Sessant’anni di missione dei Missionari del Preziosissimo Sangue in Tanzania

Manyoni, celebrazione del giubileo della presenza CPPS in Tanzania e ordinazione di quattro nuovi diaconi

Una celebrazione lunga come la gratitudine

Scrivo mentre porto ancora negli occhi e nel cuore la lunga celebrazione vissuta oggi a Manyoni per i sessant’anni della presenza dei Missionari del Preziosissimo Sangue in Tanzania. È stata una cerimonia di sette ore. Detta così, per noi abituati a misurare tutto con il cronometro, sembra già una prova di resistenza. In realtà, dentro il ritmo ampio e festoso della Chiesa africana, quella durata ha avuto un significato preciso: una memoria così grande non poteva essere liquidata con pochi saluti e qualche applauso ordinato.

A Manyoni il tempo non si è misurato soltanto dall’orologio, ma dalla gratitudine. Canti, processioni, interventi, memoria storica, testimonianze, riconoscimenti, autorità ecclesiastiche e civili hanno dato alla giornata il tono di un grande atto di riconoscenza. Non ho avuto l’impressione di assistere a una semplice commemorazione. Mi è sembrato piuttosto di vedere una Chiesa che ha voluto raccontare a se stessa da dove viene, che cosa ha ricevuto e quale responsabilità porta oggi davanti a Dio e davanti al popolo.

La festa ha avuto due centri profondamente uniti tra loro. Da una parte, il giubileo della presenza della Congregazione in Tanzania, iniziata nel 1966 con l’arrivo dei primi missionari. Dall’altra, l’ordinazione di quattro nuovi diaconi Missionari del Preziosissimo Sangue, incorporati definitivamente all’Istituto proprio alla vigilia di questa celebrazione. La memoria dei padri e la consacrazione dei figli si sono incontrate nello stesso altare. Questo intreccio mi ha colpito molto: non si è celebrato soltanto ciò che è stato, si è visto ciò che continua a nascere.

All’inizio della celebrazione, il parroco di Manyoni ha dato il tono spirituale dell’intera giornata: ringraziare Dio per l’arrivo dei missionari, per l’opera di evangelizzazione, per lo sviluppo umano e sociale, per la crescita della Chiesa e della Congregazione in Tanzania. La sua parola ha impedito subito di ridurre tutto a un anniversario istituzionale. Si trattava di riconoscere una grazia che, attraversando la fatica della missione, ha preso carne nella vita concreta di un popolo.

Dal 1966 a Manyoni: l’inizio della missione

Il racconto storico ha riportato l’assemblea alle origini. I primi Missionari del Preziosissimo Sangue arrivarono in Tanzania il 19 maggio 1966, proprio mentre la Congregazione ricordava i centocinquant’anni dalla fondazione. Don Giuseppe Montenegro, don Dino Gioia e fratel Francesco Palumbo giunsero a Dodoma, accolti dai Passionisti sotto la guida del primo vescovo della diocesi. L’11 febbraio 1967 arrivarono a Manyoni e iniziarono il loro servizio pastorale tra la gente del luogo. Da lì la missione cominciò a mettere radici.

Manyoni è stata il primo grembo di questa storia. Da quella presenza iniziale, fragile e affidata alla Provvidenza, sono nate nuove aperture, nuove parrocchie, nuove opere, nuove collaborazioni. La missione si è allargata a Itigi, Chibumagwa, Tegeta, poi ad altre diocesi e regioni della Tanzania. La geografia dell’annuncio ha seguito la geografia dei bisogni: dove c’erano comunità da accompagnare, poveri da servire, giovani da formare, malati da curare, il carisma del Preziosissimo Sangue ha trovato una strada.

Sentendo ripercorrere questi inizi, ho pensato alla sproporzione evangelica che accompagna sempre le opere di Dio. All’inizio ci sono pochi uomini, poca sicurezza, molta fatica. Poi, col tempo, ciò che sembrava piccolo diventa storia, popolo, appartenenza. La missione nasce così: non con l’aria trionfale dei progetti già riusciti, ma con la disponibilità di chi parte senza sapere fino in fondo che cosa il Signore farà della sua obbedienza.

