
Cari amici, domenica scorsa abbiamo contemplato il mistero di Dio, comunione d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; oggi questa comunione ci viene mostrata nel modo più concreto. Dio non resta soltanto davanti a noi come mistero da adorare: si dona a noi nel Pane vivo, nel Corpo offerto e nel Sangue versato.
In questa ripresa del Tempo Ordinario, la liturgia ci sta educando: ci ha fatto ripartire da Dio, perché il cristiano non può fondare la propria vita su se stesso; ora ci mostra il nutrimento senza il quale il cammino si indebolisce. La vita cristiana non procede per entusiasmo. È un bene che sia così: l’entusiasmo è spesso splendido alla partenza e già affaticato alla prima salita. Procede perché il Signore nutre il suo popolo.
La prima lettura ci riporta al deserto. Mosè dice al popolo di ricordarsi di tutto il cammino che il Signore ha fatto percorrere. Questa parola, “ricòrdati”, è decisiva. Israele deve guardare indietro e riconoscere che non è arrivato fin lì con le proprie forze. Ha conosciuto la fame, la sete, la prova, la paura. Ha attraversato luoghi duri, abitati da serpenti velenosi e scorpioni, sperimentando la propria fragilità. Proprio lì, dove sembrava mancare tutto, Dio ha fatto sgorgare acqua dalla roccia e ha dato la manna, un pane sconosciuto, inatteso, ricevuto giorno per giorno.
Il deserto smaschera l’uomo. Quando tutto è comodo, ciascuno può raccontarsi una versione molto nobile di sé; quando viene meno ciò su cui ci si appoggia, affiora quello che davvero abita il cuore. Israele impara nel deserto che la vita non si regge soltanto su ciò che si possiede, perché l’uomo vive anche di quanto esce dalla bocca del Signore. Il pane terreno è necessario, la fede cristiana non ha mai disprezzato la fame concreta dell’uomo, eppure c’è una fame più profonda, che nessuna sicurezza materiale riesce a colmare. È la fame di Dio, anche quando l’uomo la confonde con molte altre voglie, creativo com’è perfino nello sbagliare bersaglio.
Il salmo canta Gerusalemme nutrita dal Signore, che mette pace nei suoi confini e la sazia con fiore di frumento. La città santa vive perché Dio la custodisce e la nutre. Questa immagine illumina la Chiesa. Una comunità cristiana vive perché riceve la Parola e il Pane. Vive perché il Signore continua a radunarla attorno all’altare, perché nel cuore della settimana la domenica la riconduce alla sorgente.
San Paolo, nella seconda lettura, ci fa compiere un passaggio decisivo quando ci ricorda che il calice della benedizione e il pane spezzato sono comunione con il sangue e con il corpo di Cristo. L’Eucaristia non è soltanto nutrimento individuale, è comunione con Cristo e, proprio per questo, costruisce la comunione della Chiesa. Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo. Qui si vede il legame profondo con la festa della Trinità: il Dio comunione d’amore forma un popolo capace di comunione. Il Corpo di Cristo ricevuto nell’Eucaristia ci educa a diventare corpo ecclesiale, non una somma di individui religiosi seduti nello stesso edificio.
È un punto molto concreto. Ricevere il Corpo di Cristo e poi vivere come corpi separati, chiusi nel risentimento, nella freddezza o nell’indifferenza, è una contraddizione seria. L’Eucaristia non ci conferma nelle nostre distanze, le porta davanti al Signore perché siano guarite. Ogni Comunione, se accolta con fede, lavora sulle nostre relazioni. Non sempre tutto si ricompone subito, non sempre dipende solo da noi, eppure il cuore può cominciare a cambiare. Può smettere di coltivare giudizi inutili, può imparare una parola più mite, può rinunciare a quel piccolo orgoglio che spesso difendiamo come fosse il deposito della fede, mentre è soltanto il nostro amor proprio con la tonaca della buona ragione.
Nel Vangelo, Gesù porta il discorso al suo vertice definendosi il pane vivo disceso dal cielo. Le sue parole provocano discussione perché sono forti, concrete, scandalose. I Giudei si chiedono come costui possa dare la sua carne da mangiare, e Gesù non addolcisce il discorso, non lo riduce a immagine poetica, ribadisce che la sua carne è vero cibo e il suo sangue vera bevanda. Qui la fede della Chiesa riconosce il realismo dell’Eucaristia. Cristo ci lascia molto più di un ricordo e molto più di un segno da interpretare: si dona realmente sotto le specie sacramentali del pane e del vino.
La parola più profonda abita forse l’invito a rimanere in Lui, l’Eucaristia come dimora reciproca. Cristo entra nella nostra vita perché la nostra vita impari a stare in Lui. Non riceviamo una cosa sacra, riceviamo il Signore vivo. Chi mangia di Lui vivrà per Lui, e questa frase dovrebbe accompagnare tutto il nostro quotidiano. Vivere per Cristo significa lasciare che la sua presenza orienti il modo di pensare, di scegliere, di amare, di portare la fatica dei giorni. L’Eucaristia non serve a rendere più devota la nostra vita di sempre, serve a trasformarla dall’interno.
Questo tratto del cammino ci chiede una vera conversione eucaristica. Non basta dire che crediamo nell’Eucaristia; occorre tornare a viverla con fede cattolica, con stupore e con timore santo. L’altare non è anzitutto il luogo di un incontro fraterno, è l’altare del sacrificio, il Calvario reso presente nel sacramento. Da quel sacrificio nasce il convito santo: Cristo, che offre se stesso al Padre per la remissione dei peccati, si dona a noi come Pane vivo e Sangue della nuova alleanza.
Per questo non possiamo accostarci alla Comunione con leggerezza. Se si perde il senso della presenza reale, l’Eucaristia diventa un gesto religioso quasi automatico; se si perde il senso del peccato, non si comprende più perché il Sangue di Cristo sia versato. La gioia dell’Eucaristia non è semplicemente stare insieme, è sapere di essere stati salvati, riconciliati con Dio e inseriti nel Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Lì la nostra vita viene nutrita e preparata alla partecipazione della vita stessa di Dio.
La festa del Corpus Domini ci invita allora a ritrovare gesti semplici e decisivi: prepararci alla Messa con raccoglimento, ascoltare la Parola senza distrazione, accostarci alla Comunione solo nella disposizione giusta, ricorrendo alla Confessione quando la coscienza lo richiede. Dopo aver ricevuto il Signore, fermiamoci in silenzio. Anche pochi istanti veri bastano per adorare, ringraziare e chiedere che il Corpo ricevuto trasformi il nostro modo di vivere.
Se partecipiamo all’unico Pane, non possiamo rassegnarci a vivere da frammenti isolati. L’Eucaristia non crea soltanto una comunità più affiatata, crea il Corpo mistico di Cristo. Ci unisce a Lui e, in Lui, ci lega gli uni agli altri con una comunione più profonda delle nostre simpatie e delle nostre ferite. Portiamo dunque davanti al Signore una relazione concreta, una distanza da non alimentare, una riconciliazione da preparare con umiltà.
La Trinità ci ha mostrato il volto di Dio; il Corpo e Sangue di Cristo ci mostra il modo in cui Dio resta con noi e ci nutre. Ora il Tempo Ordinario può riprendere come cammino eucaristico, una scuola paziente nella quale il Signore ci insegna a ricordare, a ricevere e a vivere per Lui. Che questa festa ci restituisca la fame vera: quella che cerca nella Parola la direzione del cammino, nel Pane vivo la forza per restare fedeli e nel Sangue di Cristo la redenzione che ci rende un solo corpo nel suo amore.
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