La rottura era nella logica. Ora è diventata atto.

Alla fine è accaduto. Le consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X sono state compiute senza mandato pontificio.
A questo punto bisogna dirlo con chiarezza: non sembra che vi sia mai stata una reale intenzione di ripensarci. Per mesi si è parlato di dialogo con Roma, di lettere, di richieste di incontro, di soluzioni ancora possibili. Eppure l’organizzazione stessa dell’evento raccontava già un’altra storia.
Non si prepara in poche ore una celebrazione di tale portata, con migliaia di fedeli provenienti da tutto il mondo, sacerdoti, religiosi, dirette streaming, programmi, registrazioni, servizi logistici, accoglienza, materiale commemorativo, punti ristoro, pubblicazioni e perfino prodotti celebrativi pensati per l’occasione. Tutto lascia intendere che l’appuntamento fosse considerato irreversibile molto prima dell’ultimo appello del Papa.
Questo non è un dettaglio secondario. È un dato rivelatore. Mentre si chiedeva a Roma di ascoltare, la macchina dell’evento procedeva. Mentre si parlava di dialogo, il fatto compiuto veniva preparato. Mentre si invocava la paternità del Papa, si costruiva già la scena nella quale quella paternità, se non avesse approvato, sarebbe stata comunque oltrepassata.
Per questo la lettera di Leone XIV non è arrivata “troppo tardi” nel senso in cui alcuni vogliono far credere. È arrivata davanti a una decisione che, nei fatti, era già stata resa quasi irrevocabile. E proprio qui si svela la logica più profonda: non si trattava davvero di attendere una parola del Papa per discernere; si trattava di ottenere, se possibile, una parola favorevole. Se quella parola non fosse arrivata, l’atto sarebbe stato compiuto lo stesso.
Dopo giorni di appelli, lettere, risposte, professioni di fede, richiami alla Tradizione, invocazioni alla salvezza delle anime e parole filiali rivolte al Papa, l’atto è stato posto. Ora non siamo più nel campo delle ipotesi, delle intenzioni, delle interpretazioni benevole o delle domande sospese. Siamo davanti a un fatto.
Consummatum est.
Non nel senso santo e redentivo della parola pronunciata da Cristo sulla Croce. Quella parola appartiene al mistero della salvezza. Qui siamo davanti a un compimento diverso, doloroso, ecclesialmente amaro: ciò che era già maturato nella logica è diventato gesto pubblico, sacramentale, visibile.
La rottura non è nata questa mattina. Questa mattina si è manifestata.
L’omelia di don Davide Pagliarani ha il merito, almeno, della chiarezza. Non presenta le consacrazioni come una semplice soluzione tecnica a un problema interno della Fraternità. Non dice soltanto: abbiamo bisogno di vescovi per continuare ordinazioni e cresime. Dice molto di più. Le presenta come una manifestazione di fede, come un evento capitale, come uno spartiacque davanti al quale non si può restare indifferenti.
E infatti non si può restare indifferenti.
Il primo argomento è quello della fede. Pagliarani afferma che non si tratta di scegliere una sensibilità, un’opinione, un’opzione liturgica. Si tratterebbe della fede della Chiesa, della fede integrale, della fede che deve essere amata, vissuta e trasmessa. Fin qui le parole suonano cattoliche. Nessun cristiano potrebbe negare che la fede vada custodita, amata e trasmessa. Nessuno potrebbe dire che la dottrina sia un dettaglio. Nessuno potrebbe ridurre la Tradizione a una nostalgia estetica, a un gusto spirituale, a una preferenza di sacrestia.
Il problema nasce subito dopo.
Perché, nel ragionamento dell’omelia, la fede viene praticamente collocata in opposizione alla Chiesa visibile quando questa Chiesa, nella sua autorità concreta, non conferma la diagnosi della Fraternità. Si dice: non scegliamo tra fede e Chiesa, perché vogliamo la fede della Chiesa per restare nella Chiesa. Formula bella, perfino suggestiva. E nello stesso momento si compie un atto che il Papa ha esplicitamente chiesto di non compiere, definendolo scismatico e lacerante.
Qui sta il nodo.
Non basta dire: noi restiamo nella Chiesa perché conserviamo la fede. Ogni scisma, nella storia, ha quasi sempre detto di restare nella vera Chiesa proprio perché conservava la vera fede. Nessuno apre una lacerazione dichiarando: vogliamo tradire Cristo. Quasi sempre si dice il contrario: vogliamo salvarlo dagli altri, vogliamo difendere la verità, vogliamo custodire ciò che l’autorità non custodisce più.
L’apologia diventa sottile: non siamo noi a separarci dalla Chiesa, è la Chiesa ufficiale che non parla più la lingua della fede. Noi, invece, la parliamo.