Il Vangelo del Sangue diventa opere

Il carisma di san Gaspare non è arrivato in Tanzania come un’idea astratta. È arrivato con uomini concreti, con il loro accento, la loro fatica, la loro disponibilità, le loro povertà. È arrivato con la Parola predicata e con le mani sporche della missione. Per questo, lungo i decenni, l’evangelizzazione ha preso la forma di parrocchie, scuole, ospedali, pozzi d’acqua, case di formazione, iniziative sociali, collaborazione con le suore, con i laici e con le istituzioni civili.

Il Sangue di Cristo, annunciato come mistero di redenzione e riconciliazione, è diventato servizio alla vita concreta della gente. La missione non è stata soltanto un’opera religiosa nel senso ristretto del termine. È stata presenza evangelica dentro la carne della storia. Ha battezzato, confessato, celebrato, predicato; ha educato, curato, scavato pozzi, formato giovani, sostenuto famiglie, accompagnato comunità. Non ha separato l’altare dalla strada, né la devozione dalla promozione umana.

Questo aspetto, oggi, mi è parso particolarmente luminoso. Il Sangue di Cristo non è una parola da custodire in sacrestia come un oggetto prezioso. È una forza che cerca l’uomo ferito, lo rialza e lo rimette dentro una vita più degna. Per questo le opere sociali non appaiono come qualcosa di aggiunto alla missione. Nascono dalla stessa sorgente. Dove il Sangue di Cristo è annunciato seriamente, la fede diventa cura, educazione, presenza, responsabilità.

Da terra di missione a Provincia missionaria

Nel corso degli anni, quella presenza iniziale non è rimasta una missione appoggiata dall’esterno. Lentamente, con la pazienza propria delle opere di Dio e con la fatica molto concreta degli uomini, è diventata una storia tanzaniana. La Congregazione non si è limitata a servire comunità già esistenti. Ha cominciato a formare vocazioni, a costruire case di studio, ad accompagnare giovani chiamati a vivere il carisma del Preziosissimo Sangue nella propria terra, nella propria lingua, dentro la propria cultura.

Una missione può produrre opere buone e restare dipendente da chi l’ha fondata. In Tanzania è accaduto qualcosa di più profondo. Il seme ricevuto dai primi confratelli ha messo radici nel popolo, nella Chiesa locale, nei giovani che hanno cominciato a riconoscere nel carisma di san Gaspare una via per la propria consacrazione e per il proprio servizio. La missione, da presenza venuta da lontano, è diventata lentamente appartenenza.

Durante la celebrazione si sono ricordati i primi confratelli locali entrati stabilmente nella Congregazione, don Onesphory Kayombo e padre Felix Msobozi. Questo passaggio mi ha toccato in modo particolare. Sono stato seminarista con loro e ho condiviso il tempo dell’incorporazione. Mi resta caro anche il ricordo di don Onesphory, morto qualche anno fa. Sentire oggi il suo nome dentro questa grande memoria tanzaniana mi ha fatto percepire che la storia della missione non passa soltanto attraverso gli archivi, passa attraverso amicizie, volti, anni condivisi, partenze e ritorni che restano impressi nella vita.

Il cammino istituzionale ha accompagnato questa maturazione. La realtà tanzaniana è passata attraverso il tempo del Vicariato, costituito nel 1998, fino alla nascita della Provincia nel 2015. Oggi, nel 2026, mentre celebra i sessant’anni dall’arrivo dei primi missionari, la Tanzania è riconosciuta come una delle Province più grandi della Congregazione. È un dato che non va letto soltanto in termini numerici. Dice che una storia iniziata con pochi uomini, in condizioni fragili, è diventata un corpo ecclesiale capace di camminare, formare, governare e inviare.

Qui si vede la fecondità vera di una missione. Non quando tutto resta legato alla memoria dei fondatori, né quando le opere sopravvivono come monumenti a un tempo eroico. La missione è feconda quando genera una soggettività nuova, quando il popolo evangelizzato diventa a sua volta evangelizzatore, quando il carisma non viene semplicemente conservato, ma pronunciato con voce propria. In Tanzania il sogno di san Gaspare non è rimasto italiano. Ha imparato lo swahili, ha assunto il passo del popolo, ha preso il colore e il ritmo della Chiesa africana.

