Quattro nuovi Missionari del Preziosissimo Sangue nel cuore del sessantesimo anniversario

Nella sera della festa del Preziosissimo Sangue, la Tanzania ha vissuto una celebrazione che non si può ridurre a una pagina di cronaca. Ci sono momenti nei quali la storia sembra raccogliersi in un solo gesto, in una sola liturgia, in una sola assemblea. Questa sera è accaduto qualcosa di simile: nel contesto delle celebrazioni per i sessant’anni dell’arrivo dei Missionari del Preziosissimo Sangue in Tanzania, quattro giovani seminaristi sono stati incorporati definitivamente nella Congregazione.
Domani riceveranno l’ordinazione diaconale. Oggi, davanti alla Chiesa, ai confratelli, ai genitori e al popolo di Dio, hanno consegnato la loro vita alla famiglia missionaria nata dal carisma di san Gaspare del Bufalo. Non si è trattato di un semplice passaggio istituzionale. È stato un segno. Una missione iniziata sessant’anni fa da tre giovani italiani continua a generare figli africani, vocazioni nuove, futuro ecclesiale.
La celebrazione ha avuto tutta la ricchezza della sensibilità africana: canto, rito, popolo, memoria, festa, parola condivisa. Nulla di freddo, nulla di burocratico. Una liturgia vissuta come evento di popolo, con quella partecipazione che spesso noi europei guardiamo con un misto di ammirazione e di lieve panico liturgico, abituati come siamo a misurare perfino la gioia con il righello della sobrietà. Eppure la cattolicità è anche questo: il Vangelo che prende voce, ritmo, corpo e gratitudine dentro culture diverse, senza perdere la sua verità.
Il momento dell’incorporazione è stato particolarmente intenso. I quattro giovani sono stati chiamati uno per uno e si sono presentati davanti al Moderatore Generale, don Emanuele Lupi, accompagnati dai loro genitori. Questa immagine dice molto. Una vocazione missionaria non nasce mai nel vuoto. Porta con sé una casa, una famiglia, una terra, una comunità cristiana. Anche quando la risposta è personale, dietro ogni chiamata ci sono mani che hanno accompagnato, preghiere offerte, fatiche nascoste, affetti consegnati. La Congregazione ha accolto questi giovani definitivamente, ma in loro ha accolto anche una storia familiare ed ecclesiale.
I quattro nuovi incorporati sono Samson Chacha Masiko, Ladislaus Revocatus Lussato, Gervas Paskal Kway e Gregory Elias Mbwete. I loro nomi non sono soltanto l’elenco dei nuovi membri della Congregazione. Sono il volto concreto di una missione che continua a generare vita. Sono giovani tanzaniani, figli di una Provincia nata dal seme gettato dai primi missionari italiani, ora chiamati a portare avanti lo stesso carisma con il loro volto, la loro lingua, la loro cultura, la loro storia.
Al termine della celebrazione sono state indicate anche le loro destinazioni apostoliche. Continueranno il servizio nei luoghi nei quali erano già inseriti: Samson Chacha Masiko tornerà a Morogoro, presso la scuola John Merlini; Ladislaus Revocatus Lussato continuerà il suo servizio nella parrocchia di Tegeta, nella diocesi di Bagamoyo; Gervas Paskal Kway sarà destinato alla parrocchia di Itigi; Gregory Elias Mbwete proseguirà il suo servizio a Digoboke-Kinda. È bello che, appena incorporati definitivamente e alla vigilia del diaconato, vengano subito riconsegnati alla missione concreta. Non restano prigionieri dell’emozione della festa. Sono mandati. E una vocazione missionaria, quando non viene mandata, finisce per diventare una bella candela accesa in una stanza chiusa: devota, forse, ma con seri problemi di ossigeno.
Nel suo discorso, don Emanuele Lupi ha dato alla celebrazione una lettura profondamente carismatica. È partito dal calice della nuova alleanza nel Sangue di Cristo. Quel Sangue, ha ricordato, non resta chiuso nel calice. Dal calice raggiunge ciascuno di noi. È il Sangue di Cristo che porta la vita stessa di Dio nella vita degli uomini. È il Sangue che accorcia le distanze, abbatte i muri, riconcilia le differenze, fa dei lontani un solo popolo.
Da qui nasce il senso dell’incorporazione. Non è un premio personale, non è la conclusione meritata di un percorso formativo, non è un diritto acquisito dopo anni di studio, obbedienza e pazienza comunitaria, già prove abbastanza severe per la santificazione ordinaria. L’incorporazione definitiva è una risposta d’amore. La Congregazione accoglie questi giovani come fratelli, e loro scelgono liberamente di appartenere per sempre a questa famiglia missionaria.