Ecco il secondo passaggio decisivo dell’omelia. Pagliarani dice che il problema è che si parlano ormai due lingue diverse. Da una parte ci sarebbe il linguaggio della fede, della Tradizione, della semplicità del Credo. Dall’altra il linguaggio dell’inclusione, del dialogo, dell’accompagnamento. E qui l’effetto è fortissimo, perché molti fedeli sono stanchi di parole ecclesiali diventate elastiche, nebbiose, ripetute fino allo sfinimento. Inclusione, ascolto, accompagnamento: termini che possono avere un senso cattolico se ordinati alla conversione e alla verità, e che possono diventare gusci vuoti quando vengono usati per evitare la chiamata alla fede.
Questo disagio è reale. La crisi del linguaggio ecclesiale è reale. La banalizzazione pastorale è reale. L’uso di parole buone per coprire ambiguità è reale.
Eppure da questa constatazione non deriva il diritto di consacrare vescovi senza mandato pontificio. Il problema dell’omelia è il passaggio indebito: poiché una parte della Chiesa parla male, confonde, accompagna senza convertire, dialoga senza annunciare, allora noi dobbiamo usare mezzi straordinari per garantire la fede.
Sembra logico. Non lo è.
Perché la Chiesa non è un’associazione in cui, quando il linguaggio della direzione non convince più, un settore si organizza una propria linea episcopale. La Chiesa è sacramentale, visibile, apostolica, gerarchica. Il vescovo non è il responsabile di zona di una corrente dottrinale. Non è il garante interno di una sensibilità liturgica. Non è il funzionario sacramentale di un’opera. Il vescovo appartiene alla struttura della Chiesa, dentro la comunione con Pietro e con il collegio episcopale.
È qui che la parola “fede” viene usata in modo incompleto. La fede cattolica non è solo contenuto dottrinale professato. È anche forma ecclesiale vissuta. È Credo, sacramenti, comunione, obbedienza, visibilità della Chiesa. Se si conserva il contenuto proclamato separandolo dalla comunione concreta, si finisce per custodire una fede detta bene e vissuta male nell’atto ecclesiale.
Poi arriva il terzo argomento: l’amore al Papa.
Pagliarani dice che la Fraternità è accusata di non amare il Papa, di non rispettarlo, mentre proprio perché ama il Papa come vicario di Cristo e capo della Chiesa non vuole più vederlo umiliato, posto sullo stesso piano dei falsi pastori e dei rappresentanti delle false religioni. Questa è una delle parti più rivelatrici dell’omelia.
In apparenza, è una dichiarazione di amore filiale. Nella sostanza, rovescia il rapporto con l’autorità. Non obbedisco al Papa concreto, che mi ha chiesto di fermarmi, perché amo il vero Papa, l’idea cattolica del Papa, il Papa come dovrebbe essere. Non accolgo la sua parola attuale perché voglio difendere la sua dignità da ciò che lui, o Roma, starebbe facendo.
È una forma di obbedienza all’immagine del Papa contro il Papa reale.
E qui l’ipocrisia diventa quasi perfetta, perfetta naturalmente nel modo in cui possono esserlo le cose storte quando vengono lucidate bene. Si dice “amiamo il Papa” mentre si compie ciò che il Papa ha esplicitamente chiesto di non compiere. Si dice “vogliamo difendere il Papa dall’umiliazione” mentre si umilia concretamente la sua autorità nel punto più visibile: il mandato per l’episcopato. Si dice “riconosciamo il Papa” mentre si agisce come se il suo no, in questa materia, non vincolasse.
Non basta dire “Santo Padre” per essere nella comunione del Santo Padre. Non basta chiedere la benedizione, non basta scrivere con rispetto, non basta invocare la Chiesa romana. Alla fine parla l’atto. E l’atto dice ciò che le formule cercano di attenuare.
Il quarto argomento è la salus animarum.
Qui l’omelia tocca corde profonde. Dio vuole salvare le anime. Dio ha mandato il Figlio per salvare le anime. La legge suprema è la salvezza delle anime. Tutto verissimo. Nessun cattolico può ridurre la salus animarum a una clausola decorativa del diritto canonico. La salvezza delle anime è davvero il fine supremo della Chiesa.
Il problema è: quali anime? E attraverso quale via?
Nel discorso della Fraternità, le anime da salvare finiscono per coincidere con quelle che avrebbero bisogno della continuità dell’opera della Fraternità stessa. Si parla universalmente della salvezza delle anime, poi concretamente si arriva alla necessità di garantire i vescovi della Fraternità. Il movimento è sempre lo stesso: una necessità interna viene caricata di valore universale.