Sale e luce: l’omelia che interpreta il giubileo

L’arcivescovo, nell’omelia, ha interpretato l’intera celebrazione alla luce del Vangelo: “Voi siete il sale della terra” e “Voi siete la luce del mondo”. Il sale dà sapore, conserva, impedisce la corruzione, rafforza ciò che rischia di indebolirsi. La luce illumina, permette di camminare, scalda, rende visibile ciò che altrimenti resterebbe nell’ombra. Applicate alla missione del Preziosissimo Sangue, queste immagini hanno dato alla celebrazione la sua chiave spirituale.

Mentre ascoltavo, mi è sembrato che l’omelia non stesse semplicemente elogiando i sessant’anni trascorsi. Stava chiedendo alla Congregazione di rimanere se stessa. Essere missionari del Preziosissimo Sangue significa portare sapore dove la vita è diventata amara, custodire dove l’umano rischia di corrompersi, illuminare dove la paura e l’abbandono rendono incerto il cammino. Significa entrare nei luoghi difficili senza cercare scuse eleganti.

San Gaspare aveva compreso che il Sangue di Cristo non è una devozione da salotto religioso, ma una forza di redenzione che cerca l’uomo ferito, lo raggiunge nella sua miseria e lo restituisce alla dignità dei figli. L’arcivescovo ha ricordato l’audacia del fondatore davanti alle situazioni più dure del suo tempo. San Gaspare non andava dove tutto era già ordinato, pio e pronto a ricevere una predica ben confezionata. Andava dove il male sembrava aver reso gli uomini irraggiungibili. A coloro che portavano armi, annunciava un’arma più forte: il Sangue di Cristo, capace di purificare, riconciliare, spezzare catene interiori più dure del ferro.

Da qui è nato anche un ammonimento. Il sale può perdere sapore. La luce può indebolirsi. Una Congregazione può crescere nei numeri e nelle strutture, e rischiare ugualmente di smarrire la forza del proprio carisma. Per questo il giubileo non è stato soltanto celebrazione, è stato anche verifica. Sessant’anni di storia chiedono gratitudine e chiedono fedeltà nuova. Non basta essere molti. Non basta avere opere. Non basta essere riconosciuti. Occorre restare sale vero e luce viva, perché il popolo non ha bisogno di presenze decorative, ma di uomini consumati dal Vangelo.

Quattro nuovi diaconi: il futuro dentro la memoria

La celebrazione ha espresso la fecondità della missione attraverso l’ordinazione di quattro nuovi diaconi, incorporati ieri sera in modo definitivo all’Istituto: Samson Chacha Masiko, Ladislaus Revocatus Lusato, Gervas Pascal Kai e Gregory Elias Mbwete. La loro ordinazione, inserita dentro il giubileo, non è stata un’aggiunta cerimoniale alla festa. È stata il segno più eloquente della continuità. Mentre si ricordavano i primi missionari arrivati sessant’anni prima, la Chiesa ha imposto le mani su nuovi servitori del Vangelo nati dentro quella stessa storia.

In questo intreccio tra memoria e ordinazione ho riconosciuto uno dei nuclei più belli dell’intera giornata. I padri sono stati ricordati, i figli sono stati consacrati. La gratitudine per il passato non ha chiuso lo sguardo su ciò che è stato, lo ha aperto su ciò che ancora deve venire. Una missione resta viva solo quando la memoria diventa vocazione, quando la riconoscenza diventa responsabilità, quando il dono ricevuto non viene custodito come un oggetto prezioso, ma rimesso in circolazione attraverso nuove vite donate.

L’ordinazione diaconale ha dato alla celebrazione una profondità sacramentale particolare. Il diacono è ordinato per il servizio della Parola, dell’altare e della carità. In una storia come quella tanzaniana, segnata dall’annuncio del Vangelo e dal servizio concreto ai poveri, ai malati, ai giovani e alle comunità lontane, il diaconato è apparso quasi come una sintesi vivente del cammino compiuto. Quei quattro giovani non hanno ricevuto soltanto un ministero personale. Sono entrati in una storia più grande di loro, chiamati a servirla senza possederla, a continuarla senza impoverirla, a consegnarla ancora più viva a chi verrà dopo.