Il Padre Generale ha insistito su un punto decisivo: da questa sera non sono degli arrivati. Restano camminanti. Restano missionari. Domani saranno ordinati diaconi e, se Dio vorrà, un giorno sacerdoti. Eppure la loro identità più profonda non sarà semplicemente quella di “preti”. Saranno, prima di tutto, Missionari del Preziosissimo Sangue. L’incorporazione precede l’ordinazione, e questo non è un dettaglio cerimoniale. È una verità teologica e carismatica. Il sacerdozio non cancella l’identità missionaria. La serve.
Questo passaggio merita di essere custodito. In un tempo nel quale anche nella Chiesa si rischia di ridurre la vocazione a ruolo, incarico, ministero, funzione, il richiamo del Padre Generale è stato limpido. Il carisma viene prima della funzione. Non si entra nella Congregazione per diventare semplicemente sacerdoti tra altri sacerdoti, ma per vivere e annunciare il mistero del Sangue di Cristo secondo l’intuizione di san Gaspare. Il diaconato che riceveranno domani non sarà una tappa verso una sistemazione, ma un ulteriore consolidamento della vocazione missionaria.
La Provvidenza ha voluto che questa incorporazione avvenisse proprio nel contesto del sessantesimo anniversario della presenza C.PP.S. in Tanzania. Sessant’anni fa, nel 1966, tre giovani missionari arrivarono in questa terra portando con sé poche sicurezze materiali e molta fiducia. Tra loro c’era don Giuseppe Montenegro, che nonostante l’età ha voluto essere presente a questo anniversario. La sua presenza ha dato alla festa un’intensità particolare. Non era soltanto un ospite d’onore. Era una radice viva seduta in mezzo ai frutti.
Il suo intervento, semplice e commovente, ha riportato tutti alle origini. Ha ricordato l’arrivo a Manyoni, la povertà degli inizi, la precarietà, la ricerca dell’acqua, il primo assaggio di un’acqua salata che fece nascere quasi la domanda: come faremo a vivere qui? Poi il dono inatteso della pioggia, raccolta con gratitudine. È un racconto piccolo solo in apparenza. Dentro c’è tutta la missione: la povertà, il timore umano, la fiducia, il segno provvidenziale. Se fosse stato scritto a tavolino, sembrerebbe troppo simbolico. Detto da chi lo ha vissuto, ha il sapore delle cose vere.
In quella serata si sono incontrati il primo seme e i nuovi frutti. Da una parte don Giuseppe Montenegro, testimone degli inizi; dall’altra quattro giovani tanzaniani incorporati definitivamente nella Congregazione. Tra loro ci sono sessant’anni di Vangelo annunciato, comunità costruite, vocazioni accompagnate, opere nate, fatiche attraversate, carità vissuta. È difficile immaginare un’immagine più eloquente: il missionario venuto dall’Italia agli inizi della storia e i giovani africani che oggi ricevono quella stessa eredità per portarla avanti.
Questa è la fecondità vera della missione. Una missione non è riuscita quando conserva tutto nelle mani di chi l’ha fondata. È riuscita quando genera figli adulti. Non quando prolunga dipendenze, ma quando suscita responsabilità. Non quando celebra eternamente chi è partito, ma quando riconosce che coloro che hanno ricevuto il dono sono ormai capaci di donarlo a loro volta.
La Tanzania, nata come missione della Provincia Italiana, è diventata Provincia nel 2015. Oggi è una realtà viva, giovane, numerosa, ricca di vocazioni, capace di offrire confratelli alla Congregazione anche oltre i propri confini. Questa maturità non è soltanto motivo di gratitudine. È una chiamata. Ed è proprio qui che il discorso di don Emanuele ha assunto un tono quasi profetico.
Il Padre Generale non si è limitato a dire: ricordiamo con gratitudine ciò che è accaduto. Ha detto, in sostanza: adesso tocca a voi. La Provincia tanzaniana è figlia del sogno missionario di chi, sessant’anni fa, venne in questa terra nel nome del Signore. Proprio per questo non può chiudersi. Non può vivere soltanto della memoria ricevuta. Deve accettare nuove sfide, esplorare nuovi terreni, portare il carisma e la spiritualità del Preziosissimo Sangue in altre nazioni africane dove ancora non sono conosciuti.