Se venissero meno i vescovi della Fraternità, non verrebbero meno i vescovi cattolici. Non verrebbe meno la successione apostolica. Non verrebbero meno i sacramenti. Non verrebbe meno la Chiesa visibile. Verrebbe meno la possibilità della Fraternità di continuare autonomamente la propria opera nella forma attuale.
Questo è il punto che l’omelia non può dire fino in fondo, perché se lo dicesse perderebbe gran parte della sua forza emotiva.
Certo, molti fedeli hanno ricevuto bene dalla Fraternità. Liturgia, confessione, predicazione, disciplina, senso del sacro, chiarezza dottrinale. Questo bene va riconosciuto. Negarlo sarebbe ingiusto. Ma il bene ricevuto non canonizza ogni atto successivo. La gratitudine dei fedeli non può trasformarsi in mandato episcopale parallelo. Le anime non possono diventare argomento affettivo per oltrepassare la comunione.
Dire “lo facciamo per le anime” non basta. Anche i mezzi devono essere cattolici.
Un fine buono non rende buono un mezzo cattivo. Questo non è modernismo. È morale cattolica elementare, quella roba antica e scomoda che, stranamente, i tradizionalisti dovrebbero ricordare con una certa facilità.
Il quinto argomento è quello della Chiesa madre in difficoltà.
Pagliarani parla della Chiesa come di una madre che soffre, una madre tradita, una madre che ha bisogno di essere aiutata. Dice che la Fraternità non può restare indifferente, perché sarebbe mancare alla carità. Anche questa immagine è potente. Chi non vorrebbe soccorrere la madre ferita? Chi potrebbe restare freddo davanti alla sofferenza della Chiesa?
Eppure anche qui bisogna vedere il rovesciamento.
La Fraternità non si presenta come figlia che ascolta la madre. Si presenta come figlia che sa meglio della madre ciò di cui la madre ha bisogno. Non si pone davanti alla Chiesa per ricevere missione. Si attribuisce il compito di soccorrere la Chiesa anche senza il mandato della Chiesa. Anzi, contro la richiesta espressa di colui che nella Chiesa è principio visibile di unità.
È una carità che decide da sé il proprio gesto. È un servizio che si autolegittima. È un soccorso che non accetta di essere giudicato dalla madre che dice di voler aiutare.
La Chiesa è certamente ferita. Ha bisogno di purificazione, chiarezza, penitenza, correzione. Ha bisogno che Roma parli con fede limpida. Ha bisogno che molti pastori smettano di moltiplicare ambiguità, esperimenti, frasi improvvide e silenzi strategici. Tutto questo è vero. E proprio perché è vero, occorre stare ancora più attenti: la ferita della Chiesa non può diventare il luogo in cui ogni gruppo si nomina chirurgo.
Il sesto argomento è il Preziosissimo Sangue.
Qui l’omelia diventa spiritualmente intensa. Il sangue di Cristo è presentato come centro della redenzione, rimedio a tutti i mali, risposta al peccato, vittoria sull’esaltazione dell’uomo. Ci sono passaggi che, isolati, potrebbero essere sottoscritti senza difficoltà. Cristo salva mediante il suo Sangue. L’umanesimo idolatrico è una piaga. L’uomo ferito dal peccato ha bisogno della redenzione. La Croce è il centro della fede. La Madonna è associata in modo unico al mistero redentivo del Figlio.
Tutto vero. E proprio qui si vede la tragedia.
Parole altissime vengono usate per circondare un atto di disobbedienza. La dottrina della Croce, del Sangue, della Madonna, della redenzione diventa la cornice sacra entro cui viene collocato un gesto che lacera la comunione. È il pericolo più sottile: non l’errore grossolano, non la bestemmia evidente, non la ribellione urlata. Il pericolo è una disobbedienza rivestita di parole vere.
Una verità proclamata non giustifica automaticamente l’atto dentro cui viene posta.
Si può parlare splendidamente del Preziosissimo Sangue e compiere un gesto che ferisce il Corpo ecclesiale redento da quel Sangue. Si può predicare la Croce e rifiutare la croce dell’obbedienza. Si può condannare l’esaltazione dell’uomo e nello stesso tempo esaltare la propria opera come necessaria alla sopravvivenza della fede. Ironia teologica di alto livello, se non fosse tragica.
Il settimo argomento è la preparazione dei nuovi vescovi alla persecuzione.
Pagliarani li invita a non piegarsi, a essere agnelli e leoni, a predicare la Croce, a non inginocchiarsi davanti allo spirito del mondo, a sopportare insulti, accuse, persecuzioni. Li colloca nella linea dei vescovi santi, richiama san Cirillo d’Alessandria, richiama mons. Lefebvre, presenta la sofferenza che verrà come partecipazione alla sorte dei difensori della fede.