I nuovi diaconi sono stati invitati a vivere il ministero come educazione, guarigione e consolazione. Dovranno predicare, battezzare, assistere i malati, accompagnare i poveri, servire l’altare, custodire la preghiera della Chiesa. Dovranno farlo nella fedeltà agli impegni assunti, nella povertà, nell’obbedienza, nel celibato, nella disponibilità a non risparmiarsi. Il loro ministero sarà credibile solo se porterà davvero il profumo del servizio.

I volti della memoria: missionari, provinciali e testimoni

Dopo la celebrazione eucaristica e l’ordinazione dei nuovi diaconi, la giornata è entrata nella parte della memoria riconoscente. Non è stata una parentesi, né una semplice sequenza di saluti. La storia dei sessant’anni è stata restituita al popolo attraverso i nomi, i volti e le voci di coloro che l’hanno resa possibile. La missione, a quel punto, non è apparsa più come una cronologia di fondazioni, ma come una trama di vite donate.

Sono stati anzitutto salutati i responsabili della Congregazione presenti alla celebrazione: il Padre Generale, don Emmanuel Lupi, il Segretario Generale, padre Peter Msaga, il Provinciale, padre Vedasto Ngowi, e il suo Consiglio. Insieme a loro sono stati salutati idealmente tutti i Missionari del Preziosissimo Sangue presenti, coloro che oggi portano sulle proprie spalle l’eredità di una storia iniziata sessant’anni prima. In quel momento l’assemblea vedeva raccolte insieme la Provincia tanzaniana, la Congregazione universale e la Provincia italiana, dalla quale partirono i primi missionari.

Un’attenzione particolare è stata riservata alla delegazione italiana: don Benedetto Labate, Provinciale d’Italia, don Flavio Calicchia, don Stefano Trio e gli ex provinciali don Giovanni Francilia e don Pietro Battista, che hanno sostenuto la missione attraverso responsabilità di governo e scelte concrete compiute nella Provincia italiana. È una memoria importante, perché una missione non nasce solo da chi parte. Nasce anche da chi accompagna, decide, sostiene, invia, rischia risorse e fiducia. La storia africana della Congregazione è stata resa possibile da molti confratelli che, anche da lontano, hanno creduto in quel cammino.

Don Pietro Battista ha offerto una memoria semplice e viva. Ha ricordato l’arrivo in Tanzania, quando non si sapeva neppure bene dove fosse Manyoni, il viaggio da Dar es Salaam durato diciotto ore, le strade impraticabili, il fango, l’accoglienza segnata da una parola diventata simbolo: Karibuni Tanzania, “benvenuti in Tanzania”. Mentre ascoltavo quel racconto, mi pareva di vedere il contrasto tra la solennità della festa di oggi e la povertà degli inizi. Il missionario non arrivava in una cartolina esotica. Arrivava nel fango, nella pioggia, nelle strade difficili. E proprio lì nasceva una storia.

Don Giovanni Francilia, arrivato in Tanzania nel 1981 come studente, ha raccontato di essersi sentito profondamente preso da quella terra, dalla cultura e dal popolo. Poi, come consigliere e come Provinciale italiano, ha ricordato l’attenzione portata alla Tanzania e alle opere che stavano crescendo. Le sue parole hanno aiutato a leggere il rapporto tra Italia e Tanzania non come dipendenza, ma come cooperazione: ciò che è stato avviato dalla Provincia italiana è stato poi sviluppato, reso più grande e più bello dalla collaborazione dei tanzaniani.

Particolarmente intensa è stata la testimonianza di don Vincenzo Boselli, che ha parlato non come un ospite venuto a ricordare, ma come un figlio di Manyoni. Arrivato in Tanzania nel 1973, a ventitré anni, volle studiare nel Paese, vivere con i seminaristi tanzaniani, mangiare con loro, imparare la lingua e il cuore della gente. La sua missione nacque da questa scelta: non parlare dall’esterno, ma entrare nella vita del popolo.

