napoleonica, Bonanni non cercò di salvare soltanto strutture compromesse o abitudini antiche. Cercò uomini di Dio. Capì che le idee si combattono anche generando sacerdoti diversi: più formati, più interiori, più missionari, più liberi dalla paura e dalla vanità. È questa la vera profezia cattolica: non adattarsi al mondo per farsi accettare, né rinchiudersi nel rimpianto per non essere feriti, ma tornare a Cristo e da Cristo tornare al popolo.

    E anche questa pagina appartiene alla memoria che stiamo ricomponendo in questi giorni, perché mostra il nome di chi, nel silenzio, preparò una delle radici più profonde della nostra famiglia missionaria CPPS.

  • Sangue di Cristo, fiume di misericordia

    Cari amici, buongiorno e buon fine settimana. Oggi contempliamo il Sangue di Gesù che è come un fiume di misericordia. Questa immagine è ricca e luminosa.

    Il fiume nasce da una sorgente, scorre, attraversa la terra, porta vita dove passa. Non resta fermo, non si chiude su se stesso, non custodisce gelosamente la propria acqua. Il Sangue di Cristo è fiume perché la misericordia di Dio non è immobile. Dal Cuore trafitto del Signore sgorga una corrente viva che raggiunge la Chiesa, i sacramenti, i peccatori, i sofferenti, i lontani, ogni anima che si lascia toccare dalla grazia.

    La misericordia non è debolezza di Dio. È la sua onnipotenza che si china sulla miseria dell’uomo per risollevarla. San Tommaso insegna che è proprio di Dio usare misericordia, e in questo si manifesta in modo eminente la sua onnipotenza. Questo è decisivo. La misericordia non contraddice la giustizia, non cancella la verità, non rende indifferente il bene e il male. La misericordia guarisce la miseria secondo la verità. Non chiama luce le tenebre, porta luce dentro le tenebre.

    Il Sangue di Cristo è fiume di misericordia perché non si limita a coprire esteriormente il peccato. Lo raggiunge alla radice. Là dove l’uomo ha tradito, Cristo dona fedeltà. Là dove l’uomo ha scelto la morte, Cristo versa vita. Là dove l’uomo si è chiuso, Cristo apre un passaggio. Il suo Sangue non scorre come accusa, ma come redenzione. Non viene a umiliare il peccatore, viene a strapparlo alla sua rovina.

    Questa immagine del fiume ci aiuta anche a comprendere la storia della nostra anima. A volte ci sono zone interiori che sembrano aride. Luoghi dove non cresce più nulla: una speranza spenta, una relazione irrigidita, una colpa mai davvero consegnata, una ferita diventata durezza, una paura trasformata in controllo. Il Sangue di Cristo può raggiungere anche queste terre secche. La misericordia non si scoraggia davanti alle nostre desertificazioni spirituali, anche se noi siamo bravissimi a trasformare piccoli rancori in monumenti permanenti, con tanto di custodia notturna.

    Il fiume di misericordia chiede però di essere accolto. L’acqua passa, e chi resta chiuso nella propria autosufficienza non beve. Non basta dire che Dio è misericordioso. Occorre esporsi alla misericordia. Occorre lasciarsi lavare. Occorre rinunciare alla strana pretesa di salvarsi da soli o di restare attaccati alla propria miseria come a una proprietà privata. La misericordia non ci lascia padroni delle nostre catene. Ci libera.

    Nel Vangelo vediamo questo fiume passare continuamente. Gesù guarda Matteo al banco delle imposte e lo chiama. Si lascia toccare dalla donna peccatrice. Raggiunge Zaccheo sulla soglia della sua casa. Perdona Pietro dopo il rinnegamento. Promette il paradiso al ladrone pentito. Ogni volta il Sangue che sarà versato sulla croce è già misteriosamente presente nella misericordia che guarisce e ricrea.

    La pratica spirituale può essere quella di compiere un atto concreto di misericordia. Non generico, non sentimentale, non da manifesto. Una visita, una telefonata, una parola di riconciliazione, un gesto di pazienza, un perdono iniziato, un giudizio sospeso. La misericordia ricevuta deve diventare misericordia donata. Chi beve al fiume del Sangue di Cristo non può poi distribuire agli altri soltanto aridità.

    Occorre anche imparare ad avere misericordia verso se stessi nel modo giusto. Non indulgenza complice, non autogiustificazione. Misericordia vera: riconoscere la propria povertà davanti a Dio senza disperare, lasciarsi perdonare senza continuare a scavare nella colpa come se la croce non bastasse. A volte l’orgoglio assume perfino la maschera del rimorso interminabile. Sembra umiltà, invece è incapacità di accogliere il perdono.

    Il Sangue di Cristo, fiume di misericordia, continua a scorrere nella Chiesa. Scorre nei sacramenti, nella Parola, nella preghiera, nella carità nascosta, nelle lacrime dei penitenti, nella pazienza dei santi, nella fedeltà dei piccoli. Beato chi non resta sulla riva a commentare l’acqua. Beato chi vi entra con fiducia e lascia che Cristo renda feconda anche la terra più stanca del cuore.

    Alla scuola di san Gaspare

    San Gaspare raccomandava di avere fiducia nel Divin Sangue. Questa fiducia apre il cuore alla misericordia senza rendere leggero il peccato. Il Sangue di Cristo non copre la miseria come un velo, la raggiunge come redenzione e la trasforma in possibilità nuova. (cfr. S. Gaspare del Bufalo, Lettera 859, Epistolario III.)

    Preghiera

    Gesù, il tuo Sangue è fiume di misericordia che raggiunge anche le terre più aride del cuore. Entra nelle zone secche della mia vita, dove la speranza si è spenta e la durezza ha preso casa, con regolare contratto d’affitto. Rendimi capace di ricevere misericordia senza difendermi e di donarla con gesti concreti a chi oggi incontrerò.

    Giaculatoria

    Sangue di Cristo, fiume di misericordia, salvaci.

  • Cari amici, oggi Lo spirito sacerdotale rinnovato di Mons. Gaetano Bonanni è entrato in stampa.

    Quando, mesi fa, iniziai le mie ricerche per la traslazione delle sue spoglie, non immaginavo che quel lavoro mi avrebbe portato a ritrovare anche questa sua opera, pubblicata duecento anni fa.

    Da allora è cominciato un lungo cammino di studio, di revisione e di riscoperta. Pagina dopo pagina, Bonanni ha ripreso a parlare.

    Tra qualche giorno il volume sarà tra le mani dei confratelli, proprio mentre ci prepariamo ad accompagnare il suo ritorno a Roma, nella Chiesa di Santa Maria in Trivio.

    A volte la Provvidenza fa incontrare persone che sembravano appartenere soltanto al passato. Poi ci si accorge che avevano ancora qualcosa da dire.