Cosa significa per i fedeli dopo il decreto sulla Fraternità San Pio X

Questa mattina la Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato il decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede riguardante le consacrazioni episcopali compiute dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X senza mandato pontificio. Il testo dichiara che il vescovo Alfonso de Galarreta, avendo consacrato quattro presbiteri senza mandato del Papa e contro la volontà del Sommo Pontefice, ha compiuto un atto di natura scismatica ed è incorso nelle pene previste dal Codice di Diritto Canonico. Il decreto dichiara inoltre che i quattro nuovi vescovi, Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica. Lo stesso viene dichiarato per il vescovo Bernard Fellay, che ha partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come conconsacrante, aderendo pubblicamente all’atto scismatico.

Il passaggio più delicato riguarda i fedeli. Il decreto ammonisce infatti chierici e fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità San Pio X, perché anch’essi incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica latae sententiae. Questa frase va letta con attenzione, senza paura e senza superficialità. Non siamo davanti a una formula generica, né a un avvertimento da archiviare come linguaggio burocratico. Allo stesso tempo, non bisogna trasformarla in un randello da agitare contro ogni persona che, magari da anni, frequenta una cappella della Fraternità per amore della liturgia tradizionale, per abitudine, per legami familiari o perché lì ha ricevuto un bene spirituale.

La Nota esplicativa pubblicata insieme al decreto rende ancora più concreta la portata dell’ammonizione. Non si tratta soltanto di non aderire interiormente o teoricamente alla posizione della Fraternità. La Santa Sede invita i fedeli ad astenersi dalle celebrazioni e dalle attività promosse dalla Fraternità San Pio X. Questo passaggio è importante, perché impedisce di ridurre tutto a una questione di opinione personale. Dopo il decreto e la Nota, la frequentazione stabile della Fraternità non può più essere trattata come una semplice scelta liturgica tra altre, quasi si trattasse soltanto di preferire una forma rituale più solenne o più conforme alla propria sensibilità.

Il decreto parla di adesione allo scisma. E aderire non significa semplicemente essere confusi, soffrire per la crisi della Chiesa, amare la liturgia antica o aver ricevuto del bene da alcuni sacerdoti della Fraternità. Aderire significa fare propria la rottura, assumere consapevolmente come legittimo l’atto compiuto contro il mandato pontificio, riconoscere nella Fraternità una struttura ecclesiale alternativa o superiore alla comunione visibile della Chiesa, arrivando a dire, con le parole o con i fatti, che Roma non va più ascoltata, che il Papa in questa materia non ha vera autorità vincolante, che la Fraternità ha fatto bene a procedere, che fuori da essa la fede cattolica non sarebbe più realmente custodita.

Qui si entra in un territorio molto serio. Non si tratta più soltanto di una preferenza liturgica, né del dolore, spesso comprensibile, di chi si è sentito ferito da decisioni ecclesiali dure o da restrizioni vissute come ingiuste. Non si tratta nemmeno della legittima critica a tante ambiguità dottrinali, liturgiche e pastorali presenti oggi nella Chiesa. Tutto questo può essere discusso. Anzi, molte volte deve esserlo. Il punto cambia quando una sofferenza ecclesiale diventa appartenenza a una rottura.

Un fedele può dire: “Sono disorientato, ho ricevuto del bene, amo la Messa antica, non capisco perché siamo arrivati a questo punto”. Questa persona va ascoltata e accompagnata. Sarebbe crudele trattarla subito come una ribelle. Molti fedeli semplici sono stati trascinati dentro questa vicenda per via affettiva, non per una scelta teologica consapevole. Hanno trovato nella Fraternità una predicazione più solida, una liturgia più curata, confessioni frequenti, un senso del sacro che altrove spesso si è smarrito. Questo bene non va negato. Negarlo sarebbe ingiusto, oltre che poco intelligente, e l’intelligenza nella Chiesa non è ancora stata abolita, anche se talvolta sembra in ferie.

Altra cosa è dire: “La Fraternità ha fatto bene contro Roma; il Papa non va ascoltato; la Chiesa visibile è ormai modernista; la vera fede è rimasta solo lì”. In questo caso non siamo più davanti a una ferita. Siamo davanti a una scelta ecclesiologica. E questa scelta, se consapevole e ostinata, può configurare una vera adesione allo scisma.

La partecipazione abituale alle funzioni della Fraternità, dopo questo decreto, richiede dunque un serio esame di coscienza. Non ogni partecipazione è automaticamente adesione formale allo scisma. La responsabilità personale dipende da conoscenza, libertà, intenzione e ostinazione. La Chiesa non giudica le anime con la velocità con cui si scrivono commenti su Facebook. Però, dopo un decreto così esplicito, non si può continuare come se nulla fosse. La frequenza stabile può diventare adesione quando non è più soltanto ricerca di una liturgia, ma scelta di una appartenenza alternativa alla comunione con Pietro.