Dal 1977 raccolse a Manyoni il lavoro iniziato da p. Joseph Montenegro. Prima della partenza del pioniere, volle che fosse posta la prima pietra della chiesa; poi gli fu affidato il compito di continuare e costruire. Rimase parroco a Manyoni per circa venticinque anni, intrecciando l’annuncio del Vangelo con la vita concreta della gente. Anche il suo ricordo dell’Ajip Sports Club, la squadra che allenò da giovane, dice quanto la missione fosse immersa nella quotidianità del popolo.

Nel suo intervento ha ricordato la fatica dei viaggi, le notti nel bush, le distanze, la stanchezza, la tentazione di chiedersi se tutto quel lavoro avrebbe portato frutto. Poi ha consegnato una delle immagini più belle della giornata: il missionario deve andare e seminare, anche quando non sa quale seme Dio gli sta mettendo in mano e quale frutto nascerà. Guardando la folla riunita per il sessantesimo anniversario, ha riconosciuto con commozione che quel seme aveva portato frutto. Per questo Manyoni resta nel suo cuore come una patria missionaria.

Anche oggi p. Boselli continua il suo servizio in Tanzania, nel Villaggio della Speranza a Kisasa, Dodoma, accanto ai bambini più fragili e bisognosi di cura. La sua testimonianza ha mostrato che la missione non è soltanto fondare opere, ma appartenere a un popolo fino a poter dire, con verità, “sono figlio di questa terra”.

Anche don Francesco Bartoloni ha offerto una testimonianza breve e intensa. Arrivato in Tanzania il 17 gennaio 1975, a ventisette anni, ha riconosciuto che praticamente tutta la sua vita missionaria si è svolta in quella terra. Fin dall’inizio, ha detto, si è sentito come a casa. Questo è uno dei frutti più profondi della missione: non semplicemente lavorare in un Paese, ma arrivare ad appartenergli.

Bartoloni ha ricordato anche il suo tentativo di rientrare in Italia, quando pensava che ormai fossero i giovani a dover portare avanti l’opera. Rimase soltanto due anni, poi tornò in Tanzania. La missione, ormai, non era più soltanto il luogo del suo servizio, ma la sua casa.

Nel suo sguardo c’era anche la memoria del cambiamento del Paese. La Tanzania che egli incontrò nel 1975 era giovane, ancora vicina agli anni dell’indipendenza, piena di entusiasmo e di desiderio di costruire. Oggi egli può riconoscere che quell’entusiasmo ha portato frutti grandi: nella società, nell’economia, nella Chiesa, nelle attese e nella maturazione del popolo. Con semplicità, ha ringraziato Dio perché anche lui ha potuto offrire un piccolo contributo a questa crescita.

La sua testimonianza ha dato voce a una forma silenziosa di fedeltà: quella di chi non ha soltanto attraversato una missione, ma vi è rimasto, l’ha amata, l’ha vista cambiare e continua ancora oggi a servirla.

Padre Joseph Montenegro, memoria vivente delle origini

Il momento più intenso è stato il riconoscimento a don Giuseppe Montenegro, uno dei primi missionari giunti in Tanzania. L’assemblea è stata invitata ad alzarsi, il coro ha intonato un canto di ringraziamento e il popolo lo ha salutato con affetto e applausi. Non era un omaggio formale a un confratello anziano. In lui veniva riconosciuta la prima generazione missionaria, quella che aveva accettato di partire quando tutto era ancora povero, incerto, fragile, affidato più alla fede che alle sicurezze umane.

Don Giuseppe è apparso come una memoria vivente. Davanti a lui stavano i nuovi diaconi, giovani e tanzaniani, segno della fecondità di quel primo annuncio. Alle sue spalle c’erano sessant’anni di strade percorse, villaggi raggiunti, comunità accompagnate, sacramenti celebrati, case costruite, vocazioni nate. In quel gesto di gratitudine la missione assumeva il volto di un uomo che ha visto l’inizio e oggi contempla i frutti. La storia non veniva celebrata come un monumento, ma come una consegna.