Questo è uno dei passaggi più forti della celebrazione. Il sogno di san Gaspare non si ferma. Continua a espandersi. Partito da Roma e da San Felice, passato attraverso il coraggio dei missionari italiani, piantato nella terra tanzaniana, oggi chiede di camminare ancora dentro il continente africano. Non per occupare spazi, non per conquistare territori, non per moltiplicare presenze come bandierine su una carta geografica. Il Vangelo non è Risiko con l’acqua benedetta. Si tratta di portare il Sangue di Cristo dove ancora questa spiritualità non è arrivata, dove ci sono popoli, ferite, culture, Chiese locali che attendono una parola di riconciliazione e di vita.
Il Padre Generale ha consegnato alla Tanzania una parola forte: non abbiate paura. Non abbiate paura di entrare in culture nuove. Non abbiate paura di aprire strade missionarie in altre terre africane. Non abbiate paura di diventare seme fecondo per altre nazioni. La spiritualità del Preziosissimo Sangue non è proprietà privata. Come è stata ricevuta, così deve essere ridonata. Se non saremo noi a portarla dove ancora non è conosciuta, forse altri lo faranno. E allora avremo perso una grande occasione offerta dal Signore.
Questa affermazione pesa. Non è una frase di circostanza. È un appello alla responsabilità. Il Sangue di Cristo non può essere sprecato davanti alle necessità del mondo. Non può essere trattenuto per paura, pigrizia, prudenza eccessiva o compiacimento dei risultati raggiunti. Una Provincia giovane e feconda come quella tanzaniana non è chiamata soltanto a custodire la propria crescita. È chiamata a diventare sorgente missionaria. Il frutto maturo deve portare nuovi semi.
Qui il sessantesimo anniversario trova la sua luce più bella. Non si celebra soltanto una missione riuscita. Si riconosce che quella missione è diventata capace di generare nuove missioni. È il movimento naturale del Vangelo: chi è stato raggiunto diventa inviato, chi ha ricevuto diventa donatore, chi è nato dal sacrificio di altri diventa a sua volta pane spezzato per nuove terre.
La serata si è conclusa secondo le usanze africane, con parole di ringraziamento, saluti, riconoscimenti, memoria condivisa. Hanno preso la parola in molti, perché in Africa una celebrazione non finisce semplicemente quando termina il rito. Continua nella gratitudine pubblica, nel riconoscimento dei presenti, nell’affetto espresso, nella memoria che diventa parola. Anche questo è profondamente ecclesiale. La Chiesa non è fatta solo da chi presiede. È fatta da un popolo che riconosce il dono ricevuto e lo restituisce in forma di lode.
Sono stati ricordati i nuovi incorporati, i loro genitori, i confratelli presenti, i rappresentanti della Provincia Italiana, i missionari anziani, i fedeli convenuti. La memoria dei pionieri ha risuonato con particolare forza. Don Giuseppe Montenegro è stato salutato con affetto e gratitudine come uno dei primi tre missionari che resero possibile l’inizio di questa storia. In lui la Tanzania ha potuto rivedere il volto delle proprie radici. Nei quattro nuovi Missionari ha potuto contemplare i frutti di quelle radici.
Domani questi giovani riceveranno il diaconato. Sarà il giorno centrale della commemorazione del sessantesimo anniversario. La festa continuerà, e con essa continuerà a parlare la storia. Una storia iniziata con tre giovani missionari italiani, cresciuta nella terra tanzaniana, diventata Provincia, resa feconda da nuove vocazioni, oggi pronta a guardare oltre i propri confini.
Da questa celebrazione emerge una certezza: il Sangue di Cristo continua a generare futuro. Lo ha fatto sessant’anni fa, quando i primi missionari arrivarono con entusiasmo, povertà e fede. Lo ha fatto negli anni, facendo crescere comunità, opere, vocazioni, responsabilità. Lo fa oggi, chiamando quattro giovani a diventare per sempre Missionari del Preziosissimo Sangue. Lo farà ancora, se la Tanzania avrà il coraggio di non fermarsi e di portare il carisma in nuove terre africane.
In fondo, questa è la grazia della missione: scoprire che ciò che Dio ha iniziato non resta prigioniero delle origini. Prende carne nuova, lingua nuova, volto nuovo. Il seme gettato con fede diventa albero. L’albero porta frutto. E i frutti, se sono veri, contengono già nuovi semi.
La Tanzania oggi lo ha mostrato con una bellezza che commuove. Il Sangue di Cristo non è memoria ferma. È missione che continua. È vita versata che raggiunge nuovi popoli. È sogno di san Gaspare che non smette di camminare.
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