Anche qui la dinamica è chiara.
La sanzione, la critica, la condanna, il giudizio della Chiesa vengono preventivamente reinterpretati come persecuzione. Da ora in avanti, ogni richiamo di Roma potrà essere trasformato in prova della fedeltà della Fraternità. Se Roma condanna, è perché la Fraternità dice la verità. Se Roma sanziona, è perché la Fraternità difende Cristo. Se Roma parla di scisma, è perché non sopporta la fede integrale.
È un sistema chiuso. Non falsificabile, direbbero quelli che amano le parole complicate per rendere decorosa una trappola.
Qualunque cosa accada, la Fraternità ha già predisposto la lettura. Non siamo ribelli. Siamo trattati da ribelli perché vogliamo servire la Chiesa. Non laceriamo. Ricuciamo. Non disobbediamo. Obbediamo a Dio. Non ci separiamo. Restiamo nella vera fede. Non subiamo una pena per un atto compiuto contro il mandato. Siamo perseguitati per la giustizia.
E così i fedeli vengono blindati emotivamente. Ogni dubbio diventa tentazione. Ogni critica diventa persecuzione. Ogni richiamo diventa prova che la Fraternità è nel giusto. Bellissimo meccanismo, se uno vuole fondare una fortezza. Pessimo, se uno vuole restare nella Chiesa.
Alla fine, l’omelia conferma ciò che doveva essere smontato.
La Fraternità non ha consacrato dicendo di voler uscire dalla Chiesa. Ha consacrato dicendo di essere più profondamente nella Chiesa. Non ha proclamato una rottura frontale. Ha proclamato una fedeltà superiore. Non ha detto: non riconosciamo il Papa. Ha detto, in sostanza: amiamo il Papa troppo per obbedire a ciò che oggi ci chiede.
Ed è qui che la rottura diventa più insidiosa.
Perché una rottura dichiarata è più facile da riconoscere. Una rottura presentata come servizio, come carità, come fedeltà, come ricucitura, come salvezza delle anime, diventa più pericolosa per i fedeli semplici. Essi non vengono messi davanti a una disobbedienza, ma davanti a una narrazione sacralizzata della disobbedienza.
Consummatum est.
La rottura era nella logica. Ora è diventata atto.
Non perché manchino parole cattoliche. Ce ne sono molte.
Non perché manchi il nome della Chiesa. Viene ripetuto.
Non perché manchi il riferimento al Papa. Viene invocato.
Non perché manchi l’amore dichiarato alla Tradizione. È proclamato ovunque.
La rottura sta nel fatto che tutte queste parole vengono subordinate a un giudizio più alto che la Fraternità esercita su Roma, sulla Chiesa presente, sull’autorità del Papa, sulla necessità dell’atto. È la Fraternità che stabilisce la necessità. È la Fraternità che decide i mezzi. È la Fraternità che interpreta la propria disobbedienza come carità. È la Fraternità che presenta il proprio gesto come ricucitura della tunica che il Papa ha detto essere lacerazione.
A questo punto non resta molto da aggiungere.
Roma ha parlato. Il Papa ha supplicato. Ha riconosciuto il bene. Ha chiesto di fermarsi. Ha avvertito della gravità dell’atto. La Fraternità ha proceduto.
La responsabilità non potrà essere scaricata su Roma.
Non si potrà dire che la scomunica, se dichiarata, colpisce la professione di fede. Colpirà, o dichiarerà, la conseguenza di un atto. Non si potrà dire che Roma punisce chi custodisce la Tradizione. Roma ha chiesto di non compiere un atto episcopale senza mandato. Non si potrà dire che la Fraternità è stata costretta. Ha scelto.
E l’atto scelto parla. La Chiesa non si salva lacerandola. La Tradizione non si custodisce separandola dalla comunione. La salus animarum non è la salus della propria opera. L’amore al Papa non consiste nel disobbedirgli per difenderlo da se stesso. La fede della Chiesa non può essere usata contro la forma visibile della Chiesa.
Consummatum est.
Ora bisogna pregare. Pregare per i fedeli, perché non vengano trascinati in una militanza affettiva che spegne il giudizio. Pregare per la Fraternità, perché il bene ricevuto e donato non venga definitivamente trasformato in identità separata. Pregare per Roma, perché sappia parlare ancora con chiarezza, verità e paternità. Pregare per la Chiesa, madre ferita, madre santa, madre reale, non ideale.
E pregare anche per noi, perché nessuno è immune dalla tentazione di chiamare fedeltà ciò che, nel profondo, è già separazione.
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