La sua testimonianza è stata piena di memoria missionaria concreta: i numerosi battesimi, i viaggi in jeep, i villaggi raggiunti uno dopo l’altro, le notti passate in macchina, fino al ricordo vivissimo dell’incontro con due leoni, quando pensò di essere arrivato alla fine e ringraziò Dio per essere rimasto vivo. È un racconto che sembra quasi uscito dagli Atti degli Apostoli, con più polvere e meno comodità editoriali. Alla fine ha ringraziato vescovi, sacerdoti, missionari, suore e fedeli, lasciando una consegna spirituale semplice: continuare bene e pregare, perché solo la preghiera può sostenere il cammino.

La primavera diventata estate

Commovente è stato l’intervento del Provinciale italiano, don Benedetto Labate. Il suo saluto ha avuto il tono di un legame familiare prima ancora che istituzionale. Ha ricordato gli anni della formazione, nei quali aveva conosciuto tanti confratelli tanzaniani, e ha riconosciuto il lavoro costante e impegnativo compiuto dai missionari, italiani e tanzaniani, per annunciare in quella terra il Vangelo del Sangue. La sua parola ha permesso di leggere il rapporto tra Italia e Tanzania non come semplice memoria del passato, ma come comunione tra due Province legate dalla stessa sorgente carismatica.

Don Benedetto ha ricordato don Giuseppe Quattrino, primo direttore provinciale italiano al tempo dell’apertura della missione africana, e ha voluto riportare le parole pronunciate nel 1965, alla vigilia di quella che veniva chiamata l’avventura africana. Allora si parlò di una primavera di grazia per la Provincia. Sessant’anni dopo, ha potuto dire che quella primavera è diventata un’estate carica di frutti. L’immagine mi è parsa tra le più felici dell’intera giornata: non una stagione passeggera, non un entusiasmo iniziale consumato dal tempo, ma una vita cresciuta fino alla maturità.

Questa memoria non è nostalgia. È gratitudine ordinata al futuro. Don Benedetto ha rivolto ai confratelli l’augurio di non fermare l’annuncio del Vangelo del Sangue. Dentro quella frase si raccoglie il senso dell’intera celebrazione: il passato è vero solo se continua a generare missione. La riconoscenza verso chi ha iniziato non può diventare culto delle origini; deve diventare fedeltà creativa, disponibilità a portare ancora il carisma dove la Chiesa e il popolo hanno bisogno di essere serviti.

La benedizione del Papa e lo sguardo della Congregazione universale

La celebrazione ha avuto anche un respiro universale. La presenza del Padre Generale, don Emmanuel Lupi, ha ricordato che la storia della Tanzania non appartiene solo alla Provincia tanzaniana e alla Provincia italiana, ma a tutta la Congregazione. La Tanzania è ormai una delle realtà più vive e significative della famiglia C.PP.S., e la sua crescita riguarda tutti.

Durante la commemorazione è stata letta anche la benedizione apostolica di Papa Leone XIV, concessa al Provinciale, padre Vedasto Ngowi, e a tutti i membri della Provincia tanzaniana in occasione del sessantesimo anniversario della presenza della Congregazione nel Paese. Nel testo, il Papa invoca la protezione della Vergine Maria e accompagna con la sua benedizione la vita dei Missionari del Preziosissimo Sangue in Tanzania.

Questo gesto ha collocato la festa dentro la comunione della Chiesa. La Tanzania celebra la propria storia, la Congregazione universale la riconosce come parte della propria vita, il Papa la benedice come presenza ecclesiale al servizio del Vangelo. È un intreccio bello: locale, congregazionale, cattolico. Dopo la memoria dei missionari, dopo il riconoscimento dei confratelli italiani e tanzaniani, dopo l’ordinazione dei nuovi diaconi, quella benedizione ha avuto il valore di un sigillo: il cammino compiuto in Tanzania non è soltanto motivo di gioia per la Congregazione, ma dono riconosciuto dentro la vita della Chiesa.