Lo stesso vale per le parole pubbliche. Anche un commento sui social può diventare un segno di adesione, se non è una domanda, uno sfogo o una confusione momentanea, ma una presa di posizione consapevole a favore dell’atto scismatico. Dire pubblicamente che la Fraternità ha fatto bene, che Roma non è più cattolica, che il Papa non va obbedito, che le consacrazioni senza mandato erano necessarie e legittime, non è un semplice parere. È una dichiarazione ecclesiale. Le parole pubbliche contano, anche quando vengono scritte con la leggerezza con cui altri commentano una partita o il tempo.

Per questo è importante non usare il decreto come clava, ma neppure svuotarlo. La carità pastorale oggi deve essere insieme ferma e delicata. Ferma, perché il decreto parla di scisma e di scomunica, non di una divergenza amministrativa. Delicata, perché molti fedeli sono sinceramente confusi e non vanno umiliati. La Chiesa deve aiutare queste persone a distinguere tra gratitudine e appartenenza, tra amore alla Tradizione e adesione a una rottura, tra sofferenza per la crisi e rifiuto della comunione visibile.

Il bene ricevuto non deve diventare una catena. Si può essere grati per ciò che si è ricevuto da un sacerdote o da una comunità e tuttavia riconoscere che oggi quella strada è entrata in una posizione gravemente lacerante. Si può amare la liturgia tradizionale senza accettare l’idea che la Tradizione sia proprietà della Fraternità. Si può soffrire per le ferite della Chiesa senza concludere che la Chiesa cattolica sia ormai altrove, in una struttura separata che si auto-garantisce vescovi, disciplina e missione.

Il punto più pericoloso è proprio questo: convincere i fedeli che la loro salvezza dipenda dalla Fraternità. Se un fedele arriva a pensare che fuori da essa non vi siano più fede integra, sacramenti sicuri, sacerdoti veri, dottrina cattolica e Chiesa affidabile, allora la Fraternità non è più soltanto una realtà che egli stima. Diventa il luogo pratico della sua ecclesiologia. Diventa, nei fatti, la sua Chiesa. E questo è il passo che il decreto chiede di non compiere.

Non aderire allo scisma significa allora non fare propria questa logica, non giustificare l’atto compiuto contro il mandato pontificio, non trasformare la Fraternità nel criterio ultimo della cattolicità e non dire: “La vera Chiesa è lì contro Roma”. Non si aderisce allo scisma se si cerca la Tradizione dentro la comunione, anche quando questa comunione costa, ferisce, obbliga a pazienza e chiede un’obbedienza non sempre facile.

La Chiesa è ferita, sì. Non c’è bisogno di fingere che tutto vada bene. Ci sono ambiguità dottrinali, abusi liturgici, scandali pastorali, silenzi incomprensibili e decisioni che hanno fatto soffrire molti fedeli. Ma la Chiesa resta la Chiesa. Resta visibile, apostolica e madre. Non la si salva uscendo dalla sua comunione concreta per rifugiarsi in una parte che si presenta come più fedele della Chiesa stessa.

Il decreto non chiede ai fedeli di odiare la Fraternità. Chiede di non aderire allo scisma. Questa distinzione è decisiva. Non aderire significa fermarsi, interrogarsi, non lasciarsi trascinare dalla militanza affettiva, non confondere il bene ricevuto con una nuova obbedienza parallela e riconoscere che la Tradizione cattolica non può essere custodita separandola dalla comunione cattolica.

Oggi molti fedeli avranno bisogno di essere accompagnati. Alcuni dovranno essere aiutati a uscire da una dipendenza affettiva e spirituale. Altri dovranno essere rassicurati: la Messa antica non è morta, la fede cattolica non è proprietà della Fraternità, Cristo non ha abbandonato la sua Chiesa. Altri ancora dovranno essere ammoniti con chiarezza, perché se continuano a difendere pubblicamente l’atto scismatico e a presentare la Fraternità come la vera Chiesa contro Roma, stanno assumendo una posizione gravissima.

La scomunica è una parola tremenda. Non va brandita con leggerezza, come se fosse un’etichetta da appiccicare addosso agli altri. Ma sarebbe ancora più grave ignorarla come se fosse un dettaglio burocratico. Il decreto è un richiamo alla realtà: gli atti hanno conseguenze, le parole pubbliche hanno peso, la comunione non è un sentimento generico, la Tradizione non vive fuori dalla Chiesa.

Per questo, dopo il decreto, la domanda non è più soltanto: “Che cosa farà la Fraternità?”. La domanda riguarda anche ogni fedele: “Dove pongo la mia appartenenza? Nella Chiesa cattolica, ferita ma reale, oppure in una narrazione che mi porta a considerare la Fraternità come l’ultimo luogo rimasto cattolico?”. È una domanda seria. E va posta senza odio, senza paura, senza compiacimento per la caduta di nessuno.

Non aderire allo scisma significa non scegliere la rottura come propria casa. Significa rimanere nella Chiesa, cercare la Tradizione nella comunione, pregare per chi è confuso, aiutare chi è ferito, e non trasformare il dolore in separazione.

Perché la Chiesa non si salva lacerandola. E la Tradizione non si custodisce separandola dalla comunione.

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