Le autorità civili: il riconoscimento pubblico di una missione diventata bene comune

Solo dopo questa lunga e densa memoria ecclesiale ha preso la parola la società civile. È importante rispettare questo ordine, perché dice il senso della giornata. Le autorità non hanno fatto da cornice alla festa; sono intervenute alla fine, quasi a riconoscere pubblicamente i frutti visibili di una missione nata dall’altare, dal Vangelo e dal carisma del Preziosissimo Sangue. Prima la Chiesa ha raccontato la sua memoria; poi lo Stato e il territorio hanno riconosciuto ciò che quella memoria ha generato nella vita concreta del popolo.

La presenza delle autorità civili è stata ampia. Sono stati ricordati i rappresentanti del governo nazionale, della regione di Singida, del distretto di Manyoni, del Parlamento, dell’amministrazione locale e di vari uffici istituzionali. Il lungo protocollo, con tutta la sua solennità africana, ha mostrato che l’evento è percepito non come una festa interna ai Missionari del Preziosissimo Sangue, ma come una ricorrenza significativa per il territorio.

La governatrice della regione di Singida, Halima Omari Dendego, ha parlato come padrona di casa, accogliendo gli ospiti e interpretando il sentimento della popolazione. Ha ringraziato Dio per il fatto che oggi Manyoni sia diventata quasi il centro di un incontro più grande, con presenze venute da diverse parti della Tanzania e del mondo. Ha riconosciuto il grande lavoro svolto dai missionari nei sessant’anni di annuncio della Parola di Dio e ha letto la loro presenza come un contributo alla vita pacifica e collaborativa del territorio.

La sua parola ha insistito su un aspetto molto concreto: la missione ha contribuito a formare un popolo capace di vivere insieme, di collaborare, di crescere nella pace. Ha ricordato l’importanza dell’educazione dei bambini, perché dal modo in cui vengono formati dipende il futuro della Chiesa e della nazione. In questa prospettiva, l’opera missionaria non viene ridotta a servizio sociale, ma viene riconosciuta come educazione integrale della persona, capace di toccare la fede, la convivenza, la responsabilità civile.

Il rappresentante del governo nazionale, Deus Clement Sangu, Ministro di Stato presso l’Ufficio del Primo Ministro per lavoro, occupazione e relazioni, ha portato i saluti della Presidente della Repubblica, Samia Suluhu Hassan, e del Vicepresidente Emmanuel John Chimbi. Il suo intervento ha dato alla celebrazione un riconoscimento istituzionale esplicito: il governo conosce l’importanza dell’evento e ringrazia i Missionari del Preziosissimo Sangue per la collaborazione offerta nei settori dell’educazione, della salute e dello sviluppo comunitario.

Il ministro ha collocato questo riconoscimento dentro una visione più ampia dei rapporti tra governo, istituzioni religiose, società civile e altri soggetti del Paese. Ha ricordato che la responsabilità a lui affidata nell’ambito delle relazioni nasce proprio dalla volontà di favorire unità e collaborazione tra le diverse componenti della società tanzaniana. In questo quadro, la Congregazione è stata riconosciuta come un partner affidabile, capace di contribuire al bene comune senza perdere la propria identità religiosa.

Il riconoscimento civile ha toccato anche le opere concrete. La regione di Singida vede i frutti del lavoro missionario nei settori dell’educazione, della salute, dell’acqua, dello sviluppo sociale e della formazione spirituale dei fedeli. È un passaggio prezioso, perché mostra come la missione non sia percepita soltanto come presenza liturgica o pastorale, ma come forza capace di migliorare la vita quotidiana della gente. Dove il Vangelo è annunciato seriamente, qualcosa cambia anche nelle scuole, negli ospedali, nelle famiglie, nei villaggi.

Così la parola delle autorità civili ha chiuso idealmente il lungo racconto della giornata. Dopo la memoria dei fondatori, dopo la gratitudine verso i missionari italiani e tanzaniani, dopo il sigillo della benedizione apostolica, lo Stato ha riconosciuto i frutti sociali di quella storia. Non ha creato il senso della celebrazione, lo ha confermato dall’esterno. La missione del Preziosissimo Sangue, nata per annunciare Cristo e servire i poveri, è diventata anche bene comune, patrimonio del territorio, memoria condivisa di un popolo.

Il sogno continua

Alla fine, ciò che oggi Manyoni ha mostrato non è stato soltanto il bilancio positivo di sessant’anni di presenza missionaria. Ha mostrato una trasformazione. Il carisma di san Gaspare, giunto in Tanzania attraverso pochi confratelli partiti dall’Italia, è diventato storia locale, volto africano, responsabilità tanzaniana. Non è rimasto una memoria importata. È stato accolto, custodito, tradotto, fatto crescere, fino a diventare una delle espressioni più vive della Congregazione.

Il sogno di san Gaspare continua proprio così: non per ripetizione esterna, ma per fecondità interiore. Continua quando il Sangue di Cristo viene annunciato non come parola devozionale chiusa in se stessa, ma come Vangelo di riconciliazione, di guarigione, di riscatto. Continua quando una comunità religiosa non si accontenta di custodire un nome, ma lo rende credibile attraverso la predicazione, la cura dei poveri, l’educazione dei giovani, la vicinanza ai malati, la fedeltà nei luoghi dove altri faticano ad arrivare.

La Tanzania ha ricevuto questo carisma e oggi lo restituisce alla Congregazione con una voce propria. Lo restituisce nei suoi missionari, nei suoi seminaristi, nelle sue comunità, nelle sue opere, nei suoi nuovi diaconi. Lo restituisce anche attraverso la gratitudine di un popolo che sa riconoscere, dietro le strutture e le attività, una presenza spirituale. Le opere restano; più delle opere resta una forma di appartenenza. I Missionari del Preziosissimo Sangue non sono più soltanto coloro che arrivarono in Tanzania. Sono ormai parte della storia ecclesiale e civile di quella terra.

Ogni giubileo autentico porta con sé questa doppia verità. Da una parte obbliga a dire grazie. Dall’altra impedisce di sedersi. Sessant’anni sono abbastanza per riconoscere la Provvidenza, non abbastanza per dichiarare compiuta la missione. Il Vangelo non conosce pensionamenti spirituali. Il carisma resta vivo solo se continua a muoversi, a cercare, a servire, a lasciarsi provocare dal grido degli uomini e dal grido del Sangue.

La parola dell’arcivescovo, con l’immagine evangelica del sale e della luce, rimane per questo la consegna più esigente della giornata. Il sale deve restare sale. La luce deve restare luce. Una Provincia grande, numerosa, riconosciuta e stimata deve custodire con vigilanza la freschezza del proprio carisma. Le opere possono crescere, le strutture possono moltiplicarsi, i riconoscimenti possono arrivare; tutto questo diventa fragile se viene meno il fuoco interiore. San Gaspare desiderava cuori ardenti per il Sangue di Cristo, non semplici amministratori di una tradizione gloriosa.

Manyoni oggi non ha celebrato soltanto il passato. Ha mostrato una missione ormai adulta. Ha mostrato che il Sangue di Cristo può attraversare lingue, culture, distanze, stagioni storiche, e generare una comunione più grande delle sue origini. Ha mostrato che una piccola partenza, quando è obbediente al Vangelo, può diventare popolo, Chiesa, scuola, ospedale, pozzo, seminario, altare, futuro.

Sessant’anni dopo, il sogno di san Gaspare parla swahili. Parla nella fede della gente, nella vita dei missionari, nel servizio ai poveri, nella gratitudine delle istituzioni, nella gioia della Chiesa tanzaniana. Parla nei nuovi diaconi, chiamati a portare avanti una storia che non appartiene loro come possesso, ma come dono ricevuto. Parla in una Provincia che oggi non deve soltanto ricordare di essere nata dalla missione, ma deve continuare a essere missionaria.

La celebrazione si è chiusa, eppure la consegna rimane. Il Sangue di Cristo, annunciato da san Gaspare come forza di redenzione e riconciliazione, continua a chiedere uomini e donne capaci di andare dove la vita è ferita, dove la fede ha bisogno di essere riaccesa, dove i poveri attendono non parole generiche, ma una presenza concreta. È lì che la memoria dei sessant’anni diventa futuro. È lì che la gratitudine diventa fedeltà. È lì che il sogno di san Gaspare continua davvero